Il canto di Natale dei nostri bambini e quelle voci che ci annunciano il mistero

| di Alberto Trevellin |

I nostri bambini, i nostri figli, sono gli esseri più prossimi all’origine. È evidente a tutti che l’età prescolare, ma in parte, per alcuni, anche quella dei primi anni di scuola, è un’età dove il male ci appartiene solo nella misura in cui viene subito e non anche compiuto. Da piccoli, non si può davvero essere cattivi, non si può compiere volutamente il male. Tutto quello che ci appare cattivo a quell’età, a dire il vero, è il riflesso di quanto i piccoli hanno appreso dai grandi, da noi.

Sono buoni i bambini, tanto buoni. Quando parliamo di quell’età come dell’età dell’innocenza non lo diciamo a caso, così, perché siamo abituati a dirlo. I bambini sono davvero in-nocentes, non-nocenti, non-dannosi, non-colpevoli. Forse è perché sono i più prossimi all’origine della bontà, del bene che li ha voluti e fatti sorgere al mondo grazie al fiat dei genitori.

Quello che noi vediamo in loro e che a volte riteniamo una forma infantile di cattiveria, un capriccio, solitamente si può ricondurre al desiderio più profondo di ciascun uomo, che è quello di essere amati. Passerebbero giorni interi tra le nostre braccia. Di quello hanno bisogno e quello gli basta.

Questi piccoli, nell’avvicinarsi del Natale, diventano portatori di un annuncio che ci vuole rivelare proprio quel bene a cui loro sono vicinissimi, per lo stato di vita di innocenza in cui si trovano. Chi ha o ha avuto figli in età della scuola dell’infanzia sa bene cosa significa.

Se frequentano una scuola paritaria cattolica, per esempio, dove ancora il Natale può essere celebrato e cantato senza troppi problemi, imparano alcune canzoni e poesie che hanno proprio la Natività come sfondo. A scuola le cantano, le ripetono, le ascoltano e poi, una volta a casa, fanno altrettanto.

Noi genitori ci scherziamo un po’ sopra. Da novembre fino al giorno di Natale, a volte anche dopo, sentiamo queste canzoncine, le sentiamo cantare, balbettare, sussurrare. Sentiamo pochi versi, poi tutte per intero. Le cantano mentre giocano, mentre sistemano le cose del loro mondo, mentre disegnano, mentre noi siamo alla guida e loro seduti dietro. A volte entrano in loop e ripetono la canzone, due, tre, cinque volte di fila. A volte rischiano di farcele andare di traverso.

Sono testi semplici, pieni di gioia e di allegria, testi pensati per bambini, cantati da bambini, che possono capire anche loro. È già più complesso, ma certo non impossibile, far cantare e comprendere a quell’età un Adeste fideles o un Veni redemptor gentium.

Sappiamo che sarà così fino alla fatidica data della recita, dove troveremo centinaia di altri papà, mamme, nonni, zie, zii, parenti di ogni grado, amici, in una generale confusione, tra canti e pianti di bambini, cui seguirà l’immancabile cioccolata calda, il panettone, il pandoro e il vin brulé. Ci saranno alcune conversazioni forzate, altre che volevamo fare volentieri con chi non vedevamo da tempo. Alcuni genitori si vestiranno da elfi di Babbo Natale, ci venderanno qualche biglietto della lotteria, con il quale porteremo a casa i giocattoli usati di qualche compagno di scuola dei nostri figli. Infine, andremo via un po’ provati da quell’esperienza, da quelle tre ore di chiasso deciso, ma con i cuori lieti.

Ma i canti? I canti dei nostri bambini, delle nostre bambine? La recita non è certo il momento migliore per ascoltarli, per cercare il senso di quelle parole che ci sembrano fin troppo elementari. Non andiamo lì tanto per sentirli, infatti, ma per vederli e perché loro possano vederci, perché possano dire la mamma e il papà ci sono, eccoli là.

I canti, le poesie, quei versi così semplici, bambini anche loro, che narrano sempre di magi e pastori che vanno verso una capanna, di una famiglia, di una stella, di un bambino che nasce, di cieli che si squarciano e di luci che irrompono, di animali che parlano e si accordano per difendere un neonato, sono da gustare, in realtà, proprio in quei momenti quotidiani in cui siamo noi con i nostri figli. Le parole che si posano sulle loro piccole labbra e che poi prendono il volo per giungere ai nostri orecchi, a pensarci bene, non “sono solo canzonette”, non sono versi un po’ troppo melensi e sdolcinati per far sembrare il Natale più kitsch di come a volte il mercato, per nulla interessato al fatto religioso, ci mostra.

Possiamo intenderle così, come canzoncine un po’ finte, un po’ vuote, ma solo se al Natale non ci crediamo. Però se crediamo che il Natale porti con sé un mistero e un annuncio, anche solo un po’, se crediamo a quell’evento, allora quelle canzoni non sono affatto parole al vento, da aggiungere ai tormentoni del periodo.

Si parla spesso del silenzio di Dio, e si fa altrettanto della sua parola, parola di Dio, intesa però da un punto di vista strettamente biblico.

E se invece Dio non se ne stesse troppo in silenzio? Se la sua parola non fosse solo quella del testo sacro? Se toccasse a noi, invece, avere orecchi buoni per ascoltare la sua voce anche nella voce di chi ci sta intorno, nella voce dei nostri piccoli bambini, per esempio? Qui habet aures audiendi, audiat. Chi ha orecchi per intendere, intenda, ci insegna da un pezzo il Maestro. 

Allora, con orecchi del genere, i versi dei testi che i nostri figli cantano mentre noi stiamo facendo colazione, mentre prepariamo la cena, svuotiamo una lavastoviglie, mentre guidiamo, facciamo i conti, ci colpirebbero con la potenza che solo la voce della tenerezza di chi è innocente può avere. Ci travolgerebbero con la forza di un annuncio, di un Logos che si vuole rivelare a noi proprio tramite il canto di chi a quel Logos è più vicino.

Ho ancora in mente la prima poesia della mia prima figlia, recitata davanti a un presepe a grandezza naturale, a pochi giorni del Natale del 2017. Era una giornata molto grigia, fredda, come solo qui in Veneto a volte può essere, tra nebbia, smog e l’eclissi del sole.

Ma quella bambina, davanti a quella capanna, quale luce portava… a me e a mia moglie portava una grande luce. Era un annuncio per noi.

Storpiando le parole ci annunciava che…

Nasce a Natale piccino, piccino

uno speciale, grazioso, bambino

nasce in iuna capanna, con la sua mamma e il suo papà

Lo scaldan gonfiato il due e il nasinello

si chiama Gesù, è nostro fratello

Ancora oggi, nonostante abbia ormai dodici anni, recitiamo quei versi, ricordando quel chiarore.

Oppure questa canzone della tradizione anglosassone, che ormai so quasi a memoria, perché ascoltata decine di volte, cantata da tutte e tre le mie figlie:

The Virgin Mary had a baby boy,
The Virgin Mary had a baby boy,
The Virgin Mary had a baby boy,
And they say that His name was Jesus.

He come from the glory,
He come from the glorious kingdom.
He come from the glory,
He come from the glorious kingdom.
Oh yes, believer! Oh yes, believer!

In questo periodo, invece, istruiti dalla più piccola, ci stiamo tutti esercitando con il Cha cha cha delle pecorelle .

Potrei cantarne e recitarne almeno una decina di testi simili, tanto li abbiamo ripetuti e ascoltati.

In ognuno di loro riesco a scorgere quel mistero che ci presentano i vangeli, mistero in cui, proprio grazie alle mie piccole bambine, ho potuto immergermi di più, tramite le loro tenere e dolci voci, durante quel clima di attesa che solo il Natale ci sa donare.

Non si può rischiare di incorrere nell’errore di credere che, proprio per la loro semplicità, per la loro simpatia, non valgano nulla, siano solo dei jingle che si aggiungono ad altri. È la classica tentazione di noi “grandi”, credere che un discorso non aulico, non forbito, non elevato, non cattedratico, non debba essere preso troppo sul serio, non possa portare alcuna verità. Gesù stesso ci mette in guardia da questo sbaglio, quando ci insegna come va colta la rivelazione: Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli (Mt 11,25).

Dio si rivela e rivela queste cose, le sue cose, ai piccoli.

I nostri bambini, quindi, ci annunciano quello che gli angeli e la stella annunciarono a pastori e re magi.

Cristo si è certo incarnato in un momento storico ben preciso, ma siamo tutti sempre in attesa di quella stella, di quegli angeli nella notte, che ci annuncino proprio quell’evento lì, proprio quella storia lì, di un Dio che non resta nascosto, ma viene tra noi.

Non è necessario passare per la teologia delle aule universitarie per cogliere il mistero dell’incarnazione. A volte può bastare il canto di un bambino.

E ricordando quello che disse l’angelo rivelandosi ai pastori, non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo, possiamo scorgere, udire, nella voce dei nostri figli, la gioia di quell’annuncio… ecco, vi annuncio una grande gioia

Non sono forse anche questo i canti di Natale dei nostri figli, una grande gioia, non solo perché sono essi stessi a cantarli, ma perché sono proprio loro ad annunciarci il mistero di Betlemme?

Ascoltiamo bene la voce e le parole di ogni bambino, perché le loro bocche sono bocche sante e quello che dicono potrebbe venire da Dio, potrebbe essere ciò di cui abbiamo davvero bisogno, annuncio di un mistero che resta mistero, ma, in qualche modo, a noi vuole rivelarsi.

Ascoltiamo le voci dei nostri bambini, perché finiranno la scuola dell’infanzia, la scuola primaria. Un giorno non le sentiremo più così, con tutta quella dolcezza, con quella tenerezza. Avranno il nostro stesso tono di voce, e sarà diverso.

Godiamocele, pertanto, stiamo attenti a cosa hanno da dire, a cosa cantano, a cosa ci annunciano. Gustiamo tutta quella tenerezza, quella dolcezza, i balbettii, le parole che escono dalle loro piccole bocche.

E anche se ci stancano, se a volte ci tediano perché le ripetono sempre, sorridiamo e siamo felici di poter ascoltare una voce così, perché non si sa mai, potrebbe essere davvero la voce di Dio.

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