Nostalgia del Figlio. Riflessioni sul piccolo di Betlemme

di Alberto Trevellin

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Il tempo che precede il Natale è quello dell’Avvento, cioè di qualcosa che deve avvenire, di qualcosa che si attende. In questo caso si attende propriamente una nascita, per i cristiani nascita di Gesù, del Figlio di Dio.

Lo stato d’animo che precede il 25 dicembre è lo stesso che si prova per l’attesa della nascita di un bambino, perché alla fine, il Natale, quello è, la nascita di una vita nuova, qui vita che avanza direttamente dagli spazi eterni.

Si prepara il presepe, si addobba l’albero, si decorano case e paesi. Tutti riconoscono a questo periodo un colore speciale, un umore più disteso e la nenia che “a Natale siamo tutti più buoni”, non è così infondata. Tutto è proteso, tutto attende quella notte santa, tutto si sbilancia in avanti, verso quella data, quel momento unico dell’anno, dove l’affetto del focolare domestico e delle amicizie sembra più pieno, più vero.

Questa allegria, questa pace e serenità del cuore, dipendono proprio da quella meta, dall’essere protesi verso quel giorno, verso quella nascita, nascita del Figlio di Dio. Si attendono i regali, i pranzi con i parenti, gli amici, lo scambio di auguri, quel sentire interiore che negli altri momenti dell’anno non c’è, non si trova. Lo si sente a Natale, e chi lo manda? Cosa lo trasmette? Chi lo dà?

Eppure una volta posato il bambin Gesù nella sua mangiatoia, allo scoccare della mezzanotte, tra l’alito immaginario del bue e il fiato stanco dell’asino viaggiatore, dopo aver scartato quei regali, sempre troppi rispetto a quel di cui realmente abbiamo bisogno, terminati i pranzi e le cene, il cuore si svuota e tutt’intorno si fa silenzio.

Tutto è finito. Tutta l’attesa, tutto lo sbilanciarsi verso quella meta, tutto quel protendersi, alla fine, si rivela come una caduta, rovinosa, ingannevole. Dov’è tutta la festa? Che fine ha fatto l’entusiasmo dei giorni addietro, quel sentimento di gioia rara? Che fine ha fatto il cuore palpitante che prima della notte santa, passando la sera davanti al presepe dalle luci fievoli, si fermava a contemplare quella capanna grande come una scatola di riso? Soprattutto, dov’è quel bambino di Betlemme, quello che Erode voleva abortire?

Tutto si esaurisce, perché quel Gesù atteso, quell’Emmanuele, Dio con noi, non si è fatto abbracciare. Lo si voleva tanto, i cuori ardevano nel desiderare quell’abbraccio, si erano illusi di poterlo raggiungere come i pastori, portandosi dietro una pecora e qualcosa, la povertà, una preghiera. Altri, gonfiando l’attesa, forse credevano di arrivare da Giuseppe e Maria alla maniera dei magi, sfarzosa e con doni solenni. Ma non è andata così. Gesù non si è fatto abbracciare. Lui è Figlio di Dio, figlio degli spazi eterni, lui non rimane. Non è come i nostri figli, che rimangono, e con loro la gioia di averli con noi, di stringerli finché non ci respingono. No, lui non abita più questo mondo. Lui è il figlio esiliato, non noi esiliati, ma lui, come un figlio che parte per l’America, va dall’altra parte del mondo e non sai bene dove sia, cosa faccia, ti basta sapere che c’è, lì infondo, da qualche parte.

Ed è vero quel che si dice, che Gesù nasce dentro, lì nel cuore, sua vera Betlemme, ogni giorno, ogni volta che lo si desidera senza tentennare, ma quell’ abbraccio, quel cullarlo tra le braccia una volta per tutte, quando, finalmente, a che ora?

Il Natale è stato uno solo, è un evento passato, riguarda una storia accaduta duemila anni fa, che non sarà più perché c’è già stata. A noi non resta che rinnovarne il ricordo, gustarne l’attesa, non il compimento di quell’attesa, solo l’attesa. Attesa di Dio.

Gli strascichi della Natività sono nostalgia e amarezza. Amarezza che a Pasqua, la data più importante del calendario cristiano, non sentiamo così forte o forse non sentiamo per nulla.

C’è nostalgia quando il 25 dicembre volge al tramonto. Già sul finire del pranzo consumato con i familiari, la pancia piena, si ode come un sussurro che annuncia il termine di quell’attesa.

È compiuto. Ed è allora l’amaro per un incontro mancato, per quell’abbraccio non dato al piccolo di Betlemme. Non un abbraccio qualsiasi, non uno stringersi di corpi, ma le braccia e le mani che si fanno culla per quel neonato, quel prendersene cura come a un figlio. Figlio di Dio.

Tutti attendono quel Figlio, la nascita di quel Figlio, non altri, non il proprio, ma quello, quello di Dio. Quindi l’uomo, l’essere umano, non attende solo quel famoso abbraccio benedicente del Padre, Abbà, ma anche quello del Figlio, il Figlio. Perché non chiediamo solo di essere figli di Dio, ma quasi genitori di lui, di quel bambino di Betlemme, di amarlo come nostro figlio. E l’amore di un padre, di una madre, verso un figlio è smisurato, sovrabbondante, infinito. Così vorremo amare Dio, con l’amore che un genitore ha per un figlio e non solo con l’amore dei figli verso i genitori, sempre un po’ scapestrato, sempre un poco distratto, a volte irriconoscente.

C’è molta differenza tra l’amore dei figli verso chi li ha generati e l’amore dei genitori verso i figli. Molta differenza. Quello dei genitori è sempre eccedente, quello dei figli sempre grande, debitore di tutto, della vita, di quel che si è, certamente, ma poco manifesto, appena mostrato, spesso appena sufficiente, opaco.

Così l’uomo, nei riguardi di Dio, si trova a volerlo amare in queste due maniere: quella di figlio che si arrabatta e quello del padre che vuole dare tutto per il figlio. Quella del figlio che urla, inveisce, odia il Padre, per poi chiedergli aiuto tra le lacrime, una coccola vera, di quelle che davano le mamme e il mondo poteva anche crollare. E quella del genitore, che ama il figlio più di se stesso, che impernia la vita su di lui, che morirebbe per quel pargolo.

Non siamo solo figli di Dio, ma anche genitori di lui, nel senso che pur nelle miserie, in lotta quotidiana con i demoni, magari dopo una bestemmia delle viscere, cerchiamo, ardiamo dal desiderio di amarlo a quella maniera, al modo in cui si amano i figli.

L’idea del figlio, di Dio come figlio, poi, ne alleggerisce l’onnipotenza. Pensarlo come un Dio bambino, perché così è davvero stato, ci sgrava dal peso dell’onnipotenza divina, da un certo… non tanto timore, quanto terrore di Dio.

A lui è piaciuto mostrarsi così, nella sua tremenda fragilità. E quindi farsi amare anche a quel modo, non solo come il Dio onnipotente della resurrezione pasquale, ma come il Dio fragile della notte di Natale, un Dio che rischia di morire sgozzato sin dal suo sorgere al mondo.

Forse se ci rendessimo conto di avere un Dio così, piccolo, un Dio fragile, bambino, ci verrebbe più facile amarlo. Perché la bellezza del cristianesimo, racchiusa in quella notte santa, è proprio questo suo essere stato bambino, essere stato fragile fin dall’inizio, essere stato bambino per davvero. Essere stato per davvero Figlio degli Uomini, di Maria e Giuseppe, e tramite loro dell’umanità intera. Non solo Giuseppe padre adottivo del Figlio di Dio, ma pure Gesù Figlio adottivo degli uomini. Grazie alla carne di Maria che lo ha generato, generato al mondo, agli uomini, tutta l’umanità, tutta intera, per i secoli, ogni uomo, ogni donna, ne sono diventati genitori, padri e madri di Dio.

E beati gli occhi che videro ciò che noi oggi non vediamo, perché adesso quel Figlio non c’è sotto il nostro tetto, non gioca con i nostri bambini, ormai è grande, abita in America, che è i nostri cuori. È lì in esilio, nel profondo, lì da qualche parte, dentro di noi. C’è, lo sappiamo, a volte si rivela, a volte chiama forte… Ma noi attendiamo solo quel momento in cui riabbracciare quel bambino, quel Figlio, Figlio di Dio, ma anche Figlio nostro. Aspettiamo sulla banchina che la nave parta per l’America. Senza ritorno, una volta per tutte. Allora l’attesa non sarà più e finalmente, dopo tanto attendere, potremo cullare quel bambino tra le braccia, come avremo voluto fare ad ogni Natale della vita.

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