John Steinbeck – La perla

di Alberto Trevellin

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La perla racchiude il sogno di emancipazione dalla povertà e dall’assoggettamento del popolo indigeno nei confronti del bianco.

Kino, protagonista della storia assieme alla moglie Juana, è un povero cacciatore di perle messicano finché non trova sul fondo del mare una perla magnifica, che incarna tutti i suoi desideri. Ma lui non vuole diventare ricco per comprare chissà cosa, desidera piuttosto convertire quel tesoro in denaro per sposarsi, battezzare il figlio e mandarlo a scuola. Questo vuole, che il figlio s’incammini verso la conoscenza che, a suo avviso, è l’unico mezzo per liberarsi dalla tirannide di chi sa, di chi attraverso la conoscenza tiene succubi gli ignoranti, che quindi sono destinati a rimanere poveri per sempre. È il caso del dottore che, solo quando viene a sapere che Kino ha trovato una perla inestimabile, decide di curare il figlio. A quel punto però Kino è pieno di rabbia, non sa se si fidarsi: – Lui non sapeva, e il dottore forse sapeva. Poteva correre il rischio di opporre la sua sicura ignoranza alla possibile conoscenza dell’altro?

Il figlio che va a scuola rappresenta per Kino la liberazione di un popolo, della sua gente.

Ma la perla porta in sé il Canto del Male, contrario all’altro canto che egli ode e che lo fa vivere in pace: il Canto della Famiglia. E quel tesoro immenso capitatogli tra le mani, inietta nella vita di Kino e della moglie Juana il veleno della paura, veleno simile a quello dello scorpione che all’inizio del racconto punge il figlio.

Prima non avevano paura, forse fame, quello sì e la fame è una brutta bestia, ma paura no, non ne avevano. In più erano liberi, e la libertà non ha prezzo. La perla invece li getta nel terrore di perdere tutto, e Juana, portavoce della saggezza femminile, dice al marito di buttarla, di distruggerla, che non è nemmeno da due giorni che l’hanno e già le loro vite sono state stravolte, senza tra l’altro aver ricavato da quel tesoro un solo pesos. Ma lui no, Kino non vuole. Quella perla non è solo la ricchezza a cui agogna ogni povero, ma il pegno per il proprio riscatto, di cui Coyotito, il figlio, rappresenta il simbolo, l’eroe infante che attraverso la conoscenza libererà i suoi genitori dall’ignoranza e quindi dalla prepotenza dei bianchi.

Ma nessun mercante di perle è disposto a sborsare la cifra che immagina Kino, e che è il vero prezzo, il reale valore di quella perla. Così inizia ad essere braccato: tutti vogliono rubargliela, a costo di ammazzarlo.

La perla li ha resi schiavi. Perché la verità è che il povero non può diventare ricco. Dopo che ha trovato un tesoro immenso, dal giorno alla notte, il povero non ha case, né guardie, né casseforti dove depositarlo e metterlo al sicuro. Il ricco sì.

Non gli resta che fuggire, lui che vive in una baracca di stoppie, sperando di vendere bene quella perla maledetta.

Tornerà invece alla spiaggia più povero di prima, perché in quella fuga folle, che tiene incollato il lettore, ha perso la vera perla della sua vita, quella davvero senza valore e che non si trova in fondo a nessun mare.

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