Tre racconti per Natale in forma di lettera. Terzo: seguire il somaro

| di Alberto Trevellin |

Caro Giovanni,

spero ti sia arrivata almeno una delle due lettere precedenti, perché questa, mi sa, chiude tutta la storia che ti ho raccontato in quelle. Non credo, infatti, ci sarà modo di proseguire, meglio, non credo mi sarà dato modo di andare avanti, quantomeno alla stessa maniera. Poi chissà, non si sa mai, ma questa volta mi è parsa davvero l’ultima. Ho avuto l’impressione, un’impressione così chiara, che si sia trattato di un dono, di una grazia del tutto speciale, sicuramente folle agli occhi degli altri. Non ho ancora ricevuto una tua risposta, non so nemmeno che cosa tu stia aspettando, sempre che tu abbia ricevuto le lettere, s’intende. Non hai idea di che fatica stia facendo a trattenere tutto questo, a dirlo solo a due persone, a Luisa e a te. Forse con queste righe lo sto dicendo anche a me stesso, per far chiarezza, per mettere ordine. 

Quest’estate ho incontrato un amico che non vedevo da molto tempo, è un tipo tutto particolare, che sta facendo un suo percorso, una sua ricerca personalissima di Dio. Pensa che voleva farsi frate e andare in Africa, ma poi ha capito che di Pietro e company non voleva e non poteva più saperne. Così ha cominciato questo suo cammino, molto olistico, molto sincretistico, devo dirti la verità, però di sogni e di mente umana ne sa parecchio.

In quella sera d’estate capitò di parlare proprio di sogni e insisteva nel dire che noi crediamo che i sogni non siano veri, non siano reali, però in che senso non sono veri, né reali? Per fartela breve, diceva che i sogni hanno sempre una loro verità perché, in qualche modo, sono reali. Vorrei parlarne anche con lui, ma m’immagino già la reazione, il prurito a sentir parlare della sacra famiglia, di angeli e così via. Però quel che ha detto, Giovanni, ha i suoi perché, non credi? Se non fosse così, se i sogni non portassero anche solo un frammento di verità, dovremmo strappare dal primo e dal secondo testamento pagine magnifiche di gente come noi che incontra gente del Cielo, che riceve messaggi divini, messaggi che li fanno alzare nella notte, far baracca e burattini e partire. Prendi Giuseppe, per esempio, nei vangeli non si riporta una sola parola pronunciata da lui, eppure doveva saper ben parlare perché a qualcuno ha certamente raccontato i suoi sogni, dato che di quelli sì che parlano i vangeli. Ecco, metti che, non considerando veri in alcuno modo i suoi sogni, strappassimo quelle pagine del vangelo, che cosa resterebbe di Giuseppe, ancor meno di quello che sappiamo. Pertanto, caro mio, se i sogni, nella Bibbia, portano con sé un senso e una verità, in qualche modo deve essere così anche per noi. Non che io voglia dire che tutto ciò che sogniamo debba avere a che fare sempre e per forza con il buon Dio, per carità, questo Freud ce l’ha spiegato da un pezzo. Ma che a volte, in rare occasioni, rarissime, questi possano portarci un po’ di luce dell’altrove… di questo ormai ne sono convinto.

Così noi facciamo i nostri sogni e a volte sogniamo anche ad occhi aperti, anche se questo è più un nostro comodo modo di dire.

Eppure, Giovanni, noi, noi cristiani, noi che crediamo davvero in quell’uomo di Nazaret, noi che crediamo che se la verità non fosse con Cristo staremo comunque con Lui, che cosa sogniamo davvero per Natale? Cosa ci aspettiamo, cosa vogliamo davvero? Me lo sono chiesto tante volte in queste ultime settimane e dopo l’ultima mia avventura, quella di cui ti voglio parlare adesso, mi par di aver capito, sì, di aver capito una volta per tutte. Con calma ti dirò tutto.

Andrò dritto al sodo, senza disturbare il gotico, né i sans-culotte, te lo prometto, anche perché ormai il tempo stringe e non ha senso divagare, saremo da voi domani. Non farò più in tempo a spedirti questi fogli, il tempo è finito. E se te li spedissi via mail? In un secondo li riceveresti sul tuo smartphone. Quanto più facile, economico, comodo e veloce sarebbe? No, devo resistere a questa tentazione. Abbiamo detto di rallentare e rallenteremo anche così, aspetteremo le nostre carte, nelle nostre case. Abbiamo già creato questo clima di attesa e non possiamo rovinarlo. Te li darò direttamente io, tra le mani e ti lascerò il tempo necessario alla lettura.

Questa volta niente calduccio da stufa, né coperta. Stavolta niente divano, caro mio. È successo tutto in piena veglia, certo sempre di sera, ma quando ero vigilissimo.

Ero appena rientrato dalla messa della vigilia e me ne stavo, da solo, a guardare il nostro presepe, disposto sui quattro piani della libreria in legno. Controllavo la piccola pompa dell’acqua con cui avevo cercato, fino al giorno prima, di fare un ruscello a cascate tra i vari piani. Con le bambine avevamo fatto il percorso con carta stagnola, colla e nastro adesivo. Era venuto fuori anche bene, devo essere sincero, ci mancava solo il muschio, che quest’anno ancora non siamo riusciti ad andare a prendere sulle nostre montagne, per camuffare la stagnola che vista così, nuda e cruda, era proprio brutta. Il problema era che la pompa non aveva abbastanza spunto, non riusciva a far risalire l’acqua un metro più sopra. Che delusione. Il più dispiaciuto ero io.

Mi sono deciso, quindi, a convertirla in fontana e ora fa il suo effetto, te lo assicuro, con l’acqua che scende da un pezzo di corteccia. All’inizio accadeva, però, che la cannetta dell’acqua dopo un po’ di tempo si spostasse verso sinistra ed uscisse. Mi sono ritrovato per ben tre volte il presepe allagato. È incredibile quanto resistente sia la carta roccia, è praticamente impermeabile. Poi, però, l’ho sistemata con un po’ di fil di ferro sottile e ho risolto il problema.

Però sai che quando accadono cose di questo tipo si resta sull’attenti almeno per qualche giorno e, insomma, me ne stavo lì a guardare questa pompetta d’acqua che avevo fatto diventare fontana, controllando che l’acqua centrasse giusta, giusta, la pentola di rame che le avevo messo sotto e che era diventata il nostro piccolo lago.

In casa c’era quel silenzio che solo le case di campagna, ai margini delle grandi città, nemmeno troppo fuori dal mondo, sanno donare a chi le abita. Se poi ci metti che fuori c’era una nebbia da non vedere a un metro di distanza, il silenzio era ancora più grande. Sentivo solo il rumore della cascatella e quello del piccolo pozzo, poco più sotto. 

Mentre me ne stavo lì, mezzo assorto, mezzo supervisore delle pompe idrauliche del mio presepe, ebbi come la sensazione di udire un suono di campane, campane vere, di campanile. Pensai a un telefono, a un qualche giocattolo delle bambine che avesse deciso “da solo” di partire con qualche melodia. Giocattoli di questo tipo ci sono un po’ in tutte le famiglie. 

All’inizio era un suono molto ovattato, come una specie di rimbombo, poi è diventato sempre più nitido, più chiaro, brillante. Erano campane a festa, che suonavano decise, annunciando qualcosa d’importante. Ma da dove venisse il loro canto non riuscivo ancora a capirlo. Mi guardavo tutt’intorno, ma non si muoveva nulla. Il salotto era sempre quello, immobile, al chiarore delle candele, nella notte.

Il suono continuava senza dar impressione di volersi fermare. D’un tratto, a questa musica solenne, se ne aggiunse un’altra, questa volta di voci umane, sia maschili che femminili. Anche in questo caso non capivo da dove venissero. Cantavano l’Adeste fideles. Quella sì poteva arrivare dal mio cellulare, tanto l’ho ascoltata e cantata in questo periodo. Così l’ho preso tra le mani, l’ho avvicinato all’orecchio destro, ma niente, non era da lì che veniva il canto. Era come se questi suoni fossero in me, come se potessi ascoltarli con un altro paio di orecchie che non erano propriamente quelle che abbiamo attaccate alla testa.

Ho persino pensato che potessero essere arrivati i ragazzi a cantare “la chiara stella”, che fossero fuori in strada e che quindi la musica venisse da lì. Ma era troppo tardi, e poi alla vigilia… figurati! Nessuno che voglia allietarci con canti natalizi passa per le case a quell’ora. Però ho voluto comunque essere scrupoloso, controllare per davvero che ci fosse o non ci fosse qualcuno in strada. Così ho aperto il portone, per vedere con i miei occhi, e appena aperto mi sono ritrovato un asino davanti all’uscio che subito ha cominciato a ragliare come un matto, altro che musica.

Questa nel frattempo era scomparsa, non sentivo più le campane, né l’Adeste fideles. Restava solo il raglio di questa bestia di fronte ai miei occhi.

In strada, come avrai capito, non c’era anima viva e la nebbia era così fitta che sembrava di stare dentro a una nuvola. Ecco, sì, una specie di nuvola, di quelle che ti avvolgono quando sei in alta montagna. La cosa interessante era che questa nebbia notturna cominciava ad essere sempre più luminosa, come se una luce esterna volesse penetrarla. Sempre di più, sempre di più, finché ho creduto che fosse giorno. Solo che intorno a me non c’era nulla, niente di niente, né la mia casa, né la macchina, nemmeno i lampioni. Eravamo solo io e l’asino, in mezzo a questo bianco lattiginoso. Per un attimo ho pensato di essere morto e ti dirò che non mi dispiace l’idea di morire e trovarmi affianco un asino. La sua mansuetudine, quei suoi occhi innocenti, che nulla hanno a che vedere con il peccato, mi sarebbero di conforto e mi darebbero sicurezza in un momento in cui, credo, ne avrò tanto bisogno.

Ma ero più vivo che mai. L’asino intanto aveva smesso di ragliare ed era fermo davanti a me. Mi guardava dritto negli occhi e sai che questo è già abbastanza strano perché, di solito, questi animali guardano sempre per terra o a mezz’aria. Questo invece mi guardava e io guardavo lui. Ad un certo punto ha cominciato a muoversi, mostrandomi il suo bel sedere. Intorno era ancora tutto avvolto dalla bianca nebbia. Io me ne restavo lì, a guardare il somaro che si allontanava da me, poi, però, si è fermato anche lui. Non capivo. Ho fatto due passi verso la sua direzione e lui ha ripreso il cammino. Mi sono fermato e si è fermato anche lui. Mi sono mosso e lui ha ripreso a muoversi. Voleva che lo seguissi, non avevo più dubbi.

L’ho raggiunto velocemente, standogli di fianco. Lui camminava, questa volta a testa bassa, diretto non so dove, perché nulla ancora riuscivo a cogliere di quello che ci stava intorno, finché un po’ alla volta la nebbia cominciò a diradarsi e riuscii a constatare che intorno a me non c’erano che campi e boschi di pianura. Di certo non ero in Giudea. Nulla intorno a me, tuttavia, riusciva a dirmi dove mi trovassi con precisione. Ma al vedermi certi abiti addosso capii che dovevo essere ben lontano dai miei tempi e più vicino a quelli delle mie altre avventure.

Portavo un mantello di un marrone chiarissimo. Doveva essere di lana, visto il leggero prurito che sentivo di tanto in tanto. Poi braghe, anche quelle marroni, però più scure. Sandali con lacci fin sopra la caviglia, cintura di corda di cuoio in vita e un borsello, anche quello di cuoio, legato a questa. Dentro qualcosa tintinnava. Monete romane, Giovanni. Cominciavo a capirci qualcosa.

Nel frattempo il somaro camminava lungo una traccia ben segnata sul terreno, una traccia non troppo larga. Un carro, per dirti, non avrebbe avuto lunga vita, lì.

Dopo forse un’ora mi ritrovai a costeggiare la sponda di un fiume limaccioso. Doveva aver piovuto da poco, anche l’erba e gli alberi erano bagnati.

Incontrai un uomo e gli chiesi dove fossimo. Questo non mi capiva. Provai a chiederglielo in dialetto, niente, in inglese, nemmeno, finché, ricordandomi dell’epoca in cui mi trovavo, e cercando, con enormi sforzi, di far riemergere il mio latinorum riuscii a dirgli: – Salve! Ubi sumus, in qua urbe?

– Patavium!

– Patavium?!

– Patavium!

– Et hoc flumen, quod flumen est?

– Medoacus!

– Medoacus?!

– Sic est. Sed tu, unde venis?

– Gallia.

– Gallia? Sed…

– Gratias tibi ago, – e mi allontanai velocemente, perché avevo capito che voleva continuare a fondo la conversazione

– Salve…

E ci salutammo.

Questa volta non mi sono ritrovato a due passi da Betlemme, ma a due passi da casa mia, a Padova, in piena epoca romana. E poi ci credi? Ho dovuto dire che venivo dalla Gallia, cioè che ero un francese ante litteram. Io, proprio io! Ma è stata la prima cosa che mi è venuta in mente. Robe da matti! Ancora me ne pento. Potevo dire che ne so, che venivo dalle terre di Thor o dalla Germania, Invece ho proprio detto: – Gallia!

Rimasi un pomeriggio intero steso lungo il fiume, a cercar di capire che cosa dovessi fare. Solo all’imbrunire mi accorsi che nel cielo terso, ancora una volta, brillava decisa e chiara, lei, la stella delle stelle. Allora cominciai a vederci meglio, a capire qualcosa in più di quanto mi stava capitando.

Per arrivare a Lui dovevo partire da casa mia. Si parte sempre da lì, in qualche modo, che uno voglia o no, si parte sempre da lì, da casa nostra, dove la fede ci è stata mostrata o magari nascosta bene, mai rivelata. È sempre da casa che partiamo per incontrare Dio, che ci mettiamo lungo la strada o che ci chiudiamo nel segreto della nostra camera. C’è chi ha la grazia d’incontrarlo fuori dal proprio uscio e chi deve andare fino in capo al mondo per trovarlo. Ti parlo di distanze interiori, beninteso.

Questa volta, quindi, a Betlemme dovevo andarci per conto mio. Fare tutto il cammino da solo, senza magi né pastori da seguire, né su cui contare. Però alcune cose le sapevo, qualcosa me lo avevano insegnato, mi avevano indicato la strada, in qualche modo, solo che ora toccava a me, a me soltanto, insieme al mio somaro, percorrerla.

Ora, non starò qui a scriverti, ma sarò felice di raccontartelo a voce, di quale fatica sia stata per me raggiungere Betlemme, quali peripezie abbia dovuto passare e quali rischi scampare. Ti basti sapere che dalla mia Patavium sono andato verso Aquileia, l’asino mi faceva da navigatore, da lì sono salpato per Brindisi e da Brindisi per Alessandria d’Egitto.

Mi hanno assalito tre volte. Due volte intimandomi di svuotare il borsello per intero, cosa che ho prontamente fatto, e un’altra mettendomi dritto per terra, prendendomi a calci un po’ ovunque, tranne in faccia, mentre uno di loro mi sfilava il denaro. Saranno stati quattro o cinque. L’asino ragliava come un forsennato. Anche lui si è preso un paio di bastonate, poveretto.

Ma, al di là di queste disavventure, l’impero mi è parso abbastanza sicuro. Ho conosciuto moltissima gente, di ogni regione del mediterraneo e dell’Europa. Ho parlato fluentemente in latino, greco, ebraico, aramaico, sempre per quel dono della glossolalia di cui ti ho già parlato precedentemente. Avessi avuto questo dono a scuola…

La traversata del Mediterraneo, da Brindisi ad Alessandria, non è stata proprio una passeggiata. Le navi non erano come i traghetti che oggi ci portano in Sardegna o in qualche crociera. Il mare mosso si è fatto sentire con più prepotenza, diciamo così, e più di una volta mi sono ritrovato a vomitare oltre il parapetto, insieme ad altri che soffrivano quelle turbolenze marine.

Ti starai chiedendo: – E con i soldi? – Già, e con i soldi? Soldi che mi avevano rubato, soldi che spendevo… caro mio, solo la provvidenza divina mi ha aiutato in questa faccenda, non può essere stato altrimenti. Il mio borsello, ogni volta che tiravo fuori delle monete, si rimpinguava dello stesso numero che ne avevo estratto. Per esempio, facciamo caso che avessi dieci denari, ne estraevo due e dopo un po’, visto che me ne servivano altri, rimettevo la mano nella saccoccia e le monete erano di nuovo dieci, non otto come sarebbe dovuto essere. La cosa interessante è che il borsello si riempiva solo di quel tanto che era necessario per il viaggio, per il mangiare, sempre abbondante devo dire, per dormire, per il foraggio dell’asino, per pagare chi mi trasportava, per fare la carità, ma non di più. Erano soldi contati insomma, contati bene per quello che dovevo fare. Tutto il resto, rispetto a questo elenco, sarebbe stato effettivamente superfluo. Avevo quello che mi bastava per viaggiare.

Quando non ho viaggiato per mare, comunque, me la sono sempre dovuta fare a piedi, con i miei piedi, intendo. Perché devi sapere, caro il mio Giovanni, che l’asino, nonostante fosse misteriosamente sellato, non voleva saperne che gli montassi in groppa. Qualche volta l’ho anche mandato a quel paese. Prova ad immaginare di farti la strada da Alessandria d’Egitto a Gerusalemme tutta a piedi, un avventura che ti raccomando. Le volte che ho provato a salirci sopra ho sempre rischiato che mi scalciasse in faccia.

Poi, questa te la devo proprio raccontare. Già dopo qualche ora che l’avevo conosciuto avevo capito che il mio asino non era proprio un somaro. Non voleva farsi cavalcare, sapeva dove brucare, dove abbeverarsi, sapeva persino la strada che dovevamo percorrere, altro che Maps! Io mi sono limitato a seguirlo sempre e non abbiamo sbagliato una volta sola. Cioè, era l’asino che guidava me e non il contrario. Ma la faccenda più strana e più commovente, per certi versi, era che il somarello sembrava avesse una sua personalità. Provo a spiegarmi meglio.

Lungo tutto il viaggio si sarà fermato, proprio piantato lungo la strada, almeno mille volte. Non sto scherzando. All’inizio non capivo, così lo tiravo, lo spingevo, inveivo contro di lui, senza mai percuoterlo, ovviamente. Lui ragliava e ragliava, e non capivo cosa volesse. Dopo un po’ ho cominciato ad accorgermi che si fermava sempre davanti a qualche sfortunato, un lebbroso, uno storpio, un cieco, una vecchia da sola, a volte era una madre con i figli, un’altra una famiglia intera. Di gente così, poveri abbandonati da tutti, ne ho vista una moltitudine.

Mentre cercavo di calmarlo, questi iniziavano a chiedermi del pane o una moneta e io, che dovevo badare a quella bestia che sembrava impazzita, non ci pensavo troppo, tiravo fuori alcune monete, in base a quelle che mi sembravano le necessità, e gliele davo. Quando avevo porto la mano e lasciato cadere le monete tra le mani di quegli sfortunati, il mio compagno di viaggio smetteva di ragliare e riprendeva il cammino. Faceva sempre così, quando incontrava questa povera gente. Si piantava, mi ragliava in faccia, poi si girava verso di loro, poi di nuovo ragliava verso di me. Voleva richiamare la mia attenzione su di loro e ci riuscì. Soprattutto, voleva richiamare la mia carità. Mi costringeva ad accorgermi dei poveri, a girarmi verso di loro e a mettere la mano in tasca per aiutarli davvero. Ti rendi conto? Un somaro che mi insegna la carità. La fantasia di Dio è davvero senza limiti.

Dopo un po’ avevo capito, così, quando in lontananza mi accorgevo che c’era qualcuno da aiutare, iniziavo già a mettere mano al borsello, per tirare fuori le monete. Lui ragliava lo stesso, ma per lo meno ne avevo compreso il  motivo.

È un’esperienza da fare, quella di avere per compagno un somaro, un somaro che devi seguire, se no ti perdi, un somaro che ti fa da guida e da maestro, per certi versi.

Fin da bambino ne ho sempre voluto uno, ma un asino non è un labrador, né un pastore del Lagorai. Non lo si può mettere facilmente in giardino. Troppo facile volere un cavallo, troppo facile. Non farebbe per me, credo, anche se correre sulle spiagge della Camargue con un bel destriero è un desiderio che porto nel cuore fin da quando i miei mi portarono a vedere quelle immense spiagge quando avevo sette anni. Ma per viaggiare, per fare un pezzo di cammino assieme, sì, preferirei un asino. L’ha preferito anche nostro Signore, se ci pensi, e anche nostra Signora. Vuoi mettere, fare un bel pellegrinaggio con un asino?

Andare in giro con una bestia così aiuta ad entrare in sintonia con questi altri fratelli e sorelle che, davvero troppo spesso maltrattiamo e troppo spesso dimentichiamo. È da diverso tempo, ormai, che crediamo che la natura stia là, oltre lo steccato, e noi di qua, come se potessimo pensarci davvero separati da lei. Il mio somarello, invece, ha aggiustato il mio sguardo diverse volte lungo il viaggio, nel nostro pellegrinaggio alla capanna di Betlemme.

Ogni tanto vedevo che alzava il muso verso le stelle, si fermava un attimo e poi riprendeva la strada. Aveva anche lui la sua stella da seguire. Diverse notti mi sono ritrovato con il naso all’insù a guardare il grande astro col mio fedele compagno. Pregavamo insieme, in qualche modo.

Pregare, pregavo tanto, Giovanni, pregavo da solo però, perché di chiese, inevitabilmente, nemmeno l’ombra. Al sabato stavo sulla soglia delle sinagoghe, ascoltavo le letture, il commento… che cosa non abbiamo ereditato dal popolo ebraico! Seguivo la salmodia di qualche viandante che incontravo lungo la strada, stavo a sentire le loro spiegazioni, a volte molto dotte, a volte molto popolari, ma non per questo meno vere. Per il resto pregavo il rosario con le dita delle mani, il Padrenostro, tante altre nostre preghiere. Parlavo molto con Dio.

Nel tratto da Alessandria a Betlemme pensavo a quanto lunga e tortuosa può essere la strada per arrivare a Cristo. Però non siamo mai soli, c’è sempre una stella ad indicarci la direzione, e c’è sempre un compagno, degli amici, qualcuno che cammina con noi, con cui andiamo insieme. È questa, alla fine, l’esperienza di ogni chiesa, di andare a Lui insieme, senza lasciare indietro nessuno, quantomeno dovrebbe essere questa. Ma, alla fine, il passo lo devi fare tu, tocca a noi varcare la soglia. Qualcuno ci può condurre fin lì, ma l’ultimo fatidico passo tocca a noi.

Prendi Simone Weil, per esempio. Pare si sia fatta battezzare solo in punto di morte. Ma prima, quanti amici ha avuto che l’han portata fin sulla soglia? Eppure lei se ne stava lì, a guardare dall’ingresso e forse per noi è stato un bene, altrimenti non avremmo avuto le sue opere, che sono di una profondità spirituale a volte inavvicinabile. Ci sono alcuni che conoscono meglio Dio solo a stare sulla soglia, ma sono casi eccezionali. Magari, per il vero, l’hanno varcata ma non se ne sono accorti.

Sta di fatto che non possono essere gli altri a costringerti ad andare da Lui, dobbiamo essere noi, liberamente, a fare il passo, ad entrare nella capanna. Per quello sia il trascinarmi di Balthasar, sia quello del pastore non erano riusciti a farmi entrare. Loro erano partiti, avevano seguito la stella, l’annuncio dell’angelo. Io li avevo solo seguiti da spettatore, ma questa volta ero da solo, sulla mia strada verso Lui, da protagonista.

Tocca noi fare il passo, vecchio mio, non possono farlo gli altri al posto nostro. Potremmo anche trascinare qualcuno dentro alla capanna, ma questo potrebbe girarsi dall’altra parte e non voler guardare o, più semplicemente, non capire nulla, restare indifferente.

Ognuno deve fare la sua strada per arrivare a Cristo. Non è stato così anche per noi? Possiamo trovare qualcuno che ce la indica, se siamo fortunati qualcuno ce lo presenta direttamente, ma il passo tocca a noi. Altrimenti non si spiegherebbe la fuga dei nostri giovani figli dai pascoli della nostra spiritualità. Non basta parlargli di Dio, lo devono incontrare personalmente.

Pensa, li facciamo crescere nella fede, nelle nostre chiese, nelle attività delle nostre chiese e poi, verso i quattordici anni, si allontanano, diventano un po’ più tiepidi, a volte freddi, freddi.

Appena si affacciano sulla vita sembrano già stanchi di questa fede che non hanno mai ben approfondito. Credendo, così piccoli, così giovani, di conoscere già tutto della nostra teologia, di Agostino, delle scritture, della storia più vera del cristianesimo, quando in realtà non hanno nemmeno messo il naso oltre la porta della nostra religione. Credono, guardandola da fuori, di aver capito tutto. Poi gli parli della teologia paolina, di Nicea, del Carmelo o di meister Eckhart e iniziano a balbettare. Magari conoscono un bel prof, uno un po’ schierato, uno un po’ anticlericale, diciamo, che gli parla delle crociate o dei roghi, e pensano che il cristianesimo sia, ancora oggi, quella roba lì e basta. E poi incontrano Nietzsche, Feuerbach, Marx, inevitabilmente, e anche il nostro caro Freud, tipi tosti, non c’è che dire, tipi che amo anche io leggere, per mettermi alla prova da me, per vedere se la mia fede è ben salda e riesce a reggere le sferzate dei maestri del dubbio. Per ora me la cavo bene, ma ho anche una certa età per reggere ai colpi, bisogna dirlo. Invece quando questi arrivano alla mente dei ragazzi, tante volte la loro fede è come Caporetto e questo la dice lunga su che tipo di fede gli abbiamo trasmesso e sull’efficacia di tutta la miriade di proposte che gli facciamo nelle nostre parrocchie. Però non mi dispero più come una volta, non ce n’è motivo. Me l’ha detto anche un collega, mentre parlavamo del Maestro e gli dicevo tutte queste cose che sto dicendo a te: – Tanto poi lo ritrovano, più avanti lo ritrovano, – mi diceva, ed è così, Giovanni, è così. Quasi tutti lo ritroviamo più avanti.

In questo modo, dopo lungo peregrinare, diverso patire anche, sono giunto in vista della piccola Betlemme.

Quando l’ho intravista, al tramontare del giorno, il cuore mi si è riempito di gioia e ho pianto, Giovanni, pianto come non avevo fatto da tanto tempo, lì, nel deserto, da solo, tra le mie mani e il collo del mio somaro che cercava di consolarmi dandomi dei colpi sulla spalla con il muso. Me ne sono rimasto lì per un po’, fino a quando non mi son deciso a riprendere il cammino.

Entrato nel villaggio me la sono presa comoda. Sono stato con la gente arrivata lì per il censimento, ho parlato con loro, mangiato e bevuto intorno a un fuoco. Parlavano tutti delle stesse cose, dei romani canaglie, delle tasse inaccettabili, di Erode “il piccolo”, come lo chiamavano loro, sempre farabutto e traditore e, per forza di cose, parlavano del Messia che li avrebbe certo liberati da quell’oppressione assurda. Se solo avessero saputo che il loro Messia stava per nascere a due passi da dove eravamo seduti e avessero saputo che tipo di liberazione avrebbe proposto, avrebbero avuto tutt’altro tipo di entusiasmo.

Quando tutti presero sonno, in silenzio, mi allontanai da quei giacigli, affiancato per un’ultima volta dall’asino. Adesso conoscevo bene anch’io la strada e nel giro di poco tempo ero davanti alla grotta.

Come nel dissolversi dell’ultima mia avventura, ritrovai Giuseppe sulla soglia, mentre dentro potevo vedere tutti i magi e i pastori che parlavano tra di loro e con chi gli stava di fronte.

Giuseppe, che ora vedevo bene, era un uomo giovane, ma non chiedermi l’età. Non mi disse una parola, ma con un sorriso grande e un gesto della mano m’invitò ad entrare. Lui mi precedette.

Finalmente anche io sarei entrato, Giovanni, finalmente, anche se, a dirti tutta la verità, qualche dubbio sulla reale possibilità di varcare quell’ingresso ce lo avevo ancora.

Mi stavo avviando verso l’ingresso quando una ragazza giovanissima, così giovane che non avrà avuto, credo, più di diciott’anni, uscì dalla grotta e cominciò a venirmi incontro.

Lo so che bisogna stare attenti a dire che ci sono donne più belle delle nostre mogli e delle nostre mamme, Giovanni, ma questa ragazza qui era davvero di una bellezza sconvolgente, con i suoi lunghi capelli corvino, gli occhi color rame e la pelle che sembrava leggermente abbronzata dal sole. Bisogna anche dire, a nostra giustificazione, che, alla fine dei conti, questa ragazza è anche nostra madre, madre di tutti noi.

Si vedeva che era stanca, provata dal parto avvenuto qualche ora prima, ma si teneva comunque bene sulle gambe.

– Ti stavo aspettando, – mi ha detto guardandomi dritto negli occhi. Cose che non svenga. Per l’ennesima volta ho creduto di fare un infarto. Poi mi ha preso per mano e con la testa mi ha fatto cenno di seguirla, per entrare in quella grotta dei miracoli.

Carezzò anche l’asino, dicendogli: – Ce l’hai fatta, bravo, non avevo dubbi.

Hai capito, Giovanni? L’asino, il mio compagno di viaggio, era l’asino della Sacra Famiglia. Era sellato perché era l’asino che aveva portato in groppa Maria. Me l’ha mandato lei, era l’asino della Signora, della Theotokos, della Madre di Dio. Per quello non tollerava che nessun altro gli salisse sopra, per quello conosceva la strada, per quello non riusciva a fingere che i poveri non esistessero.

È la Madonna, caro mio, che ci porta a suo Figlio e anche lei ha i suoi modi. È stata lei a mandarmi quel somaro. È la Madre a portarci da Lui, è lei la prima che ci indica la strada, perché senza di lei, senza quella Madre lì, non ci sarebbe nessun Figlio.

L’asino ci precedette e varcò la soglia. Io quasi tremavo per l’emozione. Questa volta non sentivo nessuna forza che mi tratteneva all’ingresso, anzi, qualcosa di più grande mi attraeva lì dentro, finché sono passato sotto lo stipite, sempre tenendo ben stretta la mano di quella giovane signora. Poi, finalmente, sono entrato.

Ho visto l’asino che si era messo vicino al bue, di fianco ai due santi e al Santo, non proprio vicinissimo al piccolo, ma vicino quel tanto da scaldarlo con i loro fiati animali.

Un grande silenzio avvolgeva quella grazia. Tutti mi sorridevano, i pastori mi davano pacche sulle spalle e i magi mi stringevano la mano: – Ben arrivato!

Poi l’ho visto, steso sul suo bel giaciglio, ben avvolto nelle sue fasce. Dormiva in una pace che quasi potevamo toccare. Ai suoi piedi c’era un agnello, che non era dei pastori, che lo coccolava di tanto in tanto sfregandogli il muso sui piedi.

Io ho iniziato a piangere, Giovanni, a piangere, ben più di quanto avevo pianto nel deserto. Cercavo però di non fare rumore, per non svegliare il piccolo.

Passato qualche minuto sono riuscito a calmarmi e tutti mi hanno chiesto com’era andata, com’era stato il mio peregrinare. Così ho cominciato a raccontare la mia piccola avventura, dall’Adeste fideles fino all’ingresso nella capanna. Abbiamo discorso liberamente. I magi hanno raccontato del loro cammino, i pastori del proprio e anche Maria e Giuseppe ci hanno detto delle grandi difficoltà affrontate per arrivare a Betlemme.

Dopo qualche minuto un piccolo vagito ha scosso i nostri cuori. Era il nostro Dio che apriva gli occhi. Tutti ci siamo avvicinati per vederlo meglio. Per un attimo ho avuto come l’impressione di trovarmi in una tela di Gherardo delle Notti.

Maria si è alzata, ha preso il bambino tra le braccia, lo ha cullato un po’ e poi lo ha portato verso Giuseppe. Ho notato subito che si erano scambiati uno sguardo d’intesa.

– Tienilo tu, dovresti sapere bene come si fa, – e ha riso insieme a Giuseppe.

Nel dirmi questo e ridendo insieme agli altri, me compreso, mi ha messo il bambino tra le braccia.

Ti ricordi quel che ti dicevo all’inizio di questa lettera, che cosa ti ho chiesto? Noi cos’è che vogliamo davvero a Natale, Giovanni? Cos’è che ci riempie davvero il cuore di gioia, che ci tiene allegri per un mese abbondante? Non sono le luminarie, i pranzi e le cene sfarzose, né i regali, sempre tanti e tanto superflui, il più delle volte, che desideriamo davvero. Non sono nemmeno le gite sulla neve, né la meritata pausa dal lavoro. No, caro mio, non è niente di tutto questo, nulla di tutto ciò.

Quello che noi ardentemente desideriamo in cuor nostro a Natale, e che ci porta quella gioia che non vorremo perdere mai, ha a che fare con il sapere che duemila anni fa, in un buco nel deserto che poteva ospitare solo qualche uomo e qualche bestia, un Dio è per noi. Un Dio che, prima di mostrarci tutto il suo amore con le braccia aperte sulla croce, ha voluto venire tra le nostre braccia. Ecco cosa vogliamo davvero, Giovanni, ecco cosa desideriamo davvero così tanto… poter tenere in braccio Dio, come un bambino, come un nostro figlio, come una creatura indifesa. Presentandosi così, in quel modo, piccolo, fragile, esposto alla morte quanto noi, voleva dirci solo una cosa: non abbiate paura.

Solo un Dio così non ci spaventa e solo con un Dio così ci sembra di poter essere perdonati, di trovare davvero misericordia.

Perché dopo la sua venuta, dopo che è venuto tra noi, siamo tornati a fare lo stesso errore che fanno tutti, ad avere non tanto il timor di Dio, ma il terrore di Dio.

Abbiamo diviso di nuovo la giustizia e la misericordia, abbiamo scisso ancora una volta Dio lungo i secoli, nel grande vendicatore, nel grande giustiziere e poi gli abbiamo ritagliato la figurina del misericordioso. Ma a tenere in braccio quel piccolo ho visto solo un amore infinito, che ripara e risana ogni male. Questa deve essere la giustizia di Dio, e quindi la misericordia, un’aggiustare una volta per tutte le nostre storture e tutto il nostro male.

Tenerlo in braccio è stato sconvolgente, Giovanni. Di un Dio che si addormenta tra le tue braccia puoi fare quello che vuoi o magari un bel niente, perché ti scandalizza. Ma tu immagina la fiducia che Dio ha avuto di noi, a lasciarci portare a destra e sinistra un bambino che non aveva alcuna forza di opporsi, ma solo poteva fidarsi di quelli che gli stavano attorno. Che Dio abbiamo, Giovanni, che Dio abbiamo? Nessuno ha un Dio come il nostro, nessuno, perché Dio non può che essere che questo, non può che essere così.

Mentre lo tenevo tra le mie braccia, commosso all’inverosimile per l’ennesima volta, ho visto un bambino come tutti gli altri, un bellissimo bambino ovviamente, ma comunque uomo come noi, fragile come noi. Un bambino che potrebbe essere stato nostro figlio. Sentivo tutto il suo peso, cioè tutto il suo abbandono a me. Parliamo tanto del nostro abbandonarci a Dio, tra le sue braccia, e facciamo bene. Ma lui non ha fatto troppo diversamente con noti. Ti rendi conto di cosa è successo a Maria e Giuseppe? Cos’hanno vissuto, e patito? Cosa deve essere stato quel cullare Dio, cantargli una ninna, farlo addormentare?

Mentre lo cullavo, minuscolo, anche lui ancora provato dal venire al mondo come tutti noi, guardavo questi occhietti scuri, che mi dicevano e rivelavano tutto, senza che una sola parola venisse proferita. È stato come cadere in un abisso di verità e nulla più di questo so e riesco a dirti. Non si può esprimere l’inesprimibile. È quello sguardo, Giovanni, quegli occhi lì, che noi vogliamo incrociare, è di quegli occhi che andiamo in cerca per tutta la vita, perché tutto ci sia chiaro. Sono quegli occhi, quelli e solo quelli, a rispondere al nostro “perché”.

E tenendolo tra le braccia ho capito limpidamente che il Cristo della croce è il Cristo della capanna. È sempre lui, è sempre quel bambino con gli occhi grandi e marroni, è sempre l’innocente, l’agnello. Non è diventato un altro. Per quello i vangeli tacciono sull’infanzia di Gesù, perché ci vogliono dire che il Cristo della croce è il Cristo della grotta di Betlemme, che il piccolo Messia di quella notte è lo stesso Messia dell’alba della risurrezione.

Sulla croce, in verità, abbiamo inchiodato un bambino, solo che allora non sembrava, perché il corpo del Nazareno adulto ci ha ingannato, ma sotto quella carne c’era il piccolo di Betlemme. Ed è andata così, che alla fine abbiamo finito il lavoro che aveva cominciato Erode.

Per quasi quarant’anni l’abbiamo inseguito, quel bambino, e alla fine l’abbiamo preso per i capelli e portato sul patibolo. Avrebbe fatto scandalo inchiodare un bambino, e ci mancherebbe, inchiodando un adulto, invece, lo scandalo, almeno all’inizio, è sembrato minore. Solo poi abbiamo capito cosa avevamo combinato, proprio poco dopo, comunque, appena aveva spirato, appena aveva consegnato lo spirito… il centurione stesso se n’era accorto, lo aveva capito prima degli apostoli.

Sulla croce non abbiamo crocifisso uno come noi, nemmeno un innocente, a dire il vero, abbiamo crocifisso l’Innocenza, cioè quel bene assoluto che tutti desideriamo nel profondo dei nostri cuori. Sembra che non potendola avere del tutto, non potendola abbracciare, né baciare, preferiamo farla fuori, perché ci infastidisce, perché ci turba.

Quante volte leggiamo dei bambini scandalizzati, Giovanni? Quali orrori compiamo nei confronti di questi piccoli, lacerando per sempre la loro innocenza, il loro cuore immacolato e candido? E di quanti crimini, in questo senso, si è macchiata e si macchia ancora oggi la nostra casta meretrix? È uno scandalo insopportabile.

Quando dico “noi”, non intendo io e te singolarmente, ovviamente, intendo noi come comunità di uomini e donne, perché sai bene anche tu che il buon Dostoevskij diceva che siamo tutti colpevoli del male che viene compiuto nel mondo, tutti, anche fosse compiuto dall’altro capo del pianeta. Tutti, Giovanni, tutti. Tutti noi adulti, quantomeno. Anche gli apostoli, caro mio, che erano lì e nulla hanno fatto, se non dileguarsi in quattro e quattr’otto. Noi come loro. O pensi che se fossimo stati lì, a Gerusalemme, in quei giorni, avremmo fatto diversamente da tutti gli altri, che saremmo stati meglio dei dodici e avremmo tirato fuori le nostre spade, le avremmo impugnate e saremmo andati contro tutto e tutti? No, avremmo inchiodato anche noi quell’innocente.

Ma questo bambino è anche Dio e per noi è una grazia enorme, perché solo un Dio che si presenta agli uomini come uno di loro, bambino e fragile come loro, poteva far risorgere l’Innocenza crocifissa e così salvarla, metterla in salvo, riportarla al cuore degli uomini, perché sempre potessimo averla di fronte e mai più potessimo osare farle anche solo un graffio.

Quell’innocenza Cristo la fa risorgere ogni giorno da quella Domenica, perché noi poco abbiamo imparato e ancora la crocifiggiamo, crocifiggendo ancora Lui, quindi, ma Lui, poi, la fa risorgere. Se non fosse così, se Cristo non la facesse tornare in vita sempre, continuamente, non ci sarebbe più nessun innocente al mondo, nessuno senza macchia, nessun immacolato, e il mondo sarebbe scomparso da un pezzo e questa mia lettera non avrebbe mai visto la luce.

Questo nostro piccolo, immenso, Dio, l’avrò tenuto in braccio cinque, forse dieci minuti, poi ha iniziato a piangere, perché la fame è fame, anche per il Figlio di Dio.

Insieme agli altri abbiamo intuito che era venuto il tempo di congedarsi, così, uno per volta, affrettandoci lentamente, abbiamo salutato quella famiglia irripetibile e siamo usciti. Ho salutato anche il mio compagno di viaggio, abbracciandolo al collo come ancora non avevo fatto.

Una volta fuori, abbiamo cominciato a salutarci tra di noi, ripetendo alcune cose che ci eravamo già detti e augurandocene altre.

Poi ognuno ha ripreso la strada di casa, perché se è da lì che siamo partiti e lì che torniamo, sempre, alle cose di tutti i giorni, al nostro pane quotidiano.

Quell’incontro sconvolgente ci riportava alla nostra ferialità con la grande speranza e la grande gioia che un giorno avremmo rivisto quel bambino e che sarebbe stato per sempre. E quando accadrà, Giovanni, ogni notte sarà santa, ogni sguardo, ogni stretta di mano, e le stelle brilleranno anche di giorno, e gli animali parleranno con noi e noi chiederemo loro scusa. Ci scuseremo con tutti. Poi, qualcuno, eleverà i vessilli della pace eterna e nessuno avrà più fame, né dolore.

Ci siamo allontanati dalla capanna, tutti con il sorriso, tutti per la strada da cui eravamo arrivati, tranne i magi, che fecero un altro giro, come ben sai.

Dopo essermi allontanato un paio di chilometri, senza il mio fedele amico, la nebbia dell’inizio cominciò ad avvolgermi di nuovo e con lei quella luce bianca. Per un attimo mi sono disorientato. Intorno a me non c’era altro che questa infinita nuvola bianca. Poi ha cominciato a diradarsi, piano, piano, lentamente, quel tanto da lasciarmi vedere, poco alla volta, quello che mi circondava. Ho cominciato a intravedere i profili delle case e degli alberi della mia via, finché mi sono ritrovato fuori dal cancello di casa.

Era l’alba di Natale.

Ho aperto piano la porta, senza far rumore, e sono entrato, ancora un po’ stordito da quell’avventura. Le luci del presepe e dell’albero erano ancora accese e così le ho lasciate. Ho aperto i balconi e cominciato a preparare la tavola. Poi ho acceso la stufa e davanti a quel fuoco me ne sono stato quasi per tre ore, sul tavolo, a pensare a tutto questo e a scrivere queste pagine, che ora devo terminare, perché le bambine e Luisa si stanno svegliando.

Mi sembra di poter ancora sentire il peso piuma del piccolo di Betlemme, quel tanto da avermi reso chiaro, una volta per tutte, come non sia venuto per schiacciarci, ma per sollevarci, sollevarci e salvarci tutti, come noi abbiamo sollevato e salvato Lui, una notte di tanti anni fa, sotto il segno della stella delle stelle, tra le rocce della Giudea

Rivedo i suoi occhi, che tutto mi hanno detto, ma di cui nulla di più riesco a dire, perché il finito e il mortale non possono spiegare l’infinito e l’eterno. L’unica cosa che riesco a balbettare è che in quello sguardo c’è tutto e che tutti, quando sarà il momento, sosterranno quegli occhi pieni di tenerezza, senza restarne annientati, ma, piuttosto, risanati e resi perfetti.

Adesso, però, devo proprio andare, perché c’è una festa da cominciare, festa che per me, ora, ha la larghezza e la profondità che fino ad oggi avevo solo intuito.

Buon Natale, Giovanni, grazie di avermi seguito fin qui.

A presto.

Marco

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