| di Alberto Trevellin |
Caro Giovanni,
si avvicinano i giorni del nostro arrivo a Parigi. Le bambine fremono per prendere l’aereo e per visitare questa città che hanno visto solo nei film.
– Parigi è la città dell’amore, – mi dicono.
E io a chiedere loro: – E chi l’ha detto?
– Boh! Ma tu e la mamma avete fatto il viaggio di nozze lì.
Mi fregano sempre… però ti dirò che questa cosa di “Parigi città dell’amore” mi manda un po’ in bestia. È vero che ho fatto il viaggio di nozze lì e ne ho un magnifico ricordo… le camminate lungo la Senna, la romantica e commovente visita al cimitero di Père-Lachaise, la mostra su Chagall che porto ancora nel cuore e quell’amore mio e di Luisa appena consacrato, però, però, Giovanni… non diciamo nulla di Roma? Di Venezia? Venezia, Giovanni, Venezia!
Ma non voglio abbandonarmi a questo sciocco astio tra italiani e francesi che non so neppure da chi l’abbia appreso. Per carità, è una rivalità così, un po’ goliardica, tanto per dire che i francesi sono i francesi, che non hanno il bidè e mangiano le lumache, e cose di questo tipo, baruffe chiozzotte, ma nulla di più. Resta però il mistero di come cresciamo con questa idea che i francesi vadano scherniti in qualche maniera, anche se in modo goliardico, te lo ripeto.
Tornando a noi, alla nostra visita, ricordami, quando saremo lì, che voglio visitare, tra le mille cose che dovremmo fare e vedere, anche la chiesa in cui si è convertito Charles de Foucauld, la chiesa di Saint-Augustin, mi pare, vicino a gare Saint-Lazare e anche la chiesa dove Manzoni ha avuto la sua crisi di nervi, la chiesa di Saint-Roch, vicino ai Jardin des Tuileries.
Questi posti mi fanno impazzire. Capisci, Giovanni, ci sono dei luoghi in cui la grazia irrompe, squarcia le volte delle chiese e colpisce dritto al cuore gli uomini! Non è incredibile? E tu magari eri entrato in quella chiesa mille volte, ma nessun angelo del Signore ti aveva preso per il bavero, nessun sussulto del cuore, né alcuna fiammata tra lo stomaco e la gola, nemmeno un pugno nelle viscere. Poi, un giorno, entri e resti folgorato, solo che non muori, ma inizi a vivere più di prima, a vivere davvero e ti chiedi cosa avevi fatto fino ad allora. Magari vicino a te, mentre ti accade tutto questo, mentre fatichi a reggerti in piedi, ecco, c’è uno che si soffia il naso, uno a cui suona il telefono o che guarda in modo distratto una tela annerita del ‘500. Non sanno niente di quello che ti sta accadendo, al massimo ti vedono un po’ in affanno e pensano che camminare a lungo per Parigi, senza utilizzare la metro, può giocare brutti scherzi.
Prendi Foucauld per esempio, cioè, questo aveva un po’ di crisi spirituale, mettiamo pure una certa crisi, era un ateo che aveva bisogno di credere, ma chi non ha crisi spirituali, Giovanni, chi? La fede è una crisi continua, una conversione quotidiana. Non si arriva mai con la fede. Potremmo dire di essere arrivati solo quando saremo un metro, facciamo due per le norme comunali, due metri sotto terra. Lì saremo arrivati davvero, ma prima viviamo in un alternarsi di crisi e di grazie. Però ecco, c’è un momento in cui la grazia è davvero potente e irrompe per convertirti una volta per tutte. È la volta in cui uno riesce a dire davvero “l’ho incontrato, ho conosciuto Lui”. Prima siamo solo delle pecore mansuete che seguono il gregge, poi diventiamo discepoli liberi.
Ecco, Foucauld, quindi, questo entra a Saint-Augustin, cerca un prete, un bravo prete, lo trova, prima grazia, il prete lo confessa, seconda grazia, gli fa fare la comunione, anzi glielo ordina nonostante alcune deboli resistenze di Foucauld, terza grazia, infine se ne esce cappottato, travolto, convertito, quarta grazia. Così convertito, Giovanni, che nel giro di poco entra nella trappa.
Ecco voglio vedere questi posti, alzare il naso all’insù, per cercare anche fisicamente la breccia nella volta, anche se so bene che brecce di questo tipo squarciano più le volte delle nostre anime, che quelle delle nostre chiese. Ognuno ha le sue segreta… Ma voglio comunque andare, vedere. Sono fatto così, lo sai, sono terribilmente legato ai sensi, alla divina materia, ma come potrei non esserlo dopo aver avuto come maestro Teilhard de Chardin? Anche se, a mio avviso, non occorre andare al buon Pierre, basta andare all’incarnazione, a quell’evento, per vedere come Dio abbia sollevato con un solo colpo di reni il cosmo intero, dando alla materia stessa, facendosi lui stesso materia, quel valore e quel senso che in verità ha avuto sin dal primo bagliore della creazione.
Parigi sarà anche il luogo da cui sono partite le grandi rivoluzioni, il ’68, la rivoluzione francese, quella piccola canaglia di Napoleone, le rivoluzioni che hanno messo in crisi il cattolicesimo, non solo europeo, il cattolicesimo come civiltà, ma è anche la città che, insieme a Roma, ha fondato il cattolicesimo, non pensi? Dove vogliamo metterli gli scolastici e tutta la cristianità francese e parigina fino alle soglie dell’Ottocento? Sì, sì, mi dirai che c’è stata sempre tensione tra la Senna e il Tevere, ma i benefici superano i costi.
Parigi è oggi un figlio, o una figlia, scegli tu, in fase adolescenziale, che rinnega tutto quello che le hanno insegnato i genitori e se ne va ad insegnare il contrario ai quattro venti. Capirà, un giorno, di star rinnegando se stesso. Anzi, pare che stia tornando in sé proprio in questi anni, non solo Parigi, ma tutta la Francia. I numeri dei neobattezzati adulti sono impressionanti. D’altra parte, non si può vivere in un deserto, senza cibo, né acqua, e neppure senza una palma che faccia un po’ di ombra. I sans-culotte pensavano bastasse fare terra bruciata, ma se non pianti nuovi alberi da frutto, la gente di cosa si sfama?
Ma sono andato troppo oltre, non è questo che voglio raccontarti con queste righe e questa carta, perdonami.
Credo che la prima lettera su quanto mi sta succedendo non ti sia ancora arrivata. Mi auguro solo che questa non ti arrivi prima dell’altra, anche se, a dire il vero, non cambierebbe poi molto, credo. Non si sa mai bene che giro facciano pacchi e lettere. Quel che so è che non potevo aspettare troppo tempo per scriverti delle mie avventure d’Avvento. Si sa che la memoria gioca brutti scherzi con queste cose e un fatto accaduto oggi, così forte, così colorato, che crediamo di poter ricordare perfettamente fino alla fine dei nostri giorni, la mattina seguente è già sbiadito. Solo con pochi eventi della nostra vita possiamo fare una specie di cronaca, minuto per minuto, ora per ora. Tutto il resto sbiadisce e assume le fattezze di un sogno. Non credi? Pensa che con alcune cose che mi sono capitate, a volte, non riesco a ricordare bene se siano accadute veramente o se le abbia sognate, tanto tempo è passato. In certe occasioni penso a una forma precoce di demenza senile. Ne ho parlato anche con Luisa, le ho detto che voglio farmi visitare da un neurologo, ma lei dice che sono solo stanco e che è normale che certe nostre vicende si avvicinino alla dimensione onirica. Capita anche a lei, mi ha detto. Mah!
Comunque questo, adesso, ha poca importanza, ciò che importa è che non voglio dimenticare certi dettagli, certi odori, come ti scrivevo nell’altra lettera, certe sensazioni di pelle, tattili, proprio tattili.
Ecco, l’altra sera, come al mio solito in questo periodo, mi sono di nuovo disteso sul divano, ho tirato su la coperta, una bella coperta acquistata un mese fa, grande, calda, da coprire tutta la nostra famiglia mentre guardiamo un film, tu sai quanto amiamo il cinema, e tra le luci dell’albero, quelle del presepe, delle tre candele d’Avvento, quella immancabile della stufa, pensavo a come fare il ruscello nel presepe. Ho già una fontanella, molto semplice, ma che fa il suo effetto. Però è da tanti anni che sogno di fare questo ruscello, quest’acqua che passa tra le statuine, di fronte alla capanna. Cercavo di capire dove farla correre, quanti watt dovrebbe aver avuto la pompa per far risalire l’acqua, quest’anno ho fatto un presepe verticale. Pensavo a tutto questo, finché ho capito che Morfeo aveva cominciato a carezzarmi la testa.
Non so dirti bene quanto abbia dormito, sempre che abbia dormito davvero, se cinque minuti o cinque ore, so che ad un certo punto ho sentito un freddo pungente salirmi dai piedi, altro che il calduccio della stufa a legna. Un brivido mi è corso su per la schiena. Ho cercato di raggomitolarmi sotto la coperta, “si sarà spento il fuoco”, ho pensato. Poi sono aumentati i rumori, finchè un belato assordante, al mio orecchio sinistro, mi ha svegliato di colpo, definitivamente.
Mi sono alzato sul fianco, sgranando gli occhi, e accanto a me, in piedi, c’era una grossa pecora che mi fissava e ogni tre per due mi belava in faccia. Ma, attento, non era da sola. Tutto il salotto pullulava di pecore e capre, c’era anche un asino. Anche quello, di colpo, così, dal nulla, ha iniziato a ragliare. Mi fanno sempre venire un infarto gli asini. Prima se ne stanno belli e immobili, fermi, assolutamente fermi, e poi iniziano a tirare la bocca, quasi ci fosse qualcuno che li sta pugnalando allo stomaco.
Insomma, non capivo nulla, anche questa volta. Il salotto era una coltre di lana bianca, c’erano escrementi in piccole palline tonde, sai, quelle cacche che solo pecore, conigli e qualche altra bestia del bosco sanno fare e un odore, Giovanni, un odore che te lo raccomando!
Le porte del salotto e della cucina erano entrambe aperte, ecco da dove veniva quel venticello pungente.
Gli animali, anche questi come il cammello, avevano cominciato a mangiare, mordere, bere un po’ tutto quello che trovavano in giro. Due agnelli, avranno avuto un mese, cominciarono a mangiare il muschio del presepe.
Da fuori sentivo venir delle voci, anzi no, dei richiami, sì dei richiami belli forti, quelli che usano i pastori anche su per le nostre montagne, coni i loro “oooooohhhh!!!”, “aaaahhhh!!!, i loro fischi e tutti i nomi delle bestie. Ho cercato di farmi largo tra quegli innocenti e sono uscito fuori… ed è accaduto di nuovo, Giovanni, di nuovo!
La pianura era scomparsa, i miei campi, il carpino e la siepe, tutto andato. Ero di nuovo in Giudea, su una collina non troppo lontana da un centro abitato, che vedevo all’orizzonte. Doveva essere l’alba.
Fuori c’erano effettivamente dei pastori, tre in tutto. Uno giovanissimo, in età da scuole medie, e altri due più vecchi, forse di quarant’anni, lì per giù. Ma sai che a quel tempo quaranta valevano come cinquanta, sessanta oggi, quindi non saprei dirti davvero, forse ne avevano trenta e a me sembravano quaranta. Sembravano comunque, in qualche modo, miei coetanei, solo con qualche ruga in più.
Uno di loro mi si fece incontro.
– Ti sei perso? Cosa cerchi?
Io non capivo, dovevo ancora riprendermi dal belato della pecora. Provai a dire qualcosa, ma mi accorsi di non poter dire nulla. Mi sforzai e mi sforzai a pronunciare una sola parola, ma mi uscivano solo delle vocalizzazioni confuse.
– Questo è muto! Non parla.
In che senso muto? Ero muto davvero?
– Capisci quello che dico? Mi senti?
Sentivo e capivo bene, non ero sordo, solo avevo la lingua mozzata, non riuscivo, non potevo parlare. Quindi sì, ero effettivamente muto.
Feci comunque dei cenni con la testa, per dire che sentivo e capivo.
– Capisci quindi?
Annuii. Capivo bene, sia quello che stavano dicendo, sia dov’ero, perché c’ero già stato, sia che giorni erano, i giorni della stella che, indomita, brillava alta nel cielo, diversa da tutte le altre.
Scrissi il mio nome per terra, con un dito Mi accorsi di averlo scritto in ebraico e ti ricordo che di ebraico biblico ho fatto solo un seminario di quattro ore, quando ero in facoltà. Non avevo imparato nemmeno l’alfabeto.
– Noi non sappiamo leggere, caro mio, ci dispiace. Ma da dove vieni?
Da dove venivo? Come potevo spiegarglielo? Indicai un punto verso ovest, facendo capire che era lontano, lontano. Sono certo che anche se fossi riuscito a dire “Patavium” non avrebbero capito.
– Capito, capito. Da lontano quindi. Ti sei perso o forse qualcuno ti ha abbandonato. Che ne dite, lo facciamo restare con noi, almeno fin a questa sera? Magari qualcuno lo riprende al mercato. Che ne dici, vuoi venire con noi? Noi andiamo a Betlemme, vuoi venire?
Cosa potevo dirgli, Giovanni, cosa? L’unica cosa che riuscivo a dire potevo dirla muovendo la testa da destra a sinistra e dall’alto in basso. Dissi di sì quindi, che sarei andato con loro.
– Ci dai una mano con le pecore però. Sai badare un po’ al gregge?
Mentre dicevo di nuovo di sì, mi vennero in mente i miei ragazzi a scuola. Di greggi e mandrie ero già pastore, in qualche modo. Non doveva essere troppo difficile stare dietro a pecore e capre.
Mi diedero un bastone da tenere in mano, un bel bastone che mi superava in altezza. Era poco meno di due metri. Bello grosso, per guidare il gregge e allontanare tutti i pericoli.
Il più giovane mi allungò una ciotola di legno con latte di capra appena munto. Lo presi, si vede, con troppa incertezza.
– Beh! Che c’è? Non ti piace il latte di capra? Questo abbiamo.
Cercai di far capire che mi piaceva, e tantissimo, anche se non era vero. La mia titubanza era legata semplicemente al fatto che sono sempre stato delicato di stomaco e ogni alterazione batterica mi ha sempre causato dei dolori che preferirei evitare. Ma di certo non potevo buttare il latte per terra. Così lo bevvi d’un sorso e pregai che non mi venisse il mal di pancia.
Mi diedero anche un pezzo di pane, credo azzimo, duro come il marmo.
Ah, non ti ho detto che parlavano una lingua che, mi è parso, doveva essere aramaico, non era ebraico. Non chiedermi come riuscissi a capirlo, so solo che era così e, come per i magi, capivo perfettamente quello che dicevano.
– Bene amici, possiamo andare, se abbiamo tutti mangiato qualcosa.
Nonostante qualche risposta brusca, dovuta alla mia incapacità di comunicare con loro, erano, in fondo, uomini molto gentili ed estremamente affabili. Avevano il volto di chi dalla vita ha avuto soprattutto bastonate e, benché, dormissero quasi ogni notte sotto un cielo stellato che noi nemmeno possiamo immaginare, quelle stelle non bastavano a toglier loro una tristezza, una stanchezza, che si coglieva dal loro modo di muoversi, di parlare, anche dal modo di stare in silenzio. Solo il più giovane sembrava a tratti più allegro, ma è così per tutti quelli che hanno appena messo il naso nella vita e di sferzate non ne hanno ancora prese abbastanza. Sembravano vivere da arresi, portando avanti un’esistenza che non gli aveva risparmiato nulla. Tu immagina, caro mio, tutti i giorni, davvero tutti, con le bestie, lontano da tutti, perché nessuno ti vuole, eppure di te si serve.
Mi raccontarono un po’ le loro storie, che io potevo solo ascoltare, senza entrare davvero in dialogo. Uno dei più anziani attaccò il discorso e non mi lasciò per quasi un’ora, il tutto inframmezzato dal solito “ooohh!”, “ahhh!”. Pareva dovesse sfogarsi, scaricare quel malessere addosso a qualcuno che non fosse dei suoi compagni. Gente così va a nozze con quelli come me, come il me di quel momento intendo, il me muto. Puoi parlare, imprecare, urlare e chi hai di fianco non può dire nemmeno una parola, soprattutto, non può dire niente a nessuno, a meno che non sappia scrivere.
Poveracci, non avevano niente, nessuno. Né una loro famiglia, né una famiglia di origine. I genitori tutti morti, i fratelli e le sorelle o ci avevano litigato, o erano morti anche quelli. Figli niente, donne solo se riuscivano a pagare bene. Nessuno li voleva tra i piedi. Non erano solo “ultimi”, ma “ultimissimi”, gli ultimi degli ultimi. Se si ammalavano potevano solo sperare in un miracolo e di non essere abbandonati dagli altri pastori.
Non vorrei apparire, né fare un discorso troppo sentimentale, dei “poveri pastorelli”, della loro vita frugale, dell’idillio dell’uomo a contatto con la natura. I nostri presepi ci hanno sempre illuso su questo punto. Lì non c’era nessuna lucetta, né alcuna dolcezza, né tenerezza che cogliamo nelle piccole sacre rappresentazioni, nelle nostre calde e pulite case nei giorni nel tempo di Natale. Non c’era nulla di idilliaco in quello che vedevo intorno e, soprattutto, in quello che mi raccontavano. La loro era semplicemente una vitaccia, da cui ogni uomo desidererebbe uscire e che nessun uomo dovrebbe permettere che esistesse. Credimi, nessuno dovrebbe fare una vita così.
Mentre eravamo in cammino verso Betlemme sentivo l’odore, la puzza della mia pelle, la mia puzza, dei miei vestiti, che erano gli stessi dei pastori: una tunica lunga a coprire il corpo e un mantello portato sopra. I due più anziani avevano anche un gilettino unto di pelle di pecora. Ai piedi, sandali logori.
Eravamo tutti sporchissimi, Giovanni. Vestiti sporchi, piedi sporchi, le dita sporche. Nel deserto acqua non ce n’è e quella che si ha non si spreca per lavarsi. Sapevamo davvero odore, me lo sentivo addosso e lo sentivo venire dai miei compagni. Non capivo bene se la pelle fosse olivastra per le giornate sotto il sole o per l’unto derivato da quel lavoro. Forse era tutti e due.
Il gregge non era loro, era un insieme di pecore e bestie di altri che loro portavano al pascolo… che poi… capirai che pascolo! Capirai che cosa possono trovare da brucare delle pecore nel deserto di Giuda! Il confronto con le nostre del Trentino o di qualche zona dell’Appennino, non è nemmeno da ipotizzare.
Anche se gli animali non erano di loro proprietà, constatai comunque quella verità famosa del nostro Maestro, cioè che il pastore conosce tutte le sue pecore e tutte le chiama per nome, tutte, proprio tutte! Saranno state un centinaio di bestie in tutto e sapevano distinguerle! Come facessero non lo so proprio, a me parevano tutte uguali, una specie di nuvola bianca di ovatta che si spostava in mezzo a quella terra arsa. Eppure loro le conoscevano, le chiamavano per nome, tutti nomi diversi. E le trattavano bene, in quel poco tempo che sono rimasto con loro non ho mai visto uno di loro alzare il bastone. Certo, parole a fiumi, improperi, ma botte niente. È vero, non erano cosa loro e anzi dovevano avere tutti i riguardi, ma comunque mi colpì. I nostri allevamenti intensivi, al contrario, sono dei lager.
Arrivati a Betlemme c’imbattemmo in una moltitudine di genti arrivate da un po’ tutta la Palestina per il censimento. A loro comunque poco importava, dovevano vendere alcuni agnelli a certi messi dei sacerdoti del tempio. Dovevano essere agnelli perfetti, senza macchia, senza nessun difetto.
L’accoglienza in paese fu tremenda, tremenda, Giovanni. Noi non sappiamo davvero cosa voglia dire essere trattati male, credimi, non lo sappiamo. Non avevo mai visto nessuno trattato a quel modo. Le persone si spostavano al nostro passaggio, per la puzza, e chi non si sposterebbe?, ma anche perché eravamo considerati “impuri”. Mi disse un pastore che, secondo alcuni farisei, il messia tardava a venire perché in Israele c’erano troppe prostitute, troppi pubblicani e troppi pastori.
– Un giorno l’ira del Signore si accenderà contro di voi! Allora sì lui verrà! Allora sì! – ci disse uno che si trovava lì al mercato.
Ti lascio quindi immaginare cosa pensasse di noi il popolo. Alcuni ci insultavano, altri sputavano per terra al nostro passaggio. Quando si accorsero che ero muto… Non solo pastore, ma anche muto! Per me ogni via di salvezza era preclusa, impossibile. Uno mi disse che mia mamma doveva essere stata una prostituta che si era fatta mettere incinta da un pastore e non aveva avuto il coraggio di affogarmi. Così mi portavo addosso i peccati di entrambi e per questo ero muto e insalvabile.
Io non mi ribellavo, tanto non potevo rispondere, cercavo solo di evitare qualche sputo.
Sappiamo essere così cattivi con le parole, così perfidi. Invece di usare il logos per il bene, lo pervertiamo, lo volgiamo al male. Utilizzare la parola, questo dono immenso che Dio ci ha fatto, per il male anziché per il bene, per l’insulto, anziché per la grazia… Che sofferenza. Nessuno, ma dico nessuno, mi aveva mai insultato e disprezzato così. Pensa che gli altri tre subivano quasi ogni giorno queste raffiche, per forza che poi avevano quelle facce. Nemmeno un uomo che dicesse loro una parola buona, nemmeno uno.
Qualche pia donna aveva pietà, ci lanciava del pane, morbido, e ci guardava con compassione. Anche i bambini, a dire il vero, quando non imitavano gli adulti, ci guardavo incuriositi e persino con qualche gentile sorriso.
Non restammo lì molto. Trovarono chi li stava aspettando, vendettero quei poveri agnelli, che belavano come ossessi mentre li portavano via, allontanati per sempre dalle madri, e ci allontanammo presto da quel paese che mi apparve sotto tutt’altra luce. “La casa di Davide”, pensavo, la nascita del messia, del salvatore, ma intanto nessuno ci voleva, reietti, feccia, peccatori incalliti. Il vero freno alla venuta dell’unto del Signore.
– Non hai trovato nessuno? Non c’è nessuno che ti cerca?
Secondo loro avrei trovato qualcuno ad aspettarmi, ma non c’era nessun parente ad attendermi alla locanda di Betlemme. Scossi la testa, affranto. Rischiavo di diventare un peso.
– Non importa. Ci darai una mano e starai con noi finché non salterà fuori qualcuno.
Non sapevo ancora come si chiamassero, provai anche a chiederglielo, ma non ci fu modo di saperlo. Era come con i magi, per certe cose non c’era verso di essere ascoltati. Così questi pastori, come quelli del Vangelo, sono rimasti senza nome. Io non sapevo i loro e loro non sapevano il mio.
Il nome dei magi, invece, quello sì lo conosciamo, quelli sì li impariamo fin da piccoli, ma di questi poveracci, di questi puzzolenti pastori di Giudea, nessuno si è nemmeno mai chiesto quale fosse il loro nome, come si chiamassero… ci hai mai pensato?
Conoscevo il nome delle pecore, ma non il loro. Non eravamo nessuno. Se fossimo morti, nessuno ci avrebbe pianto, nessuno avrebbe versato una lacrima.
È sempre così per i poveri. Passano inosservati al mondo, conducono vite nascoste, silenziose, capaci però, in alcuni casi, di portare linfa divina sulla nostra terra. Non sappiamo praticamente nulla di questa gente, ma il più delle volte sono loro, a nostra insaputa, a salvarci.
Salvezza a cui credevano per davvero, non tutti, ma buona parte di loro sì.
È incredibile che, nonostante queste continue vessazioni, avessero una fede così grande. Marx sarebbe andato a nozze con una cosa così, con il suo “la religione è oppio dei popoli”. Come dargli torto del tutto? A questa gente, che nulla ha e che nessuno vuole, non resta che il buon Dio, la speranza di lui. Solo che per Marx il cielo era vuoto, per questi era colmo dell’amore di Dio. E ti posso assicurare che credere nell’amore di Dio nella situazione in cui vivevano richiedeva uno sforzo di fede non da poco. Per aumentare la nostra fede ci basterebbe fare un ritiro spirituale di un mesetto con loro.
Riuscivano a citare anche alcuni passi della Bibbia, alcuni profeti, salmi soprattutto.
Non potendo entrare in sinagoga, il sabato, cercavano di mettersi a origliare da fuori la parola di Dio. Ascoltavano con attenzione. Poi qualcuno si accorgeva di loro, li cacciava e questi, mentre tornavano al pascolo, ruminavano quei pochi versi che erano riusciti a sentire. Riuscivano così ad avere la loro parola, a brandelli, frammentata, ma pur sempre parola, forse il loro unico conforto.
Ripetevano versi così:
Tu, pastore d’Israele, ascolta.
Seduto sui cherubini, risplendi.
Risveglia la tua potenza
e vieni a salvarci.
Oppure:
Ancora un poco e il malvagio scompare:
cerchi il suo posto, ma lui non c’è più.
I poveri invece avranno in eredità la terra
e godranno di una grande pace.
Oppure questi:
Tu sei davvero terribile;
chi ti resiste quando si scatena la tua ira?
Dal cielo hai fatto udire la sentenza:
sbigottita tace la terra,
quando Dio si alza per giudicare,
per salvare tutti i poveri della terra.
Ripetevano questi brandelli di salmi e altre porzioni dell’Esodo, di Genesi, dei profeti. Ti dirò… sapevano a memoria molto più antico testamento di me.
Arrivati al nostro accampamento aiutai come potevo, sistemando, spostando, raccogliendo.
Poi giunse la notte, con quella sua stella di luce divina e tutte le altre, sue compagne.
Mi addormentai in un attimo, mentre gli altri discorrevano di politica, di romani, di soldi che non c’erano, di come la gente li maltrattava. Fummo svegliati per sbaglio da tre tizi. Ti lascio immaginare chi fossero.
Riconobbi subito Balthasar, Caspar e Melchior. Stavano parlando con gli altri pastori. Balthasar rifece le stesse cose che gli avevo visto fare precedentemente, identiche, identiche. Scese dal suo cammello e consegnò le sue belle monete. Ne diede un bel gruzzolo anche a me. Non vorrei esagerare, ma mi parve che, nel darmele, mi abbia fatto una strizzata d’occhio d’intesa. Su questo però ho ancora grossi dubbi, d’altra parte mi ero svegliato di soprassalto e, nonostante la grande stella e il fuoco di campo, eravamo ancora in piena notte.
Se ne andarono nel giro di qualche minuto, lasciando i miei compagni nella piena commozione, come ricorderai. Io piansi nel vedere quella loro gioia profonda, che non è quella di chi aggiunge ricchezza a quel tanto che già possiede, ma quella di chi aggiunge un poco al niente che ha.
Ci volle almeno una mezzora per riprenderci e risistemarci sotto le nostre pelli, ma proprio mentre ci stavamo infilando sotto quelle coperte, ecco alzarsi un vento gagliardo, un vento caldo. Non soffiava con molta costanza, sembrava più che altro il respiro grande di qualcuno.
Le pecore e tutti gli altri animali cominciarono ad agitarsi nei recinti, i cani ad abbaiare. Ci toccò rialzarci per andare a calmarle da questo improvviso impeto. Fu proprio in quel momento, in quel preciso istante, sì, in cui ci dirigevamo dalle nostre pecore, che il cielo si squarciò, come se una lama lo avesse attraversato dall’alto in basso. Era come stare di fronte a un’immensa tela di Lucio Fontana, solo che noi stavamo contemplando quello che lui aveva cercato per una vita con i suoi tagli.
Da quell’apertura celeste fuoriusciva una sorta di polla di luce, una luce così potente, Giovanni, che ci coprimmo ben presto gli occhi con le mani. Se l’avessi guardata per un solo istante in più mi sarei ritrovato cieco, oltre che sordo. Non si poteva sopportare. Era bianca, un bianco mai visto qua, credimi. Tu non sai cosa sia il bianco, Giovanni, nessuno lo sa, nessuno, tranne chi ha avuto la grazia di vedere una cosa così. Non si può nemmeno definire “bianco”, è un’altra cosa. Ci avvolgeva completamente, avvolgeva tutto, le cose, gli animali, noi. Non c’era più alcuna ombra.
Mamma mia, Giovanni! Non siamo ancora pronti per una luce così, non ancora.
All’inizio eravamo terrorizzati. Avevo ancora in mente le parole dell’uomo al mercato: – L’ira del Signore si accenderà contro di voi!
Per un attimo pensammo che fosse giunta la fine, il grande giudizio, il nostro annientamento. Ci coprimmo il volto anche per proteggerci, in un certo senso, pur consapevoli che a nulla sarebbe valsa quella nostra piccola difesa. Ma capimmo presto che non c’era nulla da temere. Una certezza interiore prese il sopravvento su ogni nostra elucubrazione.
Insieme a questa luce proruppe in quel deserto anche un canto mai udito, una moltitudine di voci che, però, come dire… sembrava un’unica grande voce, di una potenza, ma allo stesso tempo di una dolcezza indescrivibili. Cantavano un Gloria in excelsis Deo, solo che, invece di cantare in latino, cantavano in aramaico. E io, di nuovo, riuscivo a comprendere tutto.
La luce per un attimo sembrò indebolirsi, quel tanto da farci togliere le mani dalla faccia e guardare in alto. Ed eccoli, Giovanni, proprio come scritto nei vangeli, eccoli là, gli angeli. Erano loro a cantare, a innalzare questa lode corale.
Ora non so dirti bene come o di che cosa fossero fatti, se fossero maschi o femmine, giovani o vecchi, perché non riuscivo a reggere lo sguardo troppo a lungo su quelle creature. Quello che posso dirti è che sembravano anche loro fatti di luce, che emanavano in particolare dal volto, che sembrava mandare in continuazione una specie di pulsazione luminosa, un irraggiamento, ecco. Per certi versi somigliavano a noi, ma non erano come noi. Avevano ali di colori così sgargianti, così diversi, di una bellezza e di un nitore che nessuno saprebbe replicare quaggiù. E sorridevano, sorridevano tutti. La gioia e la luce erano il loro tratto principale.
Posso anche dirti che Raffaello ha rovinato tutto, che siamo stati tutti ingannati dai sui puttini, che si sono imposti nel nostro pensiero comune allo stesso modo in cui l’aldilà ce lo figuriamo così come ce lo ha narrato da Dante. Crediamo che gli angeli siano “angioletti” e lo diciamo anche ai nostri bambini. Li abbiamo proprio ridotti male con la nostra mediocre estetica. Bisognerebbe riprendere Dionigi l’Aeropagita, piuttosto, ma Raffaello no di sicuro.
Non sono affatto così, sono grandi, quasi dei giganti, credo che superino tranquillamente i tre metri. Alcuni di loro sembrano corazzati. Per forza ogni volta che si presentano a qualcuno, nella Bibbia, iniziano dicendo: – Non temere.
Prova ad immaginare una creatura così che ti si presenta in casa o da qualsiasi altra parte, c’è da restarci.
Uno di loro si fece avanti, nel senso che ci si avvicinò a un tiro di sasso, ma stando comunque abbastanza in alto, sopra le nostre teste e ci disse le stesse parole che ci ha consegnato Luca: – Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia.
Capisci? Disse anche a noi “non temete”, aveva ben capito come eravamo presi, di che cosa avevamo paura.
Quell’annuncio ci sconvolse ancor di più di tutto quello a cui stavamo assistendo, perché se tutti si erano dimenticati di noi, se qualcuno addirittura si augurava il nostro sterminio, se nessuno a Betlemme ci aveva voluto e tutti, offendendoci, volevano cacciarci fuori dal villaggio, Lui no, no!, non lo voleva, Lui ci voleva lì, nella sua grotta, con la sua famiglia, con la Madonna, con Giuseppe, insieme ai ricchi. Lui non si era dimenticato di noi, dei suoi poveri, dei più poveri tra i poveri, di quelli che tutto il mondo considerava la feccia della feccia e aveva mandato i suoi angeli a darci quell’annuncio! E non uno solo, ma una moltitudine, in piena festa, con quella luce, quei canti, quella gioia vera che calava dal cielo.
Da sempre, da quando i miei compagni avevano cominciato a fare i pastori, tutti avevano loro insegnato che non c’era salvezza per gente così, nessuna possibilità, nemmeno un’unghia, ed ecco invece i messi del buon Dio che ci vengono a dire tutto il contrario, che la salvezza per noi, per tutti quelli come noi, c’è, è possibile, perché “è nato per voi un Salvatore”! “Per voi”, Giovanni, non “per gli altri”.
Tieni conto che tutto questo non è durato più di due minuti, anche se stabilire un tempo, in queste occasioni, è sempre molto difficile.
Dopo quell’annuncio lo squarcio cominciò a richiudersi e gli angeli a rientrarvi. Le voci si smorzarono e alla fine si rifece notte.
Noi eravamo come senza fiato. Forse l’avevamo trattenuto per tutto il tempo, chi lo sa. Ci guardammo a vicenda e tutto ci fu chiaro all’istante. La gioia che ci avevano annunciato prese dimora nei nostri cuori e cominciammo ad abbracciarci, ad abbracciare gli animali, a lodare Dio. Simulammo persino una danza. Poi, lasciando le pecore e tutto il bestiame nei recinti, ci infilammo i sandali e ci precipitammo correndo a rotta di collo verso Betlemme.
Non ho ricordo di aver mai corso così veloce in vita mia. Solo in quell’occasione ho provato la sensazione di avere per davvero “le ali ai piedi”.
Mentre correvo pensavo a tutto quello che mi stava accadendo, a quello che avevo potuto sentire, vedere, toccare anche. Non mi sembrava possibile di poter trattenere tutta quella felicità che, in altri momenti della vita, avevo accarezzato solo per frammenti di istanti. Qui, invece, durava, non dava segno di cedimento e questo mi sconvolgeva.
Le indicazioni degli angeli erano state chiare e non ci fu difficile trovare la grotta che avevo già visto con i magi. C’erano anche loro al nostro arrivo, erano dentro, con gli scrigni aperti.
I miei amici si precipitarono nella grotta chiedendo “permesso” nello stesso momento in cui entravano. Quanto a me, invece, come la volta precedente, non mi fu concesso di varcare quella santa soglia. Una forza, qualcosa che non so spiegare, mi impediva di varcare quell’ingresso, di attraversarlo per vedere, finalmente, quel Salvatore.
Me ne stavo fuori, a qualche metro di distanza e potevo solo vedere tutti quegli amici, con il sorriso in volto, che trafficavano e parlavano con chi avevano di fronte, anche se non riuscivo a sentire quello che stavano dicendo.
Provai a chiamarli, provai a chiamare Balthasar e fu durante questo sforzo di richiamare la loro attenzione che mi accorsi di non essere più muto, che potevo parlare di nuovo. Lo capii perché sentii chiaramente le mie labbra dire, quasi urlare: – Posso entrare anche io? Posso entrare anche io?
Mentre pronunciavo questa frase ripetendola più e più volte, cercavo anche di avanzare, invano.
Nessuno, però, sembrava sentirmi. Sconfortato, mi voltai a destra e a sinistra, per cercare non so che cosa. Sobbalzai nel momento in cui vidi avanzare lentamente, a lato della grotta, giocherellando e sfregandosi il muso a vicenda, un leone e un agnello. Andarono ad accovacciarsi di fianco all’ingresso. Il leone teneva l’agnello tra le sue possenti zampe, continuando a sfregare il naso sulla testa dell’agnello che, a sua volta, belando, la sfregava sul petto di quella bestia selvatica.
Stavo per lanciare un urlo perché gli altri si mettessero in guardia dal pericolo, ma capii presto che di pericoli reali non vi era nemmeno l’ombra e che quello cui stavo assistendo doveva avere a che fare con ciò che stava accadendo nella mangiatoia, in quella santa notte.
Un’ultima volta, senza troppa speranza a dire il vero, chiesi di poter entrare.
Tutti si voltarono verso di me, sorridenti, quasi ci fosse stata un’intesa simultanea. Mi avevano sentito. Continuavano a guardarmi, come se stessero aspettando qualcosa, finché sulla soglia apparve un uomo, anzi un giovane che stava facendosi uomo. Alto, spalle larghe, tunica e mantello marroni. Barba curata e capelli di media lunghezza, bruni. Era lui, Giovanni, proprio lui, l’uomo dei sogni, quello che nelle scritture non dice una parola, ma fa tutto quello che il cielo gli ordina. Non potevo, in verità, vedere molto bene quel volto, perché un’ombra cominciò a calare su quella scena. Riuscii a cogliere il suo sorriso e il suo invito, con un gesto della mano, ad entrare. Ma nell’istante in cui mossi il primo passo in avanti, tutto si fece buio, i volti e la grotta scomparvero alla mia vista, le voci tacquero, e mi ritrovai, di nuovo, nel mio salotto.
Immagina il mio stato, Giovanni, prova solo ad immaginare. Tutta questa grande attesa, tutte queste peripezie, questi incontri straordinari, tutti questi sconvolgimenti del cuore e alla fine nulla, o quasi. Non ero riuscito nemmeno questa volta a varcare quella soglia. Certo un invito l’avevo ricevuto e almeno Giuseppe l’avevo visto, anche se non così chiaramente. Però, alla fine di tutto, ero di nuovo a casa mia e quell’incontro che i miei amici avevano potuto fare, io ancora non l’avevo fatto.
Non so bene cosa aspettarmi adesso. Non so se mi toccherà un’altra simile avventura. Di sicuro, così, mi sembra una cosa a metà, che deve per forza compiersi in qualche modo, ma forse questo è solo un mio desiderio e un mio tentativo di esaudirlo e di giustificare quell’incontro mancato. Manca ancora qualche giorno a Natale, vedremo.
Ora spero solo che questa lettera arrivi prima dell’altra e di me. Poi, quando ci incontreremo, avremo ben modo di parlarne.
Perdonami la scrittura concitata, la lettera scritta così, un po’ di getto, ma non posso farne a meno. Oggi non so raccontartela diversamente, forse un giorno sarò più sereno e troverò altre parole, altri modi, per cercare di spiegarti questi fatti.
Intanto ti saluto. Ti salutano anche le bambine e Luisa. Saluta anche tutta la tua bella famiglia, i ragazzi, Francesca.
Vado. A presto. Ciao.
Marco