| di Alberto Trevellin |
Ritorno al Minazio
Il 5 agosto 2020 non si poteva andare quasi da nessuna parte, nemmeno in montagna. C’era la pandemia. Anche all’imbocco del sentiero 711 si poteva trovare un foglio in formato A4, plastificato, in cui si dichiarava il divieto assoluto di pernottare al bivacco Minazio, sulle dolomiti di Primiero e Castrozza, per questioni di tutela della salute pubblica. Nemmeno in alta montagna, quindi, si poteva pensare di stare insieme. Periodo di grandi lontananze.
Proprio in quel momento difficile, mia sorella aveva ben pensato di trascorrere alcuni giorni a Fiera di Primiero, assieme a nostro papà. Io li avevo raggiunti con mia figlia più grande, che da poco aveva compiuto sei anni e si preparava ad andare in prima elementare. Erano anni che non tornavo in Primiero, dopo diverse estati passate lì.
Quel giorno, dopo pranzo, venne a tutti un gran desiderio di escursione, di camminare, di ritornare a uno dei tratti distintivi dell’essere umano, che la pandemia ci aveva precluso dal giorno alla notte.
All’inizio avevamo pensato al rifugio Treviso, piccola classica molto facile, un’oretta di cammino, ma il 711 ci aveva attirato. L’idea di arrivare al Bivacco non ci sembrava impossibile.
Mio papà si arrese dopo circa quaranta minuti. Ci avrebbe aspettato all’inizio del sentiero. Mia figlia, invece, non era mai stata prima in un ambiente simile ed ero preoccupato di inoltrarmi con una piccola di sei anni lungo una traccia così severa, ma fin da subito si rivelò un portento.
Di quella indimenticabile esperienza ho già raccontato in Una cima per i figli. Qui voglio solo ricordare, per agganciarmi ad altro, che in quel giorno capii di avere una nuova compagna di escursioni. Nuova si fa per dire, perché prima di allora, in montagna, ci ero andato sempre da solo. Nemmeno con mia moglie posso dire di aver camminato molto per creste e valli. Lungo le antiche vie dei pellegrini sì, ma per sentieri montani no.
Da quel giorno al Minazio è passato un po’ di tempo e le Pale di San Martino le abbiamo percorse in lungo e in largo. Abbiamo fatto tutti i rifugi, attraversato l’altopiano, siamo saliti su qualche cima, sempre in giornate di sole, d’estate o con la neve.
Quella piccola bambina non si è mai lamentata di nulla. Si metteva alle mie spalle, stava un po’ indietro e mi seguiva. Solo nei tratti più esposti la facevo stare davanti.
A lei era sufficiente che in queste nostre lunghe escursioni, in mezzo, da qualche parte, ci fosse un importante pausa pranzo, possibilmente in rifugio.
– Ma poi mangiamo in rifugio?
– Sì.
– Allora va bene.
Ci eravamo promessi che ogni anno saremmo saliti al Minazio. Sarebbe stata la nostra classica, quella di ogni estate, a ricordare l’inizio delle nostre grandi avventure e a fare da osservatorio ai nostri mutamenti.
In verità è poi successo che ci siamo tornati una sola volta, per diversi motivi, sia organizzativi, sia perché una volta il sentiero era stato compromesso da una grave frana, successiva a piogge torrenziali.
Ci siamo tornati quest’anno, i primi di settembre. La prima volta era stato nel passaggio dalla scuola dell’infanzia alla scuola primaria, quest’anno dalla scuola primaria alle scuole medie. A volte i cammini, senza troppo pensarci, capitano in momenti cruciali della vita.
Si fa quasi fatica a credere che il tempo viaggi a vele spiegate. Noi non possiamo farci nulla, possiamo solo stare sulla barca e cercare di tenere il timone, di goderci il viaggio.
Sono partito per le alte cime con mia figlia che era una bambina piccola e ora mi ritrovo con una quasi ragazza, una bambina per modo di dire.
Ho visto cambiare il suo corpo, la sua voce, la sua resistenza alla fatica, la sua capacità di orientarsi, il suo modo di stare sui sentieri. Nel frattempo, però, anche per me sono cambiate molte cose, ma quello che conta di più è che siamo ancora io e lei, per queste selvatiche vie, tra i boschi e le pietraie delle nostre montagne.
Quando abbiamo imboccato il sentiero siamo partiti ben più gagliardi di cinque anni fa. Ormai ha il passo di un adulto allenato. Sto contando i giorni di quando mi sorpasserà e sarò io a doverle stare dietro.
Il primo tratto attraversa un fitto bosco di abeti e faggi, bosco di una bellezza che sempre mi blocca, sempre mi fa rallentare il passo. Ecco, io credo che sia impossibile dire “Dio non esiste” quando ci si trova all’interno di un bosco. Non succede nulla lì, sembra tutto fermo, al massimo vediamo passare un animale selvatico, tutt’al più avvertiamo una leggera brezza passare tra le fronde. Eppure sostando lì, in silenziosa comunione con quegli esseri immobili, si percepisce, quasi da poterla toccare, la sacralità di quel luogo. Impossibile non fermarsi un momento in un posto così, sacrilegio non dedicare qualche minuto di sosta a uno spazio imbevuto da cima a fondo di una luce e di un umore unici.
– Fermiamoci un attimo, Diletta, fermiamoci un poco qui. Beviamo un sorso d’acqua. Senti? Tu, cosa senti?
– Un aereo?
C’era effettivamente un aereo che passava sopra di noi, a qualche migliaio di metri, ben più alto delle cime che avevamo attorno.
– È vero. E cosa senti ancora?
– Il vento che passa tra gli alberi.
– Vero anche questo. E poi?
– Il respiro.
– E dopo il respiro?
– Il battito del cuore.
Senza accorgercene troppo stavamo facendo un’operazione di discesa, pur essendo incamminati in salita. È sempre così nella montagna più vera, pensiamo di salire in alto, ma in verità compiamo una discesa spirituale in noi. Diventiamo speleologi dell’anima, dalle cose più esterne a noi, come l’aereo, a quelle più interiori, più vitali, come il respiro e il palpitare del cuore.
– E oltre al cuore, cosa senti dentro di te? Guardati attorno, guarda la luce che passa tra le foglie degli alberi…
– La bellezza…
– Sì, la bellezza… e quindi?
– E quindi?
– E quindi questa bellezza cosa ci vuole dire?
– Dio?
– Sì, io credo proprio così, Dio, che è in tutto il suo creato e si mostra anche così, attraverso questa bellezza, con questa luce debole ma vera che passa tra le foglie dei faggi. Guarda là che roba… Senti? Si percepisce quasi sulla nostra pelle che questo posto è pieno di lui.
Rimaniamo ancora trenta secondi in questo stato di contemplazione silenziosa. Poi ripartiamo.
La salita è sempre quella, sempre difficile, sempre pronta a strapparti il fiato dai polmoni con le unghie. Non molla mai quel sentiero, mai. Ma questa è l’illusione di ogni alpinista, che il sentiero si faccia meno erto, che ad un certo punto, nel pieno della fatica, la salita si trasformi in pianoro, in valle. Non accade mai, al massimo quando si raggiunge qualche cresta.
Incontriamo diverse persone che scendono e altrettante che salgono. Sorpassiamo tutti e tutti fanno i complimenti a lei. Non capita effettivamente tutti i giorni di vedere una bambina salire per questi sentieri.
Anche io la guardo, anzi la ammiro, ammiro mia figlia col passo di un camoscio, quasi balzare da una pietra all’altra. Guardo le sue gambe, lunghe gambe di ragazza, non più piccole gambe di bambina. Penso a quei centimetri che si sono aggiunti in questi anni, a tutto quello che è cambiato e successo durante lo sviluppo di quei centimetri e ho come una stretta allo stomaco, di quelle oneste, che sanno di pugno mal preso, e che mi ricorda tutta la gioia e la bellezza della vita che scorre, il fiume d’amore, fresco e limpido, in cui assieme, in questi anni, siamo stati immersi.
Il bivacco sembra non arrivare mai. Non riusciamo neppure ad intravederlo, eppure c’è, è lì dietro, da qualche parte.
– Dov’è papà?
– Credo sia lì.
– Dove?
– Là, dietro a quelle rocce.
– Manca ancora tantissimo!
– Forsa e corajo! Un passo alla volta e ce la facciamo.
Arriviamo più o meno all’orario che avevamo previsto. È pieno di gente, soprattutto ragazzi. Cinque anni fa non avevamo trovato nessuno, questa volta, lungo tutto il sentiero, abbiamo incontrato una quarantina di persone. Mi fa impressione vedere così tante persone in un sentiero come questo, non ci sono abituato.
Dei ragazzi ci chiedono in inglese se dormiremo lì. Io rispondo, in modo un po’ sgangherato, che no, non ci fermeremo a dormire, solo a pranzare. Ed entriamo nel piccolo rifugio.
Mangiamo due panini di fila, seduti al tavolo del bivacco, unto di tutto, di cibo, sudore e scritte. Vita da alpinisti, vita spartana.
Riempita la pancia, ci stendiamo fuori dal bivacco, sulla roccia fredda, però il cielo è terso e c’è un bel sole. In due minuti ci intorpidisce e ci addormentiamo, la sua testa sulla mia spalla, come quando era piccola. Sento ancora tutta la forza della tenerezza. Il tepore del sole che culla entrambi… vorrei protrarre il più a lungo possibile questo momento di felicità. Dormiamo quindici minuti che sembrano quaranta, poi, mi rendo conto che è tempo di rimettersi in cammino. La sveglio piano.
Prima di andare via dobbiamo farci la foto di rito, dobbiamo farla nello stesso punto delle volte precedenti e allo stesso modo. Lei sulle mie spalle e qualcuno a scattarci la fotografia, come cinque anni fa, come quando era bambina. Ma non è più così, non riesco più a tirarla su con un colpo di reni e mettermela sulle spalle come se nulla fosse. Gli anni, oltre ai centimetri, hanno aggiunto alcuni chili. Le propongo di andare dentro al bivacco, lei sale sul tavolo e io la carico sulle spalle. Ma alla fine optiamo per una foto più semplice, uno affianco all’altra, abbracciati, questo sì.
Succede anche questo, con i figli, che a un certo punto li dobbiamo mettere giù, che non riusciamo più a portarli, non solo fisicamente, ma perché ormai hanno gambe e fiato per iniziare a percorrere la vita da soli e noi non li possiamo, non li dobbiamo trattenere.
Ci scatta la foto un ragazzo austriaco ed eccoci là, ancora noi due, in piedi, sorridenti, in una giornata di sole, nel cuore delle nostre montagne.
Mentre scendiamo, come era accaduto per la salita, affrontiamo qualche facile passaggio di primo grado e qualche tratto in cui è necessaria una certa attenzione. Mi rendo conto che per questi passaggi deve ancora appoggiare il sedere sulla roccia per trovare più equilibrio e sentirsi più sicura. “Allora è ancora un po’ bambina”, penso sorridendo. “Sarà sempre così, in fondo… come potrebbe essere altrimenti?”