| di Alberto Trevellin |
Caro Giovanni,
ho ricevuto la tua lettera qualche giorno fa. Me l’ha consegnata mia figlia mentre tornavo dai campi. Mi è corsa incontro urlando: – Papà, papà! Una lettera da Parigi!
Sulla busta c’era un bel timbro che dichiarava la provenienza della missiva, Paris!
E’ strano, oggi, vedere arrivare buste, lettere con timbri e francobolli, indirizzi scritti a mano. Hai fatto bene a propormi questo ormai desueto modo di dirsi le cose tra amici. Ha tutto un altro sapore, non c’è nulla da dire. Il confronto con le eteree e freddissime mail non regge proprio.
Ai miei studenti dico sempre che se san Paolo avesse scritto delle mail ai Corinti, ai Romani, se avesse inviato un audio, oggi probabilmente non avremmo nessun corso di teologia paolina. Almeno le nostre lettere resteranno, magari qualcuno le pubblicherà, non si sa mai come vanno a finire queste cose. Magari i nostri figli le butteranno nella carta, nei bidoni gialli, il martedì mattina.
Ti ringrazio molto per il libro di Thibon. Era da tanto che cercavo l’edizione francese ad un prezzo ragionevole. Quando verremo questo Natale mi piacerebbe che andassimo tutti insieme alla Shakespeare and Company, vorrei acquistare tutti i libri di Christian Bobin e qualche altro di Simone Weil, sperando che non mi costino un occhio della testa, altrimenti non saprei come giustificarmi con Luisa.
Non sai quanto t’invidio, positivamente s’intende, per quello che mi hai raccontato su Notre Dame e la bufera di neve. Avrei voluto esserci anch’io. Qui invece non nevica mai. Soprattutto non possiamo vantare il gotico che c’è in Francia. Mio Dio, Giovanni, il gotico! Ogni volta che ci penso mi vengono i brividi a pensare di cosa sono stati capaci quelli ci hanno preceduto. Eppure credevano in ciò in cui crediamo anche noi, giusto? O forse no? Abbiamo perso qualcosa? Che fede avevano? Era più della nostra? Non lo so Giovanni, non lo so davvero. Quello di cui sono sicuro è che oggi non siamo più in grado di fare chiese così, solo in rari casi. Per il resto facciamo delle oscene costruzioni in cemento armato, neanche dovessimo difenderci ogni giorno da una minaccia atomica, sempre grigie. Guardandole si capisce subito che la fede di chi le ha pensate, ma anche di chi le ha approvate, doveva essere al lumicino, altrimenti non avremmo queste brutte chiese.
Eh, caro mio! Il gotico! Il gotico! A quello dovremmo tornare, come stile intendo.
Di queste cose, comunque, avremo modo di parlarne ampiamente quando verremo da voi. Mi dispiace non arrivare in tempo per il 25, ma non c’erano più diretti. Cercheremo di prolungare i festeggiamenti oltre quella data, perché il rischio che corriamo ogni anno è quello di esaurire la spinta dell’Avvento già al pranzo di Natale, verso le 15:30, quando si è arrivati al dolce, si sono scartati i regali e fuori comincia ad imbrunire. Non credi? Io ho spesso questa impressione. Che tutte le ghirlande, gli addobbi, i canti, si arrestino verso quell’ora del pomeriggio. Già la sera, se ci pensi, non si ha la forza di replicare una festa come quella vissuta a pranzo e, tante volte, ci si trova a mangiare gli avanzi del mezzogiorno. Sempre buoni, per carità, ma davvero non sarebbe pensabile rifare la festa da capo. Non siamo pronti per trattenere in noi un gaudio simile per troppo tempo, ci toccherà aspettare l’eternità per una cosa così. Certo che essere all’apice della festa e poi doversene allontanare non è mai facile. Di questo me ne sono ben reso conto al matrimonio di mia sorella, che abbiamo festeggiato in un rifugio in montagna, come ti avevo raccontato. Ci siamo arrivati subito dopo la messa, verso le dodici mi pare. E lì, Giovanni, siamo andati avanti fino a che mia sorella non è svenuta per la stanchezza, ormai a notte bella e fatta. Però di quel giorno ricordo la grande gioia che ci toccava fin nelle viscere, il cielo terso e il sole gagliardo. Ma ricordo anche il suo tramontare, lento, inesorabile. Ogni volta che uscivo dal rifugio lo vedevo scendere sempre più giù, più giù, dietro le montagne e mi dicevo “tra un po’ la festa finirà” e ne soffrivo, perché avrei voluto che non finisse mai.
Chissà se i magi e i pastori hanno provato la stessa cosa quella notte, in quei giorni, mentre si allontanavano dalla capanna… Proprio qui, in verità, volevo arrivare con questa lettera. Fortuna che mi sono un po’ calmato e ho atteso qualche giorno per scriverti, perché l’emozione e il turbamento che ho provato sono stati al limite di quello che può reggere il mio cuore.
Non ne ho ancora parlato con nessuno, a parte con Luisa, perché certe cose non si riescono proprio a trattenere, bisogno dirle, se no si scoppia. A don Luca non ho detto ancora nulla, perché farebbe fatica a capirmi, penserebbe a un mio un crollo nervoso, che sia impazzito.
Ma come dire una cosa così intima, che ci tocca così in profondità, senza sbagliare, senza essere presi per folli? Non è facile, Giovanni, non è affatto facile.
Proverò comunque a dirti quel che mi è successo qualche notte fa, ma per favore, non farti subito strane idee e vai fino in fondo. Di te mi fido, sei l’unica persona oltre a mia moglie a cui credo di poter confidare, per ora, forse per tutta la vita, quello che mi è toccato. Sì, mi è toccato, perché io mica ne sono andato in cerca.
Tu sai bene quanto mi piaccia curare il tempo dell’Avvento, con le luci, il presepe, le candele, le ghirlande, gli gnomi che fanno da guardia all’ingresso e che mi diverto a spostare durante la notte, così che le piccole pensano che questi si spostino da soli. L’anno scorso abbiamo anche installato una stufa usata, ma grande, con la finestra per vedere il fuoco. Perché del fuoco non è bello solo il crepitio, ma anche la sua danza, ma se non la si può vedere è un gran peccato.
Insomma, me ne stavo disteso sul divano, dopo che le bambine e Luisa erano salite per andare a dormire. Davanti a me avevo l’albero tutto agghindato dalle mie donne, la luce della prima candela della corona d’Avvento e il ballare sereno del fuoco nella stufa. Il calore di questa, poi, è magnifico, magnifico, non c’è un caldo più bello e gradevole di quello della legna. L’accenderei anche d’estate se non fosse che in casa, in quel periodo, ci sono ventinove gradi pur tenendo chiuse le finestre.
Comunque, me ne stavo lì, sotto la grande coperta, a pensare a quanta bellezza ci porti questo periodo dell’anno, a come facciamo poi fatica a trattenerlo, quando ho sentito un rumore venire dalla porta della cucina, che potevo vedere di fronte a me. Non avevo ancora chiuso i portoni, è una faccenda che sbrigo poco prima di andare a dormire.
All’inizio pensavo fosse il gatto. Riesce ad aprirsi la porta saltando sulla maniglia. Ma ormai so riconoscerlo e quel tentativo di aprire la porta non era suo. Immagina il timore che ha cominciato a prendermi. Ho fatto per alzarmi per andare a vedere chi fosse, ma non avevo fatto a tempo a mettere giù un piede che, caro mio, lo so che farai fatica a crederci, è entrato un cammello in cucina. Figurati la mia reazione. Ero forse più pronto ad un ladro che a un cammello.
Si muoveva agitato nell’angusto spazio in cui era venuto a trovarsi. Mi sono accorto che dagli zoccoli perdeva sabbia e polvere di roccia. Ad un certo punto ha cominciato a bere dalle tazze che erano sul lavello e a mangiare gli avanzi della cena che erano rimasti sui piatti. Ne ha fatto anche cadere uno per terra, ovviamente rompendolo.
Io ero pietrificato. Non riuscivo a muovermi. Non mi era mai capitata una cosa così.
Nel frattempo sentivo l’aria fredda della notte venire avanti, e un gran vento che muoveva la tenda, finché mi sono deciso ad alzarmi e mi sono diretto cautamente verso quella bestia spaventata e affamata. Ma proprio nel momento in cui mettevo piede in cucina, ecco entrare un uomo, un tipo sulla cinquantina, barba e capelli lunghi, marroni, vestito con un lungo abito blu, che doveva essere per forza di alta sartoria. Non era certo poliestere. In testa aveva una cuffia dorata, abbellita da pietre di vari colori, ma sono riuscito a riconoscere solo i lapislazzuli. Alle orecchie portava due pendenti d’oro, la pelle olivastra.
E’ entrato brontolando al cammello, ma si è accorto presto anche lui di essere in un luogo in cui non sapeva ben orientarsi. I nostri sguardi si sono incrociati. Mi è venuto incontro per stringermi la mano con un sorriso pieno di meraviglia. Mentre me la stringeva forte continuava a ripetermi:
-Balthasar! Balthasar!
Io non capivo, figurati. Avevo in mente il cammello che aveva iniziato a mangiare il cartone della scatola che il corriere mi aveva consegnato quel pomeriggio e questo tipo originale vestito come un berbero che mi stringeva la mano, continuava a ripetere: Balthasar! Balthasar!
Per educazione gliela ho stretta anch’io, la mano: – Marco, – gli ho detto.
– Marco!
– Sì, Marco. Tu, Balthasar.
E sorridendo ancor di più si è portato la mano al petto: – Balthasar!
Era confuso, come del resto lo ero pure io. Cercava qualcosa, ma non sapevo ancora cosa. Certo tu hai già capito dove voglio andare a parare e chi è questo tizio che mi è entrato in casa con un cammello.
Sono quasi sicuro che fosse persiano. Di sicuro non aveva tratti normanni, né mediterranei.
– Abbiamo visto la grande stella e l’abbiamo seguita. Un grande re sta per nascere! – e gli brillavano gli occhi.
Mi rendevo conto che parlava un’altra lingua, farsi, credo, ma potevo comunque comprenderla. Incredibile, Giovanni! Sentivo proprio le parole in un’altra lingua, ma le comprendevo perfettamente.
Tornando alla stella, subito ho pensato che si riferisse a quella che avevo posizionato fuori dall’oblò della mansarda insieme alle bambine.
– La stella fuori?
– Sì! Fuori, sulla volta celeste! – aveva sempre quell’aria meravigliata, quel sorriso, quel grande stupore.
– Non capisco, la nostra stella non è così grande e non è così in alto.
Lui ha iniziato a guardarmi perplesso. Non ci stavamo proprio capendo. Tra l’altro, il cammello era ancora lì e stava mangiando un po’ tutto quello che trovava intorno. Aveva fatto cadere altri piatti e alcuni bicchieri, anche una pentola in acciaio che aveva fatto un rumore assordante. Mi sono stupito che nessuno fosse sceso a vedere cosa stava accadendo.
A quel punto mi ha fatto cenno di seguirlo fuori dalla porta della cucina, per “andare ad ammirare la stella”, diceva. L’ho seguito senza pensarci troppo. Prima ha fatto uscire il cammello dicendogli che era un mascalzone, che aveva fatto una confusione esagerata etc., poi era uscito lui, infine io.
Nel momento in cui ho messo i piedi fuori dalla porta, ho capito subito che non ero nella mia fredda, bagnata, nebbiosa pianura padana. Mi è bastato poggiare il piede per terra, ancor prima di guardarmi intorno.
Ero su un terreno duro, sentivo minuscole pietre sotto i miei piedi.
– Giudea! – mi disse Balthasar aprendo le braccia.
– Terra del grande re! Del re di tutti i re!
Immaginati la mia reazione. Uscito di casa mi sono ritrovato nel deserto della Giudea che riuscivo a riconoscere con fatica perché, comunque, era notte anche lì. Tu sai bene che quel deserto è più roccioso che sabbioso e in quel momento le rocce sembravano pallide, quasi come le dolomiti al chiaro di luna. C’era questo vento forte, ma non così tanto da impedirmi di sentire Balthasar. E poi le stelle, Giovanni, le stelle! Ma cosa abbiamo perso con il nostro sfrenato desiderio di illuminare la notte?! Cosa abbiamo perso?! Non so descriverti la meraviglia di fronte a quel cielo immenso, ricolmo di stelle. Se solo potessimo rivederle anche noi, così, ogni notte, potremo tornare a cantare, a stupirci e a pensare a Dio più facilmente. Forse avremmo persino più fede.
E poi, verso quello che era il nostro ovest, questa stella, grande, luminosa. Sembrava uno di quei bolidi che entrano nella nostra atmosfera e prima di disintegrarsi emanano tutta quella luce.
– La grande stella!
Nell’ascoltare la voce di Balthasar sentivo che una gioia immensa si era impadronita anche di me e un sorriso come il suo mi era apparso in volto. Non mi abbandonò mai fino alla fine di questa vicenda.
– Marco! La grande stella! – e me la indicava tutto raggiante, come dall’inizio.
Non riuscivo a capire se fosse una cometa o una qualche congiunzione particolare, quello che si capiva chiaramente era che non se ne stava lì per un semplice accavallarsi di orbite stellari o planetarie. Indicava un luogo da raggiungere, una meta. Questo lo sentivo più in cuor mio, perché se mi mettevo a pensare a tutto quello che avevo studiato sulla stella di Betlemme sarei impazzito, non capendoci nulla. Quello che comprendevo, però, in modo limpido era però proprio questo, che la stella andava seguita perché conduceva a una meta, in un posto preciso.
Ah! Dimenticavo di dirti che appena avevo messo piede fuori dalla cucina, che nel frattempo era scomparsa da ogni orizzonte, mi ero trovato vestito di tutto punto, con suntuosi abiti orientali, di una qualità che la maggior parte dei negozi di abbigliamento dei nostri centri commerciali, a confronto, possono solo sognare. I sandali di cuoio intrecciati erano di una fattura straordinaria. Quest’estate ne cercherò un paio identico per andare in Sardegna e in pellegrinaggio ad Assisi.
Abituandomi a quell’oscurità puntellata di stelle e, soprattutto, della grande stella, mi accorsi che non c’era solo Balthasar, ma c’erano anche altri due.
Sì, caro mio, ormai ti è chiaro da un pezzo che mi sono ritrovato nel deserto della Giudea con i tre magi. Non so dirti se fossero davvero re, certo le finanze, mi parve di capire, non dovevano mancargli.
Uno di loro, avrà avuto una ventina d’anni, forse poco sotto i trenta, aveva i tipici lineamenti dell’estremo oriente. Doveva essere originario della Cina. Dico originario perché, comunque, anche lui aveva i tratti dei discendenti di re Dario. Chissà, forse la madre o il padre provenivano da nazioni diverse. Anche lui era vestito con cura, direi più di tutti gli altri. Inoltre, sapeva di un intenso profumo d’incenso, buonissimo.
Stava tenendo il suo cammello per le briglie. Mi porse la mano: – Caspar!
Come l’altro, sorrideva. Tutti e tre, anzi tutti e quattro contando me, eravamo presi da questa gioia ed era impossibile, credimi, era davvero impossibile, avanzare senza sorridere. Ci avesse visto qualcuno che fosse piombato lì per caso, ci avrebbe preso per degli ebeti che sorridevano al buio nel mezzo del deserto.
Il più anziano, Melchior, era chiaramente indiano. Aveva i capelli e la barba lunghi e bianchi. Immagino potesse avere poco più di settant’anni.
Non avevano nessuno al seguito, solo i cammelli. Ne ho contati otto.
– Vuoi venire anche tu, Marco? Seguiamo la stella, andiamo dal re dei re!
Mi invitarono a prenderne uno e a salire. Non ero mai salito in groppa a un cammello, ma, anche in quel caso, mi parve di saperci andare da una vita.
Ti confesso che non stavo per nulla pensando a casa, ai piatti rotti, alle mie donne. Sapevo che erano al sicuro, e mi bastava. Per il resto avevo solo in mente la stella, che sapevo bene dove ci volesse portare, e questi tre che mi precedevano, sulla strada verso Gerusalemme.
– Volete andare a Gerusalemme?
– Gerusalemme! – mi dissero indicando un punto ad ovest.
– A Betlemme bisogna andare, a Betlemme.
Ma sembrava non mi avessero sentito. Ho insistito e insistito, ma niente da fare. Allora, sai, mi sono venuti in mente quei film di fantascienza e di viaggi nel tempo, dove chi torna indietro non può svelare o dire nulla del futuro, per non cambiare il destino della storia.
– A Betlemme!!! – urlai forte – Bisogna andare a Betlemme!!!
Ma niente, non mi sentivano. Feci una prova per capire se era cambiato qualcosa.
– Avete dell’acqua?
– Sì, anche dell’ottimo vino.
– Acqua va bene. Grazie.
Ecco, per cose di questo tipo mi sentivano e mi capivano, per altre, che riguardavano eventi o storie future, non c’era verso.
Capii in quel momento che potevo solo seguirli, guardare e anche parlare, sì, ma non di tutto.
Andando a Gerusalemme mi raccontarono di come si erano mossi da Persepoli, di come avessero incrociato i dati dei testi sacri, degli astri, i calcoli astronomici e le profezie.
È come abbiamo sempre detto, Giovanni, come abbiamo sempre detto. Ci vuole anche la ragione per arrivare a Dio, la fede non basta da sola. Se è solo quest’ultima a guidare la vita di un credente o andrà in crisi di fronte a certe domande, o rischierà di diventare una mostruosa ideologia, una tirannia. I magi sono il chiaro esempio di tutto questo. Per arrivare al bambino si sono messi a pensare, sono stati mossi da un evento astronomico, fisico, della fisica, capisci?, studiabile. Ma di fronte a quella eccezionalità hanno subito colto dell’altro. Allora i calcoli non sono più bastati e hanno dovuto consigliarsi con i profeti. Che meraviglia, Giovanni! Che meraviglia! Non è forse così ogni giorno della nostra vita? La ragione che ci conduce e che noi portiamo fino ad un certo punto, fino alle nostre estreme possibilità, e poi quello slancio necessario, quel volo, che solo la fede, con il nostro bel pensare, ci permette di fare?
Andavamo lenti, al passo dei cammelli, che loro non forzavano minimamente.
– Abbiamo visto sorgere questa stella, anche se, a dire il vero, a noi pare più una congiunzione di pianeti. Ma per quanto gli astri facciano il loro giro e seguano le loro orbite, i loro tempi, abbiamo capito subito che quella stella era più di una stella. Ci chiamava, Marco, ci chiamava. Ad un certo punto era come averla in cuor nostro.
Balthasar mi diceva tutte queste cose quasi commosso. Ricordo con grande commozione quelle sue ultime parole, “ad un certo punto era come averla in cuor nostro”.
Continuò dicendomi di come avessero preso in mano alcuni testi sacri, tra cui quelli del popolo ebraico, il libro di Isaia in particolare, ma non solo quelli, non solo quelli. Però non chiedermi quali, perché non li avevo mai sentiti nominare e li ho presto dimenticati. Li avevano scandagliati bene e avevano deciso di incamminarsi verso ovest, anche se inizialmente non avevano ben capito dove sarebbero giunti.
Erano degli scienziati, Giovanni, degli scienziati. Il termine “magi” è davvero fuorviante. Sapevano bene la matematica, mi hanno spiegato bene tutti i calcoli, ma io mi limitavo ad annuire, perché sai che con i numeri ho sempre avuto difficoltà e al liceo ho recuperato il debito solo in quinta, altrimenti non mi avrebbero lasciato fare l’esame. Eppure oggi me ne dispiaccio, perché, per quanto ami i versi della mia Emily, mi rendo ben conto che la matematica è forse la scienza più vicina al creatore. Però un verso della Dickinson non ha per me il calore di una formula. È un mio limite, so che devo lavorarci. Adesso li so utilizzare quel tanto che basta per far rigar dritto le economie domestiche.
Sta di fatto che questi tre avevano preso armi e bagagli ed erano partiti. Si erano incamminati per andare a vedere se quello che avevano intuito fosse vero. Volevano fare una verifica. È il metodo sperimentale, il metodo, Giovanni! Ipotesi e poi via a verificare. Solo che per controllare la veridicità di quello che avevano pensato hanno dovuto caricare i cammelli, allontanarsi dalle famiglie, spendere del denaro e rischiare anche la vita, perché sai bene che ai quei tempi tre benestanti che giravano senza scorta facevano gola a tanti briganti. Farebbero gola anche oggi. Proprio ieri leggevo di un ragazzo che a Milano è stato derubato delle sue Prada, ti rendi conto?, gli hanno sfilato le scarpe e non il portafoglio.
Insomma, per incamminarsi così, non basta solo pensarci bene, c’è bisogno anche di una grande fede, fede di poter incontrare “il re dei re”, Dio, quindi. In questo senso potrei anche immaginarmeli come proto-pellegrini del cristianesimo, come i primissimi che si sono diretti non solo in un luogo santo, ma al cospetto del Santo dei Santi.
Il loro racconto era così affascinante che siamo giunti in vista di Gerusalemme senza che me ne accorgessi, verso l’alba. Sion sembrava una perla scesa dal cielo a quell’ora.
La gente in verità non faceva troppo caso a noi. Ci guardavano, sì, ma non erano scandalizzati. Dovevano essere abituati ai via vai. Certo noi avevamo proprio l’aria da stranieri.
Hanno iniziato, i miei amici, a chiedere a destra e sinistra dove fosse il re dei Giudei appena nato, citando senza saperlo quel famoso verso di Matteo: Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo.
La gente ci guardava con un po’ di sgomento. Sapevano tutti che Erode era matto, io compreso, ma loro erano all’oscuro di ciò.
– Adorarlo?! Ammazzarlo, vorrete dire, ammazzarlo! Quell’infedele farabutto traditore!
Un uomo sputò persino in faccia a Caspar, robe da matti.
I magi non capivano, figurati. Io cercavo di far capire loro che era meglio evitare, di non insistere, ma accadde come ti ho già spiegato sopra. Quello che dicevo a riguardo, era come se non lo sentissero.
Sta di fatto che dopo un’ora del nostro girovagare a chiedere del re neonato da adorare, si presentarono davanti a noi delle guardie, invitandoci con estrema gentilezza al palazzo reale.
Avevo ben capito che non potevo influenzare in alcun modo quegli eventi, ma ho provato in tutti i modi a dire che era meglio tirar dritto, che sapevo io dove andare. Ho anche tirato con forza l’abito di Balthasar, perché mi ascoltasse, ma l’abito non si muoveva di un millimetro. Non ci potevo fare nulla.
A corte ci aspettava Erode in trono. Quando ci vide arrivare, tutto gioioso si fece a noi incontro, ma colsi anche tutto il suo terrore mentre i magi gli spiegavano per filo e per segno quello che avevano detto a me.
– Ditemi, cari amici, avete fatto un lungo viaggio?
– Lunghissimo, sire. Da Persepoli.
– Molto lontana. E dicevate che siete venuti ad adorare un re appena nato?
– Sì.
– Ma sono io il re, sono io, qui davanti a voi.
– Il re che cerchiamo noi deve essere un bambino appena nato. Questo crediamo.
– Ma io non ho figli piccoli, – e in quel momento, in modo impercettibile, guardò verso una serva che all’istante si portò una mano al ventre.
– Crediamo che non sia della vostra casa, sire, crediamo che questo re sarà il re dei re, il Santo dei Santi venuto tra noi.
Erode ebbe un fremito e con lui tutta la sua corte, che cominciò a borbottare a bassa voce.
– È arrivato, dunque, è arrivato. È giunto il momento del messia – potevo leggergli in volto una frase più o meno come questa.
– E dove sarebbe nato, cari amici, questo rei dei re?
– Non lo sappiamo, maestà, per questo in città abbiamo chiesto un po’ a tutti.
Caspar, che fino ad allora aveva lasciato parlare i più anziani, prese la parola con la sfacciataggine che solo i giovani sanno avere, per quanto studiosi siano.
– Davvero, signori, non vi siete accorti della stella? Non avete dei buoni astronomi, dei buoni studiosi del cielo? Davvero nessuno di voi si è accorto di quello che sta accadendo? Eppure noi siamo saliti in sella ai nostri cammelli dopo aver letto le profezie del vostro popolo.
L’imbarazzo nella sala era palpabile. Erode era paonazzo e stava facendo un sforzo disumano per trattenere la sua furia. Continuava a guardare verso il gruppo di scribi che stavano alla sua sinistra, terrorizzati a loro volto da quel volto. Più tardi venimmo a sapere che il re, dopo aver chiesto a questi dove doveva nascere il messia, li fece uccidere tutti, decapitandoli. Erano una decina di uomini.
Anche i magi capirono che la discussione stava prendendo una piega inaspettata.
– Se non sapete darci ulteriori indicazioni, maestà, noi proseguiremo nella nostra ricerca.
– Ma no, no! Non sia mai, miei cari! Sarete miei ospiti finché non sapremo darvi quello che cercate. Rimanete, vi prego!
I magi si guardarono e guardarono me. Non potevamo rifiutare. Io continuavo a pensare “Betlemme, Betlemme”.
Rimanemmo a corte cinque giorni, serviti e riveriti, allietati da danze e canti. Fu anche chiamato un giovane con la cetra che intonò alcuni salmi. Ma cosa abbiamo perso, Giovanni, cosa abbiamo perso nella nostra liturgia? Lo so che ti sto dicendo che abbiamo perso tante cose, ma è la verità. Il canto di quel ragazzo mi commosse profondamente. Sembrava di sentire lo spirito delle parole, il loro cuore pulsante, vivo.
Alla fine, comunque, fummo riconvocati nella sala del trono.
– Amici, abbiamo quello che cercate. Pare che il re dei re, il Cristo, dovrà nascere a Betlemme di Giudea. Potete continuare il vostro viaggio, ora. Ma vi prego, non appena troverete il bambino, tornate a dirmi il luogo esatto in cui lo avete trovato, così che anche io possa fare come voi, inginocchiarmi al suo cospetto, adorarlo, portargli i doni che merita uno del suo rango.
Che falso, che falso! Avrei voluto dirgliene quattro davanti a tutti, tirargli una sberla, un pugno, prenderlo per un orecchio, trascinarlo sul parapetto dell’alto terrazzo lì vicino, ma, a parte che mi avrebbero subito tagliato la gola, di tutte le mie invettive nessuno avrebbe sentito niente.
Così ripartimmo con tutti i nostri bagagli, i cammelli satolli, continuando a seguire la stella, diretti verso Betlemme. Era di nuovo notte, ma quella luce non ci abbandonava e noi non abbandonavamo lei.
Non so ben dirti il mio stato d’anime una volta partiti da Gerusalemme… sapevo che sarebbe andata così, eppure quel mio desiderio di cambiare il corso degli eventi. È doloroso sapere di poter evitare il male, come la strage di qualche centinaio di bambini innocenti, ma non riuscire a far nulla. Il male, soprattutto questo, Giovanni, quello che colpisce i più piccoli, resterà per me sempre un grande mistero. E sarà il primo punto su cui interrogherò Dio, una volta che potrò, finalmente, vederlo in faccia. Perché lui certo chiederà a noi, ma non siamo pieni di domande e preghiere anche noi per lui? Forse ci basterà guardarlo dritto negli occhi e tutto ci sarà chiaro.
Al di là di ciò, comunque, quella gioia che mi aveva pervaso al mio primo vedere la stella non mi aveva lasciato un secondo. Lo stesso valeva per i miei amici. La luce era fuori, è vero, ma non so spiegarti, è difficile, in qualche modo era anche in noi e ogni pensiero di tenebra, come questo che ti dicevo del male, veniva allontanato quasi all’istante. Non dovevo fare alcuno sforzo. Era come avere qualcuno che combattesse per noi.
Poi questa emozione enorme, Giovanni, di vedere, di lì a poco, Gesù stesso! Ma come si può spiegare? Non solo il re dei re, ma il bambino dei bambini, il Santo dei santi, il Santissimo, el shaddai! Mentre pensavo a tutto questo, attraversando nella notte il deserto della Giudea, il cuore a volte accelerava così tanto che nemmeno salendo di corsa sulle dolomiti ho raggiunto tanti battiti al minuto. E sì che me ne stavo seduto, non stavo facendo nessuno sforzo fisico, ma l’emozione era quasi insostenibile. Non posso dimostrarlo, ma sono sicuro di essere stato ad un passo dall’infarto.
Lungo la strada incrociammo quattro pastori che dormivano beati a guardia del loro gregge. Uno di loro si svegliò al nostro passaggio. Era un ragazzo giovanissimo, forse di tredici anni. Ci chiese chi fossimo e cosa cercassimo. Gli si leggeva la paura negli occhi. Credeva che volessimo fargli del male. Si svegliarono anche gli altri, levandosi dalle pelli con cui si erano coricati.
Balthasar non disse quasi nulla, a parte che stavamo andando a Betlemme. Poi si sfilò da sotto l’abito un pugno di monete d’oro, scese dal cammello e ne diede un po’ a ciascuno.
Non credo avessero mai visto delle monete così, non le avevo viste neppure io, a dire il vero. Non so dirti quanti grammi fossero, ma mi sembrò abbastanza per vivere sereni almeno per un anno.
– Oggi è un grande giorno per tutti noi, – disse loro.
Quelli figurati, erano fuori di sé e continuavano a ringraziarci, a ringraziarlo: – Sì, sì, un grande giorno! Una grande notte! Avete visto, signori, che stella brilla in cielo? Magnifica, vero? È lì da un bel pezzo. Adonai non si dimentica di noi.
– No, non si dimentica.
Il più piccolo si mise persino a piangere.
– Arrivederci, signori.
– Arrivederci a voi. Adonai vi benedica!
Betlemme ci apparve come un piccolo presepe in mezzo al nulla, illuminata da qualche fuoco. Arrivammo in piena notte. Qua e là notammo alcuni gruppi di persone, venute da diverse parti per farsi censire. Dormivano all’addiaccio.
E qui caro mio viene il bello, perché non avevamo né indirizzo, né Maps per andare alla culla del Salvatore. Dovevamo capire da soli da che parte andare, ma questo momento di perplessità non durò che pochi istanti, perché i tre, di cielo e di stelle, ne sapevano e notarono quasi subito che la luce della stella era cambiata. Ora il suo fascio luminoso sembrava scendere in un luogo ben preciso, non più come prima, quando sembrava un astro come gli altri.
Così seguimmo quella scia, che ci portò ai margini del paese.
Adesso ti starai chiedendo “era in una grotta, in una capanna, in una casa o in una mangiatoia?”. Beh, caro mio, il luogo in cui cadeva la luce, il luogo preciso che questa ci stava indicando, era un po’ tutto questo. Betlemme era piena di grotte, grotte che facevano anche da casa, come da noi a Matera, per farti un esempio. Infatti quando qualcuno vuole girare un film sul Nazareno ormai Matera è diventata una tappa d’obbligo.
Ecco, di fronte a noi c’era una casina piccola, nessuna luce accesa e, di fianco a questa, l’ingresso di una grotta, sbarrato da un cancelletto di legno. Sopra l’ingresso, una piccola tettoia di legno. Lì c’era luce.
Hai capito vero? Capisci? Era lì, proprio lì, dentro a quel buco di roccia, al lumicino di un piccolo fuoco.
Ad un certo punto sentimmo un vagito, acuto, dolcissimo. Mi vengono ancora i brividi a pensarci. Era Lui.
Scesi dai cammelli ci avvicinammo piano. Melchior fu il primo a mettere il naso dentro la grotta. Era il più emozionato di tutti. Dovresti aver visto questo vecchio, tremava tutto. Era in preda a una gioia che non si può nemmeno immaginare.
Chiese il permesso di entrare, che gli fu accordato, ed entrò. Lo seguirono Balthasar e infine Caspar.
Penserai che sia entrato anche io, ma fai male, perché non ci fu verso di muovermi di un passo verso quell’ingresso, che rimaneva a una ventina di metri da me. Non vedevo nulla, se non i miei tre compagni di viaggio. Non Maria, né Giuseppe, figuriamoci Lui. Ma nemmeno nessuna famosa bestia. Me ne stavo lì, dritto e fermo come un palo.
Vedevo Melchior inginocchiato, in preda ad un grande pianto. Singhiozzava, sorrideva, piangeva, baciava qualcosa, ma non riuscivo a vedere cosa. Balthasar, dietro di lui, era profondamente commosso. Vedevo bene quelle sue lacrime grosse, calde, rigargli il volto. Continuava ad aprire, chiudere, alzare le braccia al cielo. Caspar, anche lui sorridente, era in verità il più distratto e continuava a guardarsi intorno.
Assistevo a tutto questo, con il desiderio irrefrenabile di lanciarmi dentro, ma inutilmente.
Dopo qualche tempo, non saprei dirti quanto, uscirono, passandomi accanto.
– Verrà anche il tuo momento, Marco, non ti preoccupare, – mi disse Balthasar sorridente.
Non potevo neppure più voltarmi, per cui non riuscii a vedere cosa stesse accadendo alle mie spalle. Sentii solo uno sferragliare, un muoversi di cammelli, un paio di tonfi a terra.
Mi ripassarono davanti. Ciascuno di loro portava grandi scrigni tra le mani. Non come quelli che vediamo nelle nostre statuine, no, veri forzieri! Caspar aiutava Melchior a portare il suo.
Uno alla volta li aprirono davanti alla sacra famiglia. Che tesori avevano portato, Giovanni, che tesori! Il profumo della mirra e dell’incenso mi investì in pieno. Il luccichio dell’oro sembrava quasi far più luce del piccolo fuoco che doveva esserci lì dentro.
Iniziavo a preoccuparmi. Non potevo fare nulla, se non guardare quei tre, inginocchiati. Finché una mano di donna, una mano giovanissima, carezzò la testa e il volto di Melchior, che ancora piangeva ed esultava di gioia. Era lei.
Con la grazia che solo una donna e una madre possono avere, cercava di calmare quel pianto irrefrenabile, pianto di gioia, come ti ho detto. Era una carezza dolce, sì, ma allo stesso tempo sicura. Non c’era alcun timore in quel suo prendere tra le mani il volto di un vecchio.
Fu l’unica cosa che riuscii a vedere di lei, l’unico frammento di Maria, di quella sacra famiglia che stava a pochi passi da me. Nemmeno un ricciolo, un boccolo, nemmeno la trama del vestito potei scorgere, solo quella mano di donna e di madre. Potevo solo immaginarla, pensarla. Mi vennero in mente tutti i quadri che avevo studiato a Venezia, tutti i teleri, tutti gli Antonello da Messina, i Beato Angelico, le icone ortodosse, ma qualcosa mi diceva che ero ben lontano da quel volto, dalla bellezza che si nascondeva in quella grotta. Mi tornavano alla mente le parole e le frasi lette circa l’età della Madonna al momento del parto, giovane, sì, ma giovane quanto? Ma mi vennero anche in mente tutte le storie sulle apparizioni, tutti i modi in cui era stata descritta, ritratta, sempre diversa, in base all’epoca, al popolo e alla fede di chi era riuscito a vederla. Perché non vorrai mica dirmi che la madonna di Guadalupe ha la stessa fisionomia di quella di Fatima o Lourdes?
A tutto questo pensavo in quel frangente di tempo, appena qualche secondo. Sai bene che certi pensieri si fiondano su di noi in un batter di ciglia.
Avevo una grande sete di quel volto, di vedere con i miei stessi occhi la tenerezza di quella ragazza al di là della roccia. Abbiamo bisogno degli occhi, Giovanni, degli occhi, di incrociare lo sguardo di un altro. Solo così capiamo davvero chi abbiamo di fronte, ma in quel momento erano solo i miei occhi a cercare i suoi.
Poi la vista cominciò a stringersi, i colori si attenuarono, i suoni si fecero più deboli. L’ultima cosa che vidi fu il volto raggiante di Balthasar che mi sorrideva.
Mi ritrovai sul divano di casa, con il fuoco buono che ardeva ancora nella stufa, le luci dell’albero e del presepe. Ero frastornato, come puoi ben immaginare. Controllai l’ora. Non era passato che qualche minuto da quando mi ero coricato sotto la coperta.
Tu mi dirai che “è stato tutto un sogno”, io ti dirò che “forse sì. Ma anche Giuseppe ha seguito i suoi sogni e non ha sbagliato”. Lo so, lo so, Giovanni, pare tutto folle, assurdo, ma credimi se ti dico che, anche fosse stato un sogno, non era un sogno normale. Mi dirai che nessun sogno è normale, e hai ragione, ma io sentivo gli odori, i profumi, le strette di mano, il cuore che accelerava, sentivo il vento in faccia nel deserto, soprattutto, i miei occhi vedevano quella luce, quella luce, Giovanni. La mia è stata un’esperienza fisica, io sentivo le cose, non mi limitavo a vederle, come capita nei sogni. Io so di essere stato davvero là, nella misura in cui mi si è lasciato andare là. Credimi.
Non so come funzionino queste cose, Giovanni, non lo so, posso solo provare a dire quello che è stato.
Sul perché, poi, non sia riuscito ad entrare nella grotta… questo non te lo so dire, ci sto ancora pensando. Un motivo dovrà pur esserci… io volevo entrare, ma perché non ci riuscivo? Sembrava che qualcuno mi avesse come piombato i piedi. Ma anche tutta quella rigidità, quell’incapacità di voltarmi… perché? Non lo so, devo ancora venirne a capo.
Di tutto questo, comunque, parleremo quando verrò a Parigi, davanti ad un buon bicchiere di amarone, perché va bene il gotico francese, ma non credere che mi piegherò al vino dei cugini, nemmeno se mi mettessero sotto la ghigliottina, quei taglia teste.
Ora devo proprio andare. Ci ho messo tre giorni a scriverti questa lettera.
A presto.
Marco