| di Alberto Trevellin |
Partivamo ai primi di dicembre, appena dopo pranzo, quando io e mia sorella eravamo tornati da scuola. Mio papà ci faceva salire in macchina e per un’ora aspettavamo trepidanti di arrivare sul monte Corno, sull’altopiano di Asiago. Andavamo a cercare muschio fresco, muschio buono, per il nostro presepe.
Il tempo era quasi sempre grigio e plumbeo, con qualche rara irruzione dei raggi del sole. Parcheggiavamo ai margini del bosco, in una stradina di sassi, una mulattiera, credo. Faceva sempre un gran freddo, certo non era come in pianura. Dovevamo fare abbastanza presto, perché la luce, in quel periodo, volge presto al suo tramonto.
Cercavamo dei bei massi, un tronco d’albero caduto o una qualsiasi superficie dove sarebbe potuto crescere. Riempivamo due belle sporte della spesa, forse tre, in sacchetti di plastica bianchi.
Sento ancora il silenzio del bosco e vedo ancora le ombre venire avanti tra gli abeti solenni, mio papà che richiama la nostra attenzione su un determinato punto, mia sorella che prova con le sue piccole mani a prendere qualche pezzo di quel materiale umido e verde.
Quando avevamo riempito bene le nostre borse, con il muschio che credevamo sufficiente per il nostro presepe, facevamo ritorno.
Arrivati a casa, venuta la sera e il tempo di andare a dormire, mi coricavo sotto le coperte, portandomi le dita sotto al naso per annusare il profumo di quella terra incantata. Stavo lì qualche minuto, a respirare quell’aroma, quell’odore forte che solo la morte che rifiorisce riesce a darci. Anche oggi, quando vado nei boschi, prendo un pezzo di muschio, mi strofino un po’ le mani e lo rimetto sul masso sopra il quale l’ho trovato. Poi passo una ad una le dita con il naso, respirando avidamente. Come da bambino, di nuovo cerco quell’odore, quel profumo selvatico e due immagini si aprono sempre, istantaneamente, in me: il bosco e il presepe.
Ho imparato da piccolo a farlo, a prepararlo con cura, da mio papà, che l’aveva appreso, a sua volta, da suo papà. Ci sono gesti, riti, che ereditiamo e che diventano eredità per i nostri figli e poi per chissà chi. Alcuni restano solo nostri e non passano neppure alla generazione successiva. Altri proseguono per secoli. Ce n’è uno che va avanti da duemila anni.
Credo sia stato il presepe, assieme alla messa domenicale, a farmi capire che il rito è ciò che rende sacro un evento considerato profano e di riti, la nostra vita, è piena. Se guardiamo bene ciò che ci circonda e ciò che facciamo quotidianamente, ci rendiamo presto conto che i riti costellano la nostra esistenza. Abbiamo i riti delle istituzioni religiose, quelli pubblici, privati, abbiamo “il rito del tè”, quello del cambio della guardia e l’elenco davvero potrebbe diventare un libro.
Con il rito cerchiamo di creare un varco tra questa nostra realtà e una realtà che sia altra da noi. Con la ripetizione di un gesto, di un evento, diamo sacralità a questo, ci sforziamo di elevarlo a una dimensione Altra e, certe volte, con alcuni riti, ci pare che questa alterità filtri, passi concretamente attraverso le nostre azioni rituali, attraverso quello che le nostre mani riescono a realizzare.
Proprio con il presepe, con tutta la sua ritualità, i suoi gesti, i suoi tempi, sin da bambino ho cercato questo varco.
Solitamente lo facevamo fuori. Era sempre buio e freddo, tante volte c’era nebbia nei campi intorno. Cercavamo di farlo grande, con statuine piccole, ma grande per estensione. Quella grandezza non era una mania né di mio papà, né mia, ma con quelle dimensioni allargate, generose, cercavamo nella nostra pace domestica di far spazio a un evento immenso, incontenibile: la nascita del Figlio di Dio.
Tra me e me pensavo: – Tutto questo spazio solo per un bambino, per un piccolo solo! – e ne ero felice, mentre guardavo sorridente quella nostra creazione.
Ragionavamo in modo diametralmente opposto a quello di un nostro parente che, lo ricordo ancora oggi, vedendo il nostro presepe, così grande, così curato, ci disse un giorno: – Così grando!? Ci sarà voluto un sacco di tempo par farlo. E dopo a smontarlo!? No, no! Figuriamoci. Io ne ho uno che si apre e si chiude in dò secondi. Lo tiro fuori, lo apro e lo metto sulla credenza. Quando è tutto finito, lo metto via alla stessa velocità.
Non c’era nessun rito, nessuno mistero, nessuna domanda nel suo modo di fare il presepe. Nessuna luce. Solo la sensazione di dover assolvere un obbligo della tradizione e la speranza che finisse tutto il prima possibile. E anche se quella sua capanna aveva le sue belle statue, quel presepe, in verità, era vuoto. Lo poteva capire persino un bambino.
Noi, invece, andavamo avanti giorni. Prima la struttura, e toe, le tavole di basamento. Poi i pali laterali. A volte anche il tetto, con un telo bianco o nero, per chiudere tutto. Infine muschio abbondante, statuine e lucette. Non c’è vero presepe senza quelle luci gentili, che ricordano un po’ le lucciole dei campi, nelle calde sere d’estate. Sono loro a trasformare quell’assemblaggio artistico di materiali diversi in una poesia plastica. Il presepe è a tutti gli effetti una poesia, ma come tutte le poesie, ci sono quelle belle e ci sono quelle brutte. Quelle che ci metti quasi un mese a tirarle su (e quasi altrettanto a metterle via) e quelle che apri e chiudi in due secondi.
Un anno, di queste poesie, ne facemmo una di quasi quattro metri per due. Immensa, bellissima. Si sentiva il profumo del muschio solo a spingere un poco il naso dentro a quella sacra rappresentazione. Avevamo anche costruito una ruscelletto con una piccola corsia di allumino in cui far correre l’acqua. Attraversava tutto il presepe, da destra a sinistra, nostro piccolo Giordano. Fu la parte più difficile da realizzare.
Vennero a vederlo anche alcuni amici. Tutti restavano colpiti da quella cura.
Mio papà disse che dovevo partecipare al concorso dei presepi che il parroco proponeva già da alcuni anni. Seguii il consiglio e venne a farci presto visita con un mio animatore. Capii dal modo in cui annuivano che gli piaceva, che era bello anche ai loro occhi.
– Ma l’hai fatto tutto tu o ti ha aiutato anche qualcun altro? – era un concorso per bambini.
– Il papà mi ha aiutato a montare la parti più difficili e il ruscello. Il resto l’ho fatto io – ed era vero.
Quando ci furono le premiazioni, alla fine di una messa di gennaio, non sapevo nemmeno in quanti fossimo in gara. Sapevo che qualche amico l’aveva fatto, ma non sapevo bene “come” lo avesse fatto. Io me ne stavo seduto alla sinistra del seggio del don, che in quel momento era all’ambone. Avevo la mia bella tunica da chierichetto e il ciuffo biondo pettinato a dovere. Guardavo per terra.
Poi mi chiamò, quasi d’improvviso, o almeno a me sembrò così, davanti a tutta l’assemblea. Mi sentivo così in imbarazzo di fronte a tutti quegli applausi che strinsi la mano al parroco, presi il premio e tornai veloce al mio posto. Avevo vinto.
Era un angelo stilizzato di circa 40cm, fatto con una rete metallica dorata. Teneva in mano una lunga tromba, grande quanto l’annuncio che doveva dare. Ero contento di essere arrivato primo, ma lo ero ancora di più per quell’angelo. Ho ancora vivida nella memoria la sua immagine. Crescendo, poi, tra i tanti giri che fanno le cose nelle nostre case, quell’angelo è scomparso, ma non è stato lo stesso per il ricordo di lui e la bellezza di quella nostra Natività.
Il mio modello di riferimento, comunque, restava sempre il presepe allestito nel chiostro della magnolia nella basilica del Santo. Un presepe grande, esagerato, bellissimo. La mamma e il papà mi portavano sempre e ogni anno ero curioso di vedere quali novità avessero pensato i frati.
Entravamo dall’ingresso principale, passavamo la tomba, poi sotto il monumento funebre dei De Marchetti, con lo scheletro alato con la tromba sulle labbra, che ancora oggi mi fa impressione, ma per fortuna, a smorzare quella figura, poco sotto c’è una gallina, che, al contrario, mi fa sempre sorridere. Poi avanti, la lingua di Antonio, le reliquie e, finalmente, il grande presepio.
A volte mi sembrava vivo. C’erano i rumori degli artigiani, il fabbro, il falegname, qualche belato, la pioggia e, sullo sfondo, la cometa. Tutto era una meraviglia ai miei occhi. Per me non c’era presepe più bello e a casa, con quello che avevo tra le mani, cercavo di imitare proprio quella bellezza.
Impossibile, invece, provare anche solo a replicare quello vivente che vidi a Noventa di Piave, di cui ricordo ancora i legionari che mi passano a fianco, sulla sinistra, marciando, vestiti di tutto punto, di porpora e oro. Sento ancora il rumore dei ferri che avevano addosso. E poi le bestie, i canti, i rumori.
Pensandoci oggi, ormai lontano da quel periodo mitico, mi accorgo che ogni presepe, ogni bel presepe che ho incontrato e fatto, mi poneva in un stato contemplativo. Di fronte alla bellezza di una natività, opera dei frati del Santo oppure delle mie stesse mani, non facevo solo un’esperienza estetica, cioè di giudizio sulla bellezza o sulla bruttezza, ma anche un esercizio di contemplazione di un mistero. Non era solo questione se il presepe fosse bello o meno, ma anche di che cosa lì si potesse contemplare, vedere.
E c’era sempre un bambino con i suoi genitori, tra un bue e un asino. Una serie di personaggi che accorrevano a lui, anche se è proprio della statua rimanere immobile. Poi il buio e la luce. Quel buio di dicembre, che viene avanti presto e per contemplare un presepe è un bene, perché i presepi vanno contemplati così, nell’oscurità, perché solo nel buio si coglie meglio la luce e la tenerezza di cui sono araldi.
Anche oggi, quando la sera chiudo tutto, dopo aver riassettato un po’ casa, prima di salire le scale che portano al piano superiore, lancio uno sguardo alla debole, dolce, luce della capanna, luce gentile, che mi accompagna per tutto l’Avvento. E quello che più mi fa soffrire, alla fine del Natale, non è tanto dover smontare tutto, ma dover rinunciare a quella luce e a quel senso di pace che sempre m’infonde, prima di andare a dormire.
Sarà perché in quel silenzio della notte mi ricorda il grande mistero. Sarà, forse, perché lì dimora il principe della pace, anche se piccolo, di plastica e magari colorato un po’ male. Sarà perché anche io vorrei, un giorno, potermi inginocchiare e baciare i piedi del piccolo di Betlemme, proprio come le statue dei pastori e dei magi che le mie bambine hanno posto di fronte a quella mangiatoia.