Dio benedica i nonni!

| di Alberto Trevellin |

“Un buon suocero sa riconoscere quando la figlia e il marito hanno bisogno di tempo per loro, per stare insieme loro due, loro soli.”

Così mi diceva A., lungo la via Francigena, qualche anno fa. 

Non ho capito perché nominò il suocero e non la suocera, solitamente è di quest’ultima che i generi si lamentano, né nominò suo padre o sua madre. Doveva aver avuto di che discutere proprio con lui, probabilmente.

Era lì con un amico ed entrambi, da tempo, si erano separati. Solo A. aveva una figlia.

Erano stupiti che io e mia moglie fossimo insieme dalla terza media, che fossimo ancora sposati, che avessimo tre figlie ma, soprattutto, che fossimo in cammino, noi due soli, senza prole al seguito, lungo la via Francigena.

I due amici erano entrambi uomini di fede e si erano conosciuti in non ricordo quale occasione, in quale gruppo, dove si cercava di lenire proprio quelle ferite aperte, mai del tutto rimarginate, della separazione.

Con A. camminai per un tratto molto lungo, parlando per quasi un’ora su cosa va fatto e cosa non va fatto per tenere in piedi una storia d’amore. Concordavamo su tutto.

Anche lui, come me, era convinto che la mancanza di dialogo, del tempo per poter parlare alla propria amata delle magagne, dei dubbi, delle debolezze che si hanno dentro al cuore e che, se non gli si dà sfogo, si accumulano nel cuore, rappresenta un danno enorme per la coppia. 

La faccenda si complica soprattutto quando si hanno figli e il tempo da dedicarsi si dirada. E non basta parlarsi a balbettii in pausa pranzo o a cena, sempre che ci si trovi in quelle occasioni, non basta una battuta con un messaggio, una telefonata mentre si è in macchina, magari nel traffico, giustamente attenti a cosa accade per strada. No, bisogna trovare un tempo per la parola che sia un tempo che gli sposi si dedicano per aprire il loro cuore. Anche il profeta Osea doveva averlo capito bene, proprio lui che aveva una moglie che lo faceva tribolare, ma, nonostante questo, la desiderava e la amava, e per questo, ad un certo punto, esclama: la porterò nel deserto e parlerò al suo cuore.

Proprio di un deserto hanno bisogno due che si amano, un deserto di persone e di parole, dove possano stare solo loro, via da tutti e da tutte le parole che non siano le loro parole, l’uno di fronte all’altra e parlare ciascuno al cuore dell’altro. 

Solo così si salva un matrimonio, solo così quella storia può continuare a vegetare, a vivere. Perché ci sono matrimoni che stanno in piedi, sì, che apparentemente sono salvi, sì, ma da tempo, in verità, hanno smesso di vegetare, di vivere.

In tutto questo entrano in gioco loro, a salvare matrimoni diventano fondamentali loro, i nonni. 

Diciamo la verità, senza questi santi il mondo crollerebbe. 

Una volta ho sentito dire da un rappresentante della Caritas che viviamo nel welfare dei nonni, intendendo che questi ormai fanno tutto, perché lo Stato non riesce a creare condizioni economiche e sociali in cui possano stare i bambini nel doposcuola e nei periodi di sospensione delle attività scolastiche. 

Nonni che diventano tassisti, quindi, che portano i nipoti a canto, ballo, basket, calcio, pallavolo, i figli dei loro figli. Nonni che aiutano con i compiti ma si devono confrontare con libri e metodi lontani decenni da quelli che hanno usato loro, e così si ritrovano a dover apprendere di nuovo, a ricominciare scuola, in un certo senso. Nonni che fanno da mangiare per tutti, che sfamano tutti, grande e primo compito di ogni genitore. Nonni che speravano, forse, in una pensione più serena, sempre che siano in pensione, che speravano di non lavorare più e invece niente, ecco un altro mestiere, se di mestiere si può parlare. 

Tralasciando il fatto che molti non possono contare su di loro perché fisicamente assenti, penso a quasi tutti gli immigrati o a chi ha perso da tempo i genitori, tralasciando che molti di loro sono effettivamente troppo vecchi per accudire i nostri piccoli energivori figli, tralasciando questa loro generosità, legata all’accudimento dei nipoti nel dopo scuola, vorrei più che altro soffermarmi sulla generosità che va a toccare i loro figli, più che i nipoti.

Il tempo che i nonni donano perché i loro figli possano vivere qualche ora o qualche giorno di rigenerazione sponsale è oro puro, per ogni coppia, manna dal cielo, meglio, eucaristia sponsale. Molti, credo, non se ne rendono conto. Se se ne rendessero conto, infatti, donerebbero ancora più tempo. Nonni che salvano matrimoni, che salvano figli e nipoti, quindi.

Tuttavia, proprio su questo punto, sorgono alcuni problemi, perché se molti, non tutti, ma molti nonni sono disposti a prendersi cura dei nipoti mentre i loro figli sono a lavoro, non ne vogliono sapere di tenerli per richieste extra, quali, appunto, il poterli accudire mentre i due sposi si prendono cura della loro storia. Se il primo caso sembra necessario e importante, il secondo sembra secondario e trascurabile. E questo è un grave errore di lettura.

È un aspetto doloroso e delicato. Molte coppie si frantumano perché non hanno trovato il tempo necessario da dedicarsi, per parlarsi e risolvere i problemi che nel tempo si erano accumulati.

Quanti amici mi hanno confessato: “I nostri non ce li tengono.”

“Perché?”

“Perché non vogliono.”

“Ma stanno male? Ci sono problemi?”

“No, solo non vogliono saperne di tenerli.”

Amici che poi si sono incagliati nelle secche dell’incomprensione matrimoniale e hanno visto infrangersi la loro nave su questioni che, se avessero avuto anche solo un po’ di tempo da dedicarvi, sarebbero state risolte facilmente.

Ma se il tempo non c’è, se non si trova, perché inghiottito dalle mille sfaccettature della vita domestica, le questioni non si risolvono.

Ed è qui che subentra l’accortezza di questi santi, è qui che si rendono conto della loro responsabilità, quando capiscono che la storia dei figli, per restare viva, ha bisogno di un certo spazio e di un certo tempo. 

È questo che mi voleva dire A., lungo la via Francigena, che bisogna sapersi accorgere dei bisogni di un figlio o di una figlia, qualsiasi essi siano, ed intervenire, a maggior ragione se di mezzo ci sono dei nipoti, se di mezzo c’è un matrimonio.

Nonni, quindi, che diventano prevenzione e cura per storie d’amore che non sono strettamente le loro, ma che in qualche modo li riguardano. 

Io ho la grazia di avere genitori e suoceri immensi. È anche grazie a loro se le vele del nostro matrimonio, mio e di mia moglie, sono gonfie di vento, capaci di attraversare con coraggio e speranza tempeste e pericoli.

Ma non tutti gli sposi possono contare su questa grazia e mi pare un’assurdità che alcuni di loro si trascurino e poi si lascino solo perché non hanno trovato il tempo da dedicarsi. Perché i loro genitori non avevano voglia, non tempo, per i nipoti.

Anche perché non si parla di un accudimento che dura mesi, ma qualche ora appena, massimo qualche giorno. E cosa sono poche ore o pochi giorni per permettere ai propri figli di mettere al riparo da varie insidie e vari mali il loro matrimonio?

Credo che sia una lotta che ogni coppia deve essere disposta a cominciare con i propri genitori, quella di chiedere del tempo per sé. Meglio litigare un po’, non troppo, per aver del tempo da passare con la propria sposa, ore o giorni che siano. Meglio litigare un po’, ma almeno avere quelle ore d’oro, ore di salvezza.

Così, vorrei dire a certi nonni, con le mani giunte, che certi figli non vi chiedono altro tempo perché vedono la vostra fatica e non vogliono chiedervi nulla di più. Non hanno il coraggio di chiedervelo, si vergognano, hanno forse paura di essere rimproverati. Allora fate voi un passo avanti, ma senza sbuffare, senza far vedere che vi pesa, se vi pesa. Cercate di farlo prima che le loro storie inizino a boccheggiare, potrebbe essere troppo tardi. Non dite “ai miei tempi”, perché “ai miei tempi” è un discorso che non vale, perché i tempi mutano e, soprattutto, è un discorso da nostalgici, di chi guarda al passato come luogo della luce e non riesce a trovarla nel presente e nemmeno del domani. Chiedetevi, semmai, cosa sarebbe stata la vostra storia se aveste potuto avere qualche ora in più con vostra moglie, con vostro marito, se aveste potuto portarla a cena una volta di più, se aveste potuto farci l’amore di più. Forse, per alcuni, il matrimonio non sarebbe cambiato, magari veleggiava già con tutto il maestrale nelle vele, ma per altri, forse, avrebbe significato salvezza, porto sicuro. Ricordatevi che qualche ora del vostro tempo, qualche giorno della vostra vita, può salvare un matrimonio.

Tutti abbiamo bisogno di salvezza. Tutto ha bisogno e chiede di essere salvato, anche un matrimonio e sono molte le ancore, in una storia d’amore, che concorrono a ciò, perché nessuno di noi si salva da solo. E tra queste ancore, potete esserci anche voi.

Cosa fanno quindi i nonni, questi insospettabili santi? Salvano matrimoni, salvano storie d’amore, salvano figli e nipoti. Se il tempo che gli sposi dedicano a coltivare la loro storia è un elemento che salva la loro storia, se questo tempo riescono a ricavarlo dalla generosità di chi li ha messi al mondo, e che ben sa o ben dovrebbe sapere quanto importante sia il tempo da dedicare al proprio amore, allora i nonni sono difensori di quella storia, sono salvezza dei loro figli. Consapevoli o no, nel tempo in cui accudiscono i nipoti, stanno salvando un matrimonio, stanno costruendo una cinta muraria intorno alla vita dei loro figli, per difenderli dalle insidie, sempre tante lì fuori, che vorrebbero aggredire e sbranare l’amore di quei figli.

Allora Dio benedica i nonni, e li salvi anche, perché questi, giovani o anziani, consapevolmente o inconsapevolmente, si fanno salvezza per i loro figli e, ancora una volta, come dal principio, danno la vita per loro.

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