Dio di misericordia. Preghiera in gennaio o il destino dei suicidi secondo De André

Dio di misericordia. Preghiera in gennaio o il destino dei suicidi secondo De André di Alberto Trevellin

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Preghiera in gennaio è una canzone che Fabrizio De André dedicò all’amico Luigi Tenco, che per l’amara esperienza al Festival di Sanremo del 1967 si sparò un colpo in testa nella sua camera d’albergo, lasciando un biglietto vergato a mano, in cui diceva che: «Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi.»

De Andrè, raccontò nel 1992, che «Luigi sul comodino teneva i libri di Pavese; ne ho conosciuti altri che si sono suicidati dopo aver letto troppe volte Pavese. Io lo frequentavo abbastanza saltuariamente, eravamo tutti cani sciolti, ma sicuramente era quello che mi era più vicino come formazione politica e poi, da artista, come tematiche trattate. Appena saputa la notizia della sua morte, mi precipitai all’obitorio. Quando lo vidi lì disteso, con questo turbante di garza insanguinato, mi colpirono il pallore della morte e il colore viola scuro delle sue labbra carnose. Le ho ancora impresse nella mente, e le menzionai nella canzone che scrissi sull’onda di quell’emozione partendo da una poesia di un autore del Novecento francese, Francis Jammes.»

A Francis Jammes, con la sua Prière, si era a sua volta ispirato Georges Brassens, uno dei cantautori più amati dal De André.

Nel testo originale, La Prière, il poeta francese si rivolge alla Madre di Dio:

«Per il bambino che muore accanto a sua madre/mentre altri bambini si divertono in giardino;/e per l’uccello ferito che non sa come mai/la sua ala, all’improvviso, s’insanguina, e scende giù/per la fame e la sete, per il delirio ardente:/ave a Te, o Maria./Per i ragazzi picchiati dall’ubriaco che torna a casa,/per l’asino preso a calci sulla pancia,/per l’umiliazione dell’innocente punito,/per la vergine venduta e che è stata spogliata:/ave a Te, o Maria.»[1]

Di seguito il testo di De André e una sua interpretazione.

Lascia che sia fiorito,
Signore, il suo sentiero
quando a te la sua anima
e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare,
quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno
risplendono le stelle.

Quando attraverserà
l’ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà,
baciandoli alla fronte,
“Venite in Paradiso
là dove vado anch’io
perché non c’è l’inferno
nel mondo del buon Dio”.

Fate che giunga a Voi
con le sue ossa stanche
seguito da migliaia
di quelle facce bianche,
fate che a voi ritorni
fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra
mostrarono il coraggio.

Signori benpensanti
spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi,
Dio  fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo
di quelle labbra smorte
che all’odio e all’ignoranza
preferirono la morte.

Dio di misericordia
il tuo bel Paradiso
l’hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto
con la coscienza pura;
l’Inferno esiste solo
per chi ne ha paura.

Meglio di Lui nessuno
mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti
che puoi e vuoi salvare.

Ascolta la sua voce
che ormai canta nel vento.
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.

Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.

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Lascia che sia fiorito,
Signore, il suo sentiero
quando a te la sua anima
e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare,
quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno
risplendono le stelle.

Inizia così la supplica, la preghiera che De André rivolge a Dio, per l’amico morto suicida. Una supplica che s’intende tale da quel lascia iniziale, pronunciato in un imperativo supplichevole, con la certezza di chi sa quali sono i poteri di cui Dio dispone, alla stessa maniera di Abramo, quando in Genesi prega il Signore affinché non si scagli contro Sodoma e Gomorra.[2]

L’attacco della canzone richiama fin dal principio un’immagine colorita, quella di un sentiero in fiore. L’ascoltatore è posto da subito in quella serenità che scaturisce inevitabilmente dal pensiero di un fiore, di un sentiero, di una via che va verso il Paradiso, perché è lì che conduce e De André lo fa intendere, da subito.

Non un’immagine triste, quindi, un sentiero immerso nella nebbia o peggio ancora nelle fiamme dell’inferno, per l’amico suicida, ma un sentiero fiorito che lo conduca a Dio.

È un sentiero di fiori che conduce ad un cielo (quando verrà al tuo cielo) in cui anche di giorno risplendono le stelle, immagine poetica sublime per descrivere i luoghi di Dio. Le stelle, proprio loro, che dagli albori dell’umanità sono una della maggiori aspirazioni umane, una sorta di richiamo divino al Cielo e in questo caso rimandano alla contemplazione definitiva di Dio.

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Quando attraverserà
l’ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà,
baciandoli alla fronte,
“Venite in Paradiso
là dove vado anch’io
perché non c’è l’inferno
nel mondo del buon Dio”.

Questa strofa è ambigua. De André sta parlando di Dio o dell’amico? Chi attraversa l’ultimo vecchio ponte? Non è così immediato e chiaro.

Sembrerebbe si parli dell’amico, per il quale De André precedentemente aveva chiesto a Dio di stendergli un sentiero di fiori, piuttosto che di braci ardenti. Viene pertanto spontaneo pensare che sia lui,  l’amico, dopo essersi incamminato per quella via, a giungere all’ultimo vecchio ponte. Allo stesso modo anche il venite in Paradiso/là dove vado anch’io farebbe pensare a un discorso del suicida.

Ma sulla base del senso finale della canzone, ci sembra più corretto intendere che sia invece Dio ad attraversare l’ultimo vecchio ponte, in un suo andare incontro alle anime dei suicidi.

Letto in tal senso De André capovolge l’idea comune che dopo la morte di salga a Dio da soli, in un ultimo sforzo. In questi versi è piuttosto Dio, davvero come un padre misericordioso, ad andare incontro ai propri figli.[3] E qui sembra ancora più strano perché i figli sono suicidi e pertanto, secondo la visione comune, imbrigliati più degli altri a raggiungere il Paradiso. Invece no, è Dio s’inchina, che va loro appresso, che si abbassa, invitandoli a raggiungere le sue dimore.

Solo lui, d’altra parte, può invitare qualcuno in Paradiso, riaccogliere a casa chi si era perduto e quel ai suicidi dirà/baciandoli alla fronte, va a confermare il Dio di misericordia di cui vuole parlare l’artista.

Il gesto di estrema tenerezza del bacio stravolge ancor più la rappresentazione di un Dio castigatore e della sua giustizia severa, elaborata nei secoli da un fuorviante moralismo umano.

Non un castigo allora, ma un bacio, per questi figli suicidi.

Il bacio sulla fronte è il bacio per eccellenza del padre al figlio, che non sempre riesce ad abbandonarsi alla tenerezza slanciata delle madri. È un bacio delicato, in cui il genitore prende tra le mani il volto di quello che resterà sempre il suo bambino, indipendentemente da quello che farà.

Le mani sul volto, le labbra sulla fronte, il bacio che veicola la grazia.

È un Dio tenero e capace di affetto sincero, questo di De André, che rassicura le anime dei suicidi invitandoli a seguirlo dove lui sta andando, non all’inferno, come si era sempre pensato, ma nel suo contrario, dove esso non c’è, nel mondo del buon Dio.

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Fate che giunga a Voi
con le sue ossa stanche
seguito da migliaia
di quelle facce bianche,
fate che a voi ritorni
fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra
mostrarono il coraggio.

Il suicidio non è virtù da eroi, non appartiene al coraggio di chi lo giustifica in nome di una libertà assoluta, ma è il gesto estremo di chi non ce la fa più, di chi sente tutto il peso della vita, la sua ingiustizia e di questo è stanco. Allora trova un’ultima forza, un coraggio finale, che non è coraggio di sbandierare il libero arbitrio assoluto, ma coraggio di arrendersi, di non sentirsi eroi, di ammettere, infine, tutta la propria debolezza.

Lo dice il cantautore, quando torna a pregare il buon Dio in quel fate che giunga voi. Lo avvisa: ha le ossa stanche e come lui migliaia di quelle facce bianche. Non è una marcia di soldati gloriosi, quella che sale al cielo, ma un corteo di figli arresi, falliti, oppressi e proprio per questo ancor più bisognosi della misericordia di Dio.

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Signori benpensanti
spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi,
Dio  fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo
di quelle labbra smorte
che all’odio e all’ignoranza
preferirono la morte.

Eccola, l’accusa di De André ai benpensanti, ai sepolcri imbiancati, a coloro che caricano la gente di pesi insopportabili e poi non li sfiorano nemmeno con un dito[4].

Sarcastico come sempre (spero non vi dispiaccia), fa notare ai moralisti che in cielo, in mezzo ai Santi/Dio fra le sue braccia/soffocherà il singhiozzo/di quelle labbra smorte. Altra immagine decisiva nel delineare il Dio di misericordia tratteggiato nella canzone e che è lo stesso Dio che sta al cuore del cristianesimo.

I suicidi in mezzo ai santi suona volutamente provocatorio; ancor più scandaloso immaginarli tra le braccia di Dio. È un destino che non si addice all’azione che hanno compiuto, di chi ha rifiutato la vita donatagli da Dio. Eppure è lui che li tiene stretti a sé, in un gesto, di nuovo, di grande tenerezza, che richiama inevitabilmente l’amore incolmabile di un padre verso i figli. E non li prende tra le braccia per fustigarli, ma per farli smettere di piangere, per coccolarli si direbbe, che è poi quello che fa ogni buon padre, ogni cara madre.

Se quelli stanno piangendo, poi, vuol dire che sanno di aver compiuto un’azione che non si può annoverare tra le opere buone. Un pianto, il loro, in cui ogni lacrima è carica delle sofferenze, dei drammi interiori, delle depressioni che solo un Dio di misericordia può comprendere. Gente che all’odio e all’ignoranza/preferirono la morte.

Chi può infatti comprendere cosa significhi davvero trovarsi nell’odio, nella guerra materiale e psicologica? Chi può cogliere veramente le lacerazioni che segnano gli uomini e le donne che le subiscono? Chi può puntare il dito e dire:  «dovevi resistere, restare in quell’odio e morire lacerato piuttosto»?

Davvero per alcuni morire appare come l’unica via di fuga da una vita che ormai è gravata da un peso insopportabile. E si badi che questi non gioiscono del suicidio, di essersi procurata la morte, altrimenti non li troveremo a piangere nelle braccia di Dio. Quel pianto, piuttosto, tradisce che loro la vita volevano viverla fino in fondo, ma non ce la facevano più. È un pianto di pentimento, una richiesta di perdono.

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Dio di misericordia
il tuo bel Paradiso
l’hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto
con la coscienza pura;
l’Inferno esiste solo
per chi ne ha paura.

Veniamo così a quello che è forse il cuore del testo, in cui Dio è nominato per la prima volta, su tre totali, come Dio di misericordia.

Nel canzoniere deandreiano si evince spesso il suo intendere il divino come un essere traboccante di misericordia, sempre vicino agli ultimi. È per questo che nella teologia di De André, se così si può dire, ad essere criticata non è tanto la divinità, ma il modo in cui gli uomini l’hanno intesa e avviluppata nei cavilli legalistici, imprigionando i propri simili ad un moralismo che nulla ha a che vedere con il buon Dio. Per De André Dio non può che essere infinitamente misericordioso.

Paradossalmente egli si mette sulla scia del Vaticano II, anticipando la riflessione teologica e pastorale che negli ultimi decenni si è fortemente impegnata nel recupero del Dio misericordioso, cominciando a smussare secoli interi in cui il Creatore era stato piuttosto inteso e tristemente trasmesso come il giudice per eccellenza. Non che prima Dio non fosse misericordioso, ma l’eccessiva attenzione legalistica e moralistica ne avevano certamente offuscato l’essenza.  

Da questa visione misericordiosa di Dio dipendono i versi successivi, tutta la canzone e buona parte del repertorio di De André.

Un Dio di misericordia che proprio per gli ultimi, per i disperati ha fatto il suo bel Paradiso: il tuo bel Paradiso/l’hai fatto soprattutto/per chi non ha sorriso.

Magistrale e quasi ovvio. Per chi dovrebbe essere il Paradiso? Solo per i perfetti, per gli eroi delle virtù, per chi ha condotto una vita irreprensibile e ricca di opere buone? E tutti gli altri? Tutti coloro che non hanno avuto accesso al cuore del cristianesimo, l’amore, per i più disparati disagi? Di loro, cosa si fa?

Proprio per essi, dice De André, è stato fatto il Paradiso, per loro che non potendo gustare gioiosamente (il sorriso) le realtà celesti già in questa vita, ora avranno l’eternità preparatagli da Dio per sorridere e godere di tutto quello che non hanno avuto.

De André scruta non tanto le imprese degli uomini, ma le loro sofferenze. E siccome la sofferenza è il destino di ogni uomo, il Paradiso non può che essere per tutti, anzi, sottolinea il cantautore, soprattutto per chi nella vita ha incontrato solo tristezza.

De André non li giudica, redarguendoli sul fatto che potevano cambiare, che in fondo è colpa loro. Lui si ferma alla sofferenza e ai limiti dell’uomo, che è la vera chiave per intendere la misericordia cristiana.

Il Paradiso è di tutti, anche di quelli, naturalmente, che han vissuto/con la coscienza pura, mentre l’Inferno esiste solo/per chi ne ha paura, ossia per quegli uomini che intendono Dio come il castigatore che li punirà per non aver osservato rigorosamente la Legge. Sono quelli che hanno paura di Dio, che non riescono ancora a coglierlo come Padre. Da questa paura di Dio, deriva la paura dell’Inferno. Poiché chi davvero crede nell’infinito amore di Dio non può averne paura; che non significa abbandonarsi ad un lassismo sconsiderato, quanto coglierne la radicale essenza amorosa sulla quale la vita del credente si modellerà, diventando spontaneamente buona, bella e vera.

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Meglio di Lui nessuno
mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti
che puoi e vuoi salvare.

Ascolta la sua voce
che ormai canta nel vento.
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.

Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.

Nell’ultima lunga strofa finale, un consiglio per Dio: ascoltare l’amico suicida, che è uno che ne sa degli errori di noi tutti. Anzi, nessuno meglio di lui potrà spiegarglieli. Per cui l’amico suicida diventa intercessore presso Dio degli sbagli commessi in vita dagli uomini. Spiegandoglieli bene, lo convincerà a perdonarli.

De André riconosce, ancora una volta, la fallacia dell’essere umano, il suo essere difettoso. L’uomo sembra in balia di forze di cui lui nemmeno si rende conto e che lo conducono all’errore, che è quello che in un’ottica cristiana si chiama peccato. Errori di tutti, cioè peccati di tutti. È proprio qui che andrebbe colto il significato del peccato originale, nel fatto che io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio[5].

C’è una forza che l’uomo non sa sopprimere, che tende sempre a condurlo verso il male, per cui egli deve sempre tenere alta la guardia. Ed è proprio questo che lo giustifica davanti a Dio, che rivela quest’ultimo necessariamente come Dio di misericordia.

Lo ripete De André, con maggior enfasi: noi tutti/che puoi e vuoi salvare.

Il cantautore sembra avere chiaro chi è Dio: non solo colui che può salvare l’uomo, ma soprattutto colui che vuole salvare l’uomo. In lui risiede non solo la possibilità di salvare ogni essere umano, ma la volontà di farlo. Una volontà che scaturisce dalla divina comprensione della fallacia della natura umana e della sua estrema debolezza. E d’altra parte come potrebbe il Creatore non voler salvare le proprie creature, i propri figli?

Si arriva così ai versi finali in cui l’artista invita il buon Dio ad ascoltare il canto del suo amico, assicurandogli che ne sarà contento, che non se ne pentirà.

Ascoltando il canto del figlio suicida, conclude la canzone, egli si conferma (De André lo ripete due volte nei versi finali) come l’unico Dio che il cantautore poteva concepire: un Dio di misericordia.


[1] Cfr. Paolo Ghezzi, Il Vangelo secondo De André. “Per chi viaggi in direzione ostinata e contraria”, Ancora, 2006, pp. 136-137.

[2] Gn 18,23-32: « 23Abramo gli si avvicinò e gli disse: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? 24Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? 25Lontano da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?». 26Rispose il Signore: «Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutto quel luogo». 27Abramo riprese e disse: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere: 28forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». Rispose: «Non la distruggerò, se ve ne troverò quarantacinque». 29Abramo riprese ancora a parlargli e disse: «Forse là se ne troveranno quaranta». Rispose: «Non lo farò, per riguardo a quei quaranta». 30Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta». Rispose: «Non lo farò, se ve ne troverò trenta». 31Riprese: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei venti». 32Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola: forse là se ne troveranno dieci». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci».

[3] Cfr. Lc 11,32.

[4] Lc 11,46: «Guai anche a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!»

[5] Rm 7,19

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