Meraviglioso Manu! Quando un bambino con la sindrome di Down divenne mio maestro

| di Alberto Trevellin |

Il testo che segue, con qualche aggiustamento, è stato scritto nel marzo del 2019. Il nome del bambino, è un nome di finzione.

Nei primi anni duemila, quando ero alle medie, la nostra professoressa d’italiano ci portò alla mostra di Giovanni Umicini, un grande fotografo padovano, nonché suo marito.

Con un amico stavamo guardando meravigliati, nonostante la giovane età, quei bianchi e neri appesi al muro. Non avvezzi all’arte fotografica ci colpiva quel modo di ritrarre la città di Padova e chi l’abitava.

Tra questi ritratti vi era anche una foto di gruppo di ragazzi con la sindrome di Down.

– In cooperativa dai miei ce ne sono un sacco… – mi disse Luca.

– Ah…

– Sì, sono strani, fanno un sacco di gesti.

– Tipo?

– Ma, non so, battute che non ti aspetti, ridono per un nulla.

– Ah…

Li guardavamo consapevoli che avevano tratti diversi dai nostri, che forse avrebbero avuto una vita più complicata e difficile, ma allo stesso tempo avvertivamo una grande solidarietà nei loro confronti, un doveroso senso di rispetto. Soprattutto, sembravano davvero felici. Erano più felici di noi?

Da poco avevamo finito di studiare la seconda guerra mondiale e ci avevano insegnato che se, agli occhi dei nazisti, la tua vita sembrava difettosa e anomala ti facevano fuori il prima possibile, senza tanti complimenti. Così, perché venivi giudicato inutile, un peso per la patria e non un figlio. Un aborto da buttare nel tentativo di estirpare l’imperfezione dalla razza ariana. Razza ariana… a noi sembrava così assurdo che non potevamo crederci.

Freschi di questo insegnamento, di quello che aveva causato il programma di eugenetica nazista Aktion T4, di fronte a quella foto, non pensavamo minimamente a giudicare le loro vite per qualsivoglia motivo.

Ma ecco avvicinarsi, come una strega curva su se stessa, una professoressa dell’altra sezione, vecchia, bassa e ormai sciupata dalla sua grettezza mentale.

– Che brutti che sono, vero?

Silenzio.

– Sembrano proprio dei mostri.

Ci disse queste due frasi sottovoce, quasi sibilando.

Noi eravamo annichiliti. Non riuscimmo a controbattere nulla e la guardammo andarsene, come se nulla fosse, verso un’altra foto.

Non rispondemmo niente, ci limitammo a scambiarci uno sguardo di disapprovazione e sgomento per quelle bestemmie uscite dalla bocca di una professoressa. Fortuna non era la nostra.

Continuammo a visitare la mostra e appena usciti raccontammo ai nostri amici l’accaduto. Ci rimase davvero impresso, perché anche a distanza di mesi ne parlavamo ancora.

Sono questi gli insegnanti che fanno male, che fanno danni, non quelli che ti danno un 4 meritato, ma quelli che non ti educano alla solidarietà e al senso civico, al considerare l’altro come un dono, come un altro uguale a te, essere umano come te.

Quei volti, però, mi avevano colpito e fino a dieci di anni fa, di fronte a ragazzi e ragazze con la sindrome di Down, rimanevo un po’ perplesso. Quei visi un po’ schiacciati e quegli occhi a mandorla li vedevo come un’imperfezione, qualcosa di anomalo rispetto ai canoni a cui ero abituato.

Un anno fa ho cominciato ad insegnare in una scuola primaria in cui, per la prima volta, ho trovato un bambino con la sindrome di Down. Ed è stata una grazia.

Ormai superate le perplessità di cui dicevo sopra, mi son ritrovato con questo piccolo che è riuscito a cacciare tutta la mia stupida diffidenza con la sola forza del sorriso e dell’amore dimostrato nei miei confronti e di chi gli vive vicino, compagni e insegnanti.

Lo vedo aggrapparsi alla sua maestra di sostegno come si abbraccia una mamma, non per paura, ma per bisogno di affetto, desideroso di restituire quell’amore che molti, fortunatamente, gli donano ogni giorno. Immagine di estrema tenerezza.

Insegnando religione lo vedo solo due ore alla settimana e, inaspettatamente, ho scoperto che quando non ci sono, sia a scuola che nella comunità che lo ospita, chiede di me.

– Aberto! – proprio così, senza la “elle”.

È un bambino fragile come un fuscello esposto alla tempesta, si ammala molto facilmente e rischia grosso anche solo per una febbre. Per nutrirsi ha una peg, perché quando non sta bene, se mangia per bocca, vomita e dimagrisce. Fatto, questo, che non ci si può permettere. È già sottopeso e non può calare ancora. Fatica a camminare.

Poi riappare, nella sua esilità, e sorride, si guarda intorno. Parla pochissimo, come i poeti e come gli angeli.

– Cosa starà pensando? – mi chiedo a volte – cosa dirà a vedere i suoi compagni correre, saltare e fare giochi che lui non può?

A vederlo par contento per loro, non li maledice. Credo non conosca l’invidia. Probabilmente è contento solo a guardarli. Nella sua disabilità gioisce per la salute degli altri, salute che lui non ha. È tanto, per un bambino così, ed è meraviglioso.

Guardandolo seduto a ricreazione, nel suo cantuccio, incapace di correre come gli amici, mi accorgo che quella sua vita, così fragile, emana una dignità che non avevo mai intuito. Molti pensano che una vita così sia una vita infame, indegna, futile abbiamo sentito dire di recente, disgraziata. Credono che la loro vita, quella di questi bambini, non valga come un’altra.

Ma cosa dà valore alla vita? Una salute perfetta, il denaro, eccellere a scuola? Quello è il Superuomo, che non esiste, ma a cui l’umanità certo aspira, sempre a danno dei più deboli, come dimostrato da ogni totalitarismo.

Lo fisso, quel bambino, e mi pare un messaggero inviato da Dio a dirmi: – Vedi? Ogni vita vale, ogni vita è sacra.

Non me lo dice a voce, ma solo con la sua presenza, con il suo essere lì, silenzioso.

Ha anche lui i suoi momenti di stizza, di noia, momenti in cui si arrabbia e vai a capire perché. Questo è un bene, perché comunica tutta la sua umanità. È anche lui un essere umano.

L’ho visto anche soffrire, piangere. Non è stato semplice vederlo così, aveva uno strano modo di lamentarsi, non faceva neppure rumore, pareva senza voce. Cosa gli passava per la testa? Cosa avrebbe voluto in quel momento, nel pianto? Avrà forse pensato alla mamma? Lui la mamma è come se non ce l’avesse, perché la vede una, due volte l’anno, e allora una mamma così è come non averla, anzi forse è peggio.

Ogni tanto, quando lo abbraccio forte, o sono io che mi suggestiono, o lui sa trasmettermi un’energia e un senso di bellezza nei confronti dell’esistenza che neanche i libri… Nell’abbracciarlo mi sento più contento, una gioia inaudita m’inonda il cuore. È inspiegabile. In quel momento mi pare di abbracciare Dio. Mi dico che probabilmente abbracciare Dio è proprio così, un’effusione reciproca di tenerezza e pace. E amore. Mi chiedo perché proprio con lui, perché proprio questo bambino mi trasmetta tutto questo. Sarà perché il buon Dio sta con chi soffre di più? Con chi ha più bisogno di lui? Non lo so.

Non so neppure se lui provi la stessa cosa, certo quello che provo io è inaspettato e singolare, una vera sorpresa nella mia vita.

In quel nostro abbraccio sto “da Dio”, forse perché lì, in quel piccolo, Dio è più presente che nel cuore di un santo? Magari è qui per parlarmi di Lui in modo inaspettato.

Noi ci aspettiamo grandi discorsi da qualche sacerdote o da qualcuno ferrato sulle cose di Dio. E invece no, invece sono loro, sempre loro, sempre gli umili, sempre quelli che vengono lasciati ai margini a essere i prediletti di Dio.

Non lo abbiamo ancora capito. Dio prima si rivela ai piccoli, agli abbandonati, agli ultimi e poi, forse, ai sapienti.

E non occorre che questi piccoli facciano grandi discorsi, a volte basta solo il loro esserci in maniera discreta, a volte basta una battuta e sono già profeti.

A scuola, il giorno più bello della settimana, è quando posso vederlo, parlargli, sentirmi chiamare con il mio nome storpiato. Poterlo abbracciare. Sto così bene quando sono con lui, sento tutta questa gioia che un giorno dico a mia moglie: – E se ce lo portassimo a casa qualche pomeriggio?

Ma poi scopro che dei genitori di un bambino che frequenta la stessa classe lo accolgono già da tempo in casa loro, a gustare un po’ di quel che vuol dire “famiglia”. Grandi! – penso – Grandi!

Sempre a ricreazione, se magari sono lontano da lui, a volte mi chiama: – Aberto! – e mi fa segno con la mano di andare da lui. Me lo dice sorridendo e batte due colpi sul gradino su cui è seduto, invitandomi a prendere posto al suo fianco.

Una volta seduti l’uno affianco all’altro non facciamo nulla, al massimo mi mostra i bambini con l’indice e li chiama, uno ad uno, come un pastore fa con le sue pecore.

Ce ne stiamo lì, in silenzio, e la vita, stranamente, per un attimo sembra perfetta.

Se penso che fino a dieci anni fa i ragazzi con questa disabilità in un certo senso mi turbavano, ora mi viene da ridere a pensare quanto stupido fossi. Ho incrociato questo bambino che pare venuto apposta a confermare la mia passata stupidità a riguardo.

– Aberto! – e mi chiama con la mano e un sorriso di una sincerità disarmante. In quel momento ho come l’impressione che mi voglia dire: – Vieni qua, non aver paura, non ti faccio niente!

Allora sorrido, perché un bambino con la sindrome di Down mi ha insegnato a non avere paura. Sono io il suo maestro ed è lui, invece, ad insegnare a me. Un bambino con la sindrome di Down mi ha educato, lui, che non sa né leggere né scrivere, all’umanità, al fatto che non c’è una vita migliore, c’è la vita e basta.

È un discorso rischioso, lo so bene, ci rifletto, ma se diciamo “migliore” rischiamo di considerare la sua come una vita “peggiore”, eppure non sembra. Lui pare contento così.

Se “migliore” significa, per me, poter saltare, correre, studiare etc., per lui non sembra lo stesso, forse per lui è semplicemente guardare i compagni che corrono, vedere un insegnante che disegna una farfalla alla lavagna o ascoltare una canzone.

Il concetto di “vita migliore” è un concetto individuale: sono io che penso cosa sia meglio per me.

Se invece mi espongo nel dire come dovrebbe essere una vita di un altro perché anche quella possa essere definita “migliore”, rischio di giudicare quella persona e quell’esistere, imprimendo una mia concezione di “migliore”, senza pensare che forse quell’uomo o quella donna hanno in mente una cosa diversa. E questa non è solo una teoria, ma una realtà, perché questo bambino, del quale potrei dire che non salta, non corre, non sa leggere, non sembra crucciarsi di ciò, semmai si arrabbia per altro.

Siamo tutti d’accordo nel dire che una vita in guerra, dove si rischia di morire ogni giorno, per il proprio credo, per il proprio orientamento sessuale o politico, dove la fame e la sete dilaniano i corpi, dove non c’è libertà di espressione, ecco, credo che questo tipo di vita vada necessariamente migliorata, perché ha a che fare con la dignità di tutti gli uomini e l’impegno civile a cui ognuno è chiamato.

Quando tuttavia queste condizioni primarie sono soddisfatte, quando uscire per strada o esporre le proprie idee non è più un pericolo, dire che la vita di un altro è peggiore della mia, che è una una vita che non è possibile vivere appieno, mi azzardo per un sentiero pericoloso, in cui rischierei di dire delle sciocchezze, perché non posso essere certo che l’altro, che conosco appena o giudico esternamente, reputi davvero la sua vita un disastro.

Posso pensare a una “vita migliore” per l’altro solo quando è l’altro ad interpellarmi, a chiedermi aiuto, con ogni mezzo. Lì allora dovrò intervenire, necessariamente, altrimenti peccherei di omissione e d’indifferenza. Ma se questa richiesta non mi perviene significa che quella persona, tutto sommato, vive bene, in una certa pace con sé e con gli altri.

Non siamo nessuno per giudicare la vita di un altro come “peggiore”. Tutti ci lamentiamo di qualcosa e sappiamo bene che una vita perfetta non ce l’ha nessuno. Cerchiamo ogni giorno di perfezionarla, ma la perfezione attende un altro tempo. Solo l’altro può dirmi “sono felice”, “non sono felice”, “la vita è bella”, “la vita non è bella”, “amo”, “non amo”. Nessuno può dire la “la tua vita è degna”, “la tua vita è indegna”.

È quello che mi ha insegnato un bambino, un piccolo più che mai gracile, silenzioso, ma pur capace di sorridere e di amare. E se qualcuno mi facesse notare che la sua vita è peggiore di tante altre, direi che, invece, è migliore della mia.

Meraviglioso Manu!

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