| di Alberto Trevellin |
L’uomo è duale, ma non dualistico, anima e corpo, certo, ma un tutt’uno, una cosa sola. L’uno non esiste senza l’altra. Li percepiamo forse come due cose distinte, ma non sono separate, come se una fosse antagonista dell’altro. Questo, almeno, il pensiero in seno alla teologia cristiana.
Pensarli antagonisti, separati, scissi, tentazione manichea e neoplatonica confluita nel cristianesimo, ha causato, lungo i secoli, numerosi danni che, ormai da tempo, la teologia va sottolineando. Da una parte l’anima, dall’altra la materia. Non è così nel vero cristianesimo, nella tradizione biblica. Cristo ha reso polvere questo pensiero, incarnandosi, assumendo su di sé la carne, la materia di cui tutti siamo fatti.
L’uomo, un’anima e un corpo inscindibili. Un sinolo, l’avrebbe chiamato San Tommaso d’Aquino.
La questione, cui possiamo fare, qui, un solo breve accenno, diventa fondamentale per comprendere, cercare di capire almeno, per l’ennesima volta, perché gli uomini amino andare verso l’alto, cosa li spinga e sospinga a raggiungere una cima, a camminare su un crinale, ad arrampicare una parete, ad andare per boschi.
Se l’uomo è un tutt’uno di anima e corpo, sarà chiamato a desiderare Dio con tutto se stesso, come già qualche millennio fa, in modo mirabile, aveva intuito il salmista:
O Dio, tu sei il mio Dio,
dall’aurora io ti cerco,
ha sete di te l’anima mia,
desidera te la mia carne
in terra arida, assetata, senz’acqua.
(Salmo 63,2)
Fin dal sorgere dell’aurora l’uomo si mette sui passi di Dio, ne va alla ricerca. Ma quale parte dell’uomo? L’anima? Il corpo? Tutto l’uomo. Ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne. Anima e carne hanno sete e desiderio di Dio. Entrambe sono assetate di lui, entrambe lo desiderano. Sono come il volto dei genitori riflesso su quello dei figli. Si colgono i tratti di entrambi, ma il bambino è uno solo. La nostra tendenza a parcellizzarlo, “ha gli occhi della madre; il naso del padre”, non toglie la sua integralità, il suo essere uno, in cui certo si distinguono i tratti di due persone distinte, ma lui è un uomo, non due.
Tutto l’uomo, nella sua integralità di anima e corpo, desidera Dio. L’uomo di fede, perlomeno. In questo desiderio, in questa sua sete e fame di lui, si sforza di avvicinarlo, di elevarsi.
Questo esercizio di elevazione, di avvicinamento a Dio, è quello che, comunemente, viene detto “ascesi”.
Il termine “ascesi” e “ascensione” hanno la stessa radice, quella che proviene dal greco áskesis, che indica l’esercizio. Da una parte l’ascesi intesa come esercizio di elevazione spirituale, dall’altra l’ascensione come esercizio di chi, in montagna, sale verso le cime.
Rubando un termine che troviamo in Francesco Tomatis, che parla dell’alpinismo come “alpimisticismo” e dell’alpinista come “alpimistico”, possiamo dire, appunto, che per ogni alpimistico, ascesi e ascensione sono la stessa cosa. L’elevazione dell’anima a Dio, ascesi, viene a coincidere con il portare in alto il corpo, ascensione.
Il desiderio dell’anima di elevarsi a Dio, un elevarsi che si fa ascesi interiore, vuole, in alcuni, per alcuni, gli alpimistici, un corrispettivo corporeo.
Desideriamo andare verso l’alto, fisicamente, perché non è solo l’anima che vuole elevarsi, che da sola non esiste, ma tutto l’uomo, corpo e anima, una cosa sola.
Quando sale, l’alpinista di fede, che crede in Dio, sintonizza il desiderio di elevazione di corpo e anima, mettendo in luce la loro unità perfetta e non il loro dualismo.
L’elevazione spirituale non può non essere anche carnale, materiale. Cristo non ha amato solo spiritualmente, ma nello Spirito e nella carne. Così, quando ci troviamo di fronte a una montagna, ad un colle, quando li vediamo da valle o anche da molto lontano, spontaneo sorge in noi il desiderio di salire, di andare incontro a quel mistero che ci sembra di scorgere tra le cime. Siamo attratti, perché chiamati.
L’alpinista di Dio non si lega una corda in vita solo per sottolineare un discutibile, e discusso, eroismo dell’uomo in lotta con l’alpe, non cammina per ore lungo un sentiero così, per svago, o per tenersi in forma. La lotta, la conquista, la voglia di superare il limite gli sono estranei. Non è un linguaggio che gli appartiene. Non deve combattere né sfidare nessuno, né qualcosa. Non sale contro ma incontro. Sale alla ricerca del Mistero che gli si è ri-velato e che lassù lo chiama. Spera d’incontrarlo. E lo incontra davvero, tante volte, non sempre, nel silenzio orante delle cime e nella pace immobile delle rocce.
Sale per dar vita all’ardente desiderio di Dio che lo abita e che chiede d’incarnarsi, di realizzarsi integralmente, nell’uomo che è un tutt’uno, anima e corpo, inseparabili.
Non tutti quelli che salgono lo fanno per questi motivi, per elevarsi integralmente, per andare verso Lui. Tutti quelli che frequentano e leggono di montagna sanno bene, infatti, che questa può diventare anche arena, più che cattedrale, di competizioni, sfide, divertimenti, che davvero poco hanno a che vedere con ciò che l’alpinista di Dio lì va cercando.
In lui, invece, quando comincia a salire i verdi declivi o mette le mani sulla parete, ascesi e ascensione si fondono, nel senso che assumono lo stesso significato, quello di un andare verso Dio nella propria integralità. In quel momento, mentre sale la montagna, l’uomo è una preghiera che sale al cielo, è lui stesso che diventa preghiera. Per questo non è poi così necessario che, salendo, l’uomo anche preghi. Certo, resta cosa buona e santa, sempre. Ma in quel momento, di ascesi integrale, è lui stesso a farsi preghiera.
La verticalità delle cime, in tutto questo, è una grazia che si presenta agli occhi e alle gambe dell’alpimistico. Non che la linea orizzontale sia da meno, soprattutto quando è vissuta nei grandi spazi, ma è verso il cielo che, di notte, i nostri occhi cercano le stelle, è verso il cielo che volgiamo lo sguardo, quando preghiamo, per gratitudine o in cerca d’aiuto. O con la faccia a terra, o con gli occhi al cielo, questa è la nostra preghiera. E le montagne sono come dita che indicano la volta celeste, anzi, come mani di nostra sorella madre terra, che ci elevano, che ci aiutano a realizzare quel nostro desiderio di elevazione. Mani che ci prendono sul loro palmo e ci avvicinano alle nubi e alle stelle.
Alcune montagne si possono salire solo arrampicando, ma la maggior parte camminando. A volte dipende da una linea logico-orografica. Significa rispettarne la natura, la conformazione geologica. Verticale, salgo in verticale, arrampicando. Pendio, salgo camminando.
Ma è, comunque, sempre, la verticalità a di-segnare il nostro salire alle cime.
Ma cos’è quella verticalità, se non un desiderio d’infinito e di voler rimanere per qualche ora, sopra le valli e i paesi, immersi nel mistero palbabile che ci circonda? Mistero che l’alpimistico sente ad ogni incedere dei suoi passi, ogni volta che posa la mano sulla nuda e fredda roccia, con il tatto che si usa in una carezza o con la forza di una mano che cerca salvezza?
La fede non è il punto d’arrivo della ricerca, è l’inizio della ricerca inesauribile, senza fine, infinito desiderio.
Ecco il motivo per cui, l’alpimistico, una volta giunto sulla vetta o sul crinale, o anche solo sulla piccola sommità di un piccolo bosco, per farla breve, in alto, mentre poi scende, sa già che dovrà tornare lassù.
Sa già che dovrà tornare a far fatica, tanta, perché la montagna non regala nulla in questi termini. Sa già che dovrà svegliarsi all’alba e cantare il salmo 63, ruminandolo fino all’apparire del sole. E con la pazienza di ogni buon cercatore d’oro, cominciare a salire le cattedrali della terra.
Se il desiderio di Dio è senza fine, infinito, e come potrebbe non esserlo?, neppure le sue ascensioni finiranno. Forse diminuiranno, forse saranno limitate da qualche acciacco del corpo, da qualche riserva familiare, ma non si esauriranno.
Non basta elevarsi per un giorno, l’alpimistico non è mai pago di affrontare quella fatica, perché tra le sacre cime l’ha scorto, ha visto Lui, in qualche modo, ne ha percepito la presenza in modo del tutto particolare. E una volta scoperto il tesoro di lassù, la presenza impalpabile di Lui, sarebbe un peccato e un tradimento rimanere a valle. Per l’alpinista di Dio restare giù è una sofferenza. Non può non partire. Così sale, con il fiato buono e il desiderio d’infinito che gli arde nel cuore. Guarda una cima, ne contempla la linea e comincia l’ascesa. Andrà in cerca di quell’acqua, quella sola acqua che potrà dissetarlo e lì, solo lì, tra le rocce aride e i silenzi immortali, a mani giunte, come fossero una coppa, come fosse in preghiera, troverà di che abbeverarsi.