Stefan Zweig – Gli occhi del fratello eterno

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di Alberto Trevellin

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Stefan Zweig, Gli occhi del fratello eterno – Può l’uomo vivere senza colpa? Senza peccato?

Se l’uomo possa vivere senza colpe è una questione annosa, ma che presto cade sotto la massima di Gesù chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra.

Stefan Zweig, scrittore asburgico, nel 1921 scrisse un racconto di una cinquantina di pagine, molto amato da Hermann Hesse, soprattutto per l’aria orientale che racchiudeva.

Gli occhi del fratello eterno è uno scritto denso, sulla colpa e su come l’uomo possa starne lontano già in questa vita.

Il protagonista, Virata, è un fedelissimo del re. Di fronte a una rivolta, guida l’esercito contro il nemico, vincendo senza troppe fatiche in una incursione notturna. Ma tra questi, uccide anche il fratello, che nel buio e nella foga non aveva potuto distinguere.

Gli occhi immobili e terribili lo penetrano, condannando l’omicidio.

A quel punto decide di abbandonare le armi, chiedendo al re di farlo “giudice supremo”, perché l’invisibile mi ha mandato un segno e il mio cuore lo ha capito. Ho ucciso mio fratello per poter capire che uccide un fratello chiunque uccida un uomo.

Nel suo ruolo di giudice giusto, come lui crede, non condanna mai a morte, perché la vita appartiene agli dei, solo loro possono esigerla. Ma quando si trova dinnanzi un giovane accusato di varie violenze, la sua idea di giustizia cambia radicalmente. Questi infatti lo illumina sull’ingiustizia della sua giustizia, sostenendo che quello che lui ritiene giusto è piuttosto un prendere la vita agli uomini. Non li uccide, è vero, ma la vita gliela prende comunque: come conti scherzosamente sulle dita gli anni, come se fossero tutti uguali, come conti le ore della luce e quelle sepolte nel buio della terra? (…) perché conosce il colpo solo chi lo sente, non chi lo dà. (…) ma tu sei il maggiore colpevole, perché io ho ucciso nell’ira, costretto dalla mia passione, tu invece mi togli la vita a sangue freddo.

Essere uccisi, sarebbe stato più giusto.

Virata sente l’affondo e per provare egli stesso il colpo, si fa rinchiudere segretamente nelle prigioni, al posto del giovane. Ne esce sconvolto e si capacita di tutte le ingiustizie che ha perpetrato credendo di essere giusto, senza colpa.

In tutto il testo ci sono alcuni cardini: gli occhi che Virata incontra e che lo condannano.

È nello sguardo dell’altro che egli coglie il fratello e il trauma di un amore mancato, non dato, a causa delle sue condanne, delle ingiustizie che lui ha perpetrato. Quelli che coglie sono sempre sguardi penetranti, in un certo senso divini.

Chiede pertanto al re di vivere ritirato in casa sua. Lì diventa consigliere di molti, ma d’un tratto capisce che anche possedere cose e affetti porta ad avere colpe, ad essere ingiusti. Per cui fugge dal mondo, si ritira, diventa eremita. Solo così, crede, non avrà più alcuna colpa. Molti iniziano a seguire il suo esempio, da tutto il paese giungono uomini di ogni estrazione a fargli visita.

Ma un giorno, entrato nel villaggio vicino al bosco a cui si è stabilito, coglie lo sguardo d’odio di una donna che gli mostra il figlio morto. Quel figlio non aveva più avuto da mangiare perché il padre, seguendo l’esempio di Virata, se n’era andato lasciando la famiglia alla mercé del destino, con la folle idea che si è vicini a Dio nella solitudine più che nella fervida vita.

Per Virata è un trauma, comprende che non è possibile vivere senza colpa. Tutto ciò che credeva giusto per gli altri, in realtà era giusto solo per se stesso. Pensando di essere perfettamente altruista, era caduto in un crudele egoismo.

Ripresentandosi al re, chiede pertanto di diventare un servo. Solo così sarà davvero libero e non commetterà più colpe, perché rinuncerà alla sua volontà e la sua esistenza dipenderà dalla volontà di un altro.

Amato e ricercato da tutti, finirà col diventare guardiano dei cani del re, a pulire i loro escrementi, ma pure a gioire di quella sua scelta. Morirà dimenticato da tutti e nessuno, alla fine, riesce a capire che Virata aveva raggiunto la vera saggezza.

Un libro indispensabile per comprendere l’acume di Zweig e per riflettere sull’eterno tema della giustizia.

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