| di Alberto Trevellin |
C’è un luogo, che non è la nostra casa, né quella di qualcun altro, che dà nutrimento al nostro focolare e meglio permette di aver contezza che una famiglia è, prima di tutto, un’unità di amanti. Un insieme di singole persone che danno vita ad un Uno e che sono Uno nella misura in cui si amano. Meglio ancora ce ne accorgiamo quando generiamo dei figli, quando li diamo al mondo.
È un posto del tutto particolare, perché non ha stanze né confini, ma ci permette comunque di restare assieme e di avere la possibilità di rivederci come Uno e non solo come delle singolarità.
Questo posto degli affetti, questo spazio dell’unità familiare, è il tempo dell’amore che ci doniamo a vicenda, tempo che diventa dimora per certi momenti d’inestimabile gioia. È il tempo che dedichiamo solamente e interamente alla nostra famiglia per alcuni giorni o alcune settimane durante l’anno.
È lì, infatti, che emerge limpidamente quest’unità e in cui meglio ci accorgiamo di non essere da soli nella vita, né di essere abbandonati, ma di essere uno con la persona e con i figli che amiamo. È lì che ci accorgiamo di essere amati.
Non tutto il tempo, tuttavia, si fa luogo. Deve essere infatti un tempo di qualità e, in tal senso, tra quelli che si potrebbero elencare, quello che dedichiamo alle vacanze, ai viaggi con i nostri amati, certamente ci espone integralmente a questa qualità. Ci aiuta ad aprire gli occhi sul fatto che, quando nasce una famiglia, sorge in verità un’unità di più persone che si amano.
Se siamo stati fortunati, nell’epoca remota ma sempre presente dell’infanzia, sono stati i nostri stessi genitori ad iniziarci al viaggio e a quella qualità di tempo, tutto per noi, in cui quasi potevamo respirare con le narici l’amore che ci teneva uniti. Sono stati loro ad insegnarci che deve esserci necessariamente un tempo da dedicare in maniera esclusiva alla nostra famiglia, in cui si parte e tutto (o quasi) ciò che grava sulla vita di tutti i giorni rimane alle nostre spalle. Davanti a noi solo la strada, qualche traccia per andare incontro a borghi o città, a sentieri di montagna, a boschi odorosi, ad alcune spiagge su cui sogniamo di stenderci e di giocare con i nostri bambini.
È lì, in quel tempo che si fa luogo dell’anima, che ci sentiamo in particolar modo a casa, anche se quella non è fisicamente la nostra casa. È lì che ci accorgiamo che la nostra vera dimora è la famiglia che abbiamo costruito, che abbiamo generato con la nostra donna, con il nostro uomo, cittadella che abbiamo costruito nella terra che ci è stata donata dai nostri genitori, che da loro abbiamo ricevuto in eredità.
Il viaggio di e in famiglia è per questo da sempre un luogo fuori dall’ordinarietà, vera fucina d’indelebili ricordi, nonché vera palestra e collante dell’unità familiare.
Anche io, quando penso alla mia famiglia, se vado indietro nel tempo e guardo i viaggi e le vacanze fatte con i miei genitori, mi rendo conto che sono proprio quei ricordi i primi ad affiorare. Proprio ricordi di viaggio. I ricordi più vividi, più belli e più solari sono quelli in cui mi rivedo sulla strada con i miei e con mia sorella. La vita familiare e domestica, scandita nei ritmi di ogni giorno feriale durante l’anno, invece, viene dopo, quei ricordi vengono dopo. Prima ci sono i ricordi dell’estate, del viaggio, in cui vedo mio padre e mia madre sorridere, pieni di gioia, sereni. Sono i ricordi dei momenti in cui li avevo tutti per me e non c’era nessun altro. Eravamo solo noi, eravamo solo uno, benché quattro.
Mi colpisce che in queste tracce di memoria ci sia sempre la luce. E sì che dovrà aver piovuto almeno qualche giorno durante quelle lunghe vacanze. Ci sarà stato qualche litigio. Però lì, da qualche parte in me, il sole è sempre alto nel cielo. Si vede che ero incredibilmente felice, che mi sentivo profondamente unito a loro. Si vede che avevo capito che cosa vuol dire essere famiglia.
Presto ci rendiamo conto, però, che non si tratta solamente di guardare dentro di noi, ma pure di sentire, di ascoltare. Come non sottolineare, infatti, che queste tracce del tempo trascorso, molte volte, sono state rinsaldate da intere playlist o da interi album che sono diventati a tutti gli effetti vere e proprie colonne sonore delle nostre vacanze e così anche delle nostre famiglie? Non è vero che ogni famiglia ha le sue canzoni, il suo genere musicale, i suoi artisti da cantare a squarciagola mentre viaggia in macchina o, ancor meglio, in camper? Ci sono canzoni che meglio di una fotografia ci riportano con un balzo a certe magnifiche avventure, ad alcuni giorni incredibilmente lieti. Ogni viaggio ha la sua canzone.
Se, per esempio, per radio passassero i Gipsy Kings, in un istante mi ritroverei in Spagna, nei primi anni ’90, mio padre al volante di un camper sgangherato, mia madre al suo fianco e mia sorella seduta sul seggiolone, cavalieri e nomadi erranti da far invidia a Don Chisciotte.
Similmente, l’attacco de L’era del cinghiale bianco apre di colpo una finestra su Roma, in un imprecisato Natale di quando ero bambino.
Sono punti cardinali delle nostre vite, capaci di segnare e formare le nostre coscienze, occasioni di un apprendistato itinerante, d’insegnamenti che noi stessi diamo ai nostri figli, che riceviamo dai nostri genitori o che apprendiamo da soli, e che custodiremo per sempre nelle stanze del nostro cuore.
Noi, infatti, molto apprendiamo tutti i giorni, ma quello che raccogliamo durante i nostri viaggi è come se avesse una capacità maggiore d’imprimere certe questioni fondamentali nella memoria. Può accadere anche senza che nessuno dica niente, che nessuno ci insegni nulla. Ci basta guardare, ci basta respirare, ci basta sentire una nuova lingua, un nuovo dialetto, ci basta stare sulla strada per imparare molto.
Costruiamo così insegnamenti che fanno da fondamenta al nostro io più profondo e che ci salvano tante volte lungo il corso della vita.
Uno, in particolare, mi riporta ad un grande tour della Francia.
Eravamo a Mont-Saint-Michel. Mio padre da poco mi aveva regalato un binocolo con cui potevo vedere più lontano. Stavamo seguendo una guida che in italiano ci spiegava la vita di quel paese, vita scandita dalle maree. Ci narrava anche la storia dell’abbazia di San Michele e della sua statua che svetta sulla guglia più alta.
Mio padre mi disse di guardare l’angelo che fendeva la spada e con il piede schiacciava la testa del dragone. Una statua dorata, splendente, accecante, vista con i miei nuovi binocoli…
Ci ho messo tanti anni a capirlo, o meglio, ci ho messo tanti anni a rendermene conto, ma quell’impressione lì, quell’indicarmi di mio padre la statua di Michele Arcangelo che schiacciava la testa del demonio, ha impresso per sempre in me la speranza e la fiducia che non sarà del male l’ultima parola nella storia del mondo, ma di Dio, dei suoi angeli e di tutti i suoi figli.
Una scena simile si è ripresentata decenni dopo in Puglia, a Monte Sant’Angelo, dove toccava a me, ora, mostrare alle mie figlie quel portento divino ripreso mentre sconfigge il ribelle. Chissà se conserveranno anche loro un ricordo e una verità pari a quelli che ho appreso io…
Ma al di là della questione dei ricordi che, male interpretata, rischia solo di farci venire il torcicollo a forza di guardare indietro per l’eccessiva nostalgia che ci ha preso, il viaggio in famiglia è faccenda dell’istante, del tempo presente, che ci offre l’opportunità di gustare l’Eterno nel tempo, un frammento di Regno in queste vite.
Lì, durante il nostro viaggio di famiglia, lontano da tutto e da tutti, è come se potessimo guardaci in maniera più plastica. Ci rendiamo meglio conto di chi siamo e di cosa siamo e possiamo affermare con più sicurezza: “Ecco la nostra famiglia!”
Ci prendiamo del tempo per fotografarci, per fissare degli istanti che resteranno per sempre nei nostri telefoni o nei nostri album, se saremo ancora capaci dello sforzo (oggi sovraumano) di stampare quelle fotografie. Ci prendiamo del tempo per andare a cena fuori senza la paura di dover rientrare presto perché l’indomani abbiamo un appuntamento o un’incombenza lavorativa. Ci prendiamo del tempo per riposarci, per abbracciarci, per guardare il mare o le montagne senza il timore di star perdendo tempo, perché in quel momento non lo stiamo in verità perdendo, ma vivendo pienamente, perché ci siamo dentro del tutto.
È vero che non pare una necessità andare per il mondo per capire che i componenti di una famiglia formano una cosa sola. Però il viaggio, il grande viaggio, rende più vivido e più chiaro il noi siamo uno che emerge nei nostri cuori quando abbiamo tra le mani giorni lieti che mai vorremo lasciare, incorniciandoli in un prezioso quadro d’unità familiare.
Perché accade questo? Ci potremmo chiedere. Perché proprio in quelle occasioni abbiamo una percezione più acuta della bellezza della nostra famiglia? Perché nel viaggio non abbiamo altro da fare che stare con i nostri, con quelli che amiamo e, viceversa, loro non hanno altro da fare che stare con noi. Siamo lontani dai tanti affanni del quotidiano, dal lavoro, dalla scuola, dalle faccende domestiche, dalle seccature che ci provoca chi ora è lontano.
Accade perché ci riappropriamo delle ore e dei giorni che la società e il mondo in cui viviamo ci hanno derubato lentamente, riducendo le occasioni di dialogo, di gioia, di spensieratezza al lumicino. Un mondo in cui i bambini sono costretti a stare lontani da casa e i genitori lontani dai figli, forzati in orari lavorativi anti-familiari. Se tante famiglie si sgretolano è anche perché il tempo che avrebbero dovuto dedicarsi è venuto a mancare.
Così il tempo del viaggio diventa un atto di sovversione e di ribellione nei confronti di un sistema scolastico-sportivo-lavorativo che ci porta a dedicare ore su ore in mille faccende in cui la nostra famiglia, però, non rientra quasi mai e si deve accontentare degli avanzi.
Dovrebbe accadere invece il contrario, perché è il tempo per noi, solo per noi, per alcune settimane, a concimare e nutrire la nostra unità, la nostra famiglia, a farci bene, a farci gioire, a farci meglio comprendere che da quando siamo venuti al mondo e da quando abbiamo generato noi stessi vita al mondo, non siamo mai davvero esistiti come povere solitudini.
Non esistiamo solo noi stessi, né viviamo solo per noi stessi, ma siamo sempre unità con altri.
E in questi viaggi, nei luoghi a cui magari torniamo e a cui siamo terribilmente, quasi carnalmente affezionati e legati, riusciamo anche a fare i conti con lo scorrere degli anni. Perché le vacanze, il più delle volte, non arrivano ad ogni week-end, ma con l’estate, la meravigliosa estate, mediterranea o alpina per tanti italiani. Ad ogni anno che passa, vediamo alcuni dei nostri posti mutare, cambiare radicalmente, ma soprattutto vediamo cambiare noi stessi, i nostri figli: loro che crescono, noi che invecchiamo; loro con la pelle che non è più quella di un neonato, noi con un paio di rughe in più; loro che iniziano ad andare per le loro strade, noi che non possiamo fare altro che vederli partire.
Lì dove potevamo sollevarli sul palmo di una mano, ora ci camminano a fianco alti come noi, dove raccontavamo solo storie per bambini, ora cominciamo a discutere di ben altre questioni.
Così il guardarci indietro nel tempo porta con sé l’inevitabile domanda: “Com’eravamo?”, ma anche l’ineluttabile: “Chi siamo ora?”
E se è vero che la nostalgia ha a che vedere con lo struggente desiderio della casa, allora ogni tanto con lei ci sentiamo a nostro agio, mentre ripensiamo a quel sentiero percorso mille volte, a quella spiaggia su cui ci siamo distesi altrettanto, perché è proprio lì, nel tempo che abbiamo trascorso in quei luoghi con i nostri amati, che ci sentiamo a casa. Ed è proprio la nostalgia dei giorni più belli che ci fa attendere con trepidazione momenti altrettanto felici. È proprio il desiderio di tornare a casa che ci fa volgere lo sguardo al futuro credendo che i migliori anni della nostra vita non siano solo questione del passato, ma dell’istante in cui siamo immersi ora e di quelli che ancora devono venire.
Certo può sorgere un dubbio e un brivido può correrci lungo la schiena, vedendo come finiscono alcune storie, alcune relazioni familiari e fraterne.
Possibile che da adulti ci si dimentichi totalmente della letizia e della grazia di quei giorni? Possibile che, venuti meno i genitori, si pensi solo all’eredità e si finisca a litigare? Possibile che non si pensi al vero lascito, quello spirituale, che hanno lasciato i nostri lungo gli anni, pur con tutti i loro limiti? Possibile che ci si sia dimenticati del pane condiviso, delle risate, dei pianti e delle storie quotidiane narrate attorno alla mensa? Possibile che tra fratelli e sorelle si finisca quasi sempre per litigare, in maniera molto più seria rispetto a come si litigava da piccoli e si riesca ad accontentarsi di vedersi di rado durante l’anno e di scriversi qualche messaggio di tanto in tanto, dopo tutto quello che c’è stato per interi, fondamentali, decenni?
Ecco l’altro compito decisivo di un padre e di una madre: mantenere quell’unità familiare finché vivono, mantenere e perpetuare quei sorrisi, quei discorsi, quei giochi, perché i figli non facciano finire nell’oblio quel noi siamo uno, quella famiglia che è diventata una sola carne da quando i due amanti hanno generato spighe di grano per i campi del mondo. Educarli a restare famiglia anche dopo la loro morte.
Perché, nonostante siano necessari e inevitabili i distacchi che devono avvenire per far nascere una nuova famiglia, un nuovo amore, nuove bellissime storie, nuovi incredibili viaggi, se all’origine, nella famiglia d’origine, vigeva la regola dell’amore costante, sincero e profondo, nemmeno la notte più oscura dei rapporti familiari potrà far soccombere quell’unità. Perché la radice di quell’amore potrà anche essere sepolta sotto metri di terra, ma lentamente vorrà sempre affiorare, perché affonda in un altro tempo. Tentare di tenerla lì sotto non causerebbe che dolore.
Eppure è un timore che a volte prende anche me, mentre osservo inebetito, rapito e, allo stesso tempo, contemplo queste mie figlie, lungo gli anni, giocare per ore e ore.
Si inseguono in acqua, nuotano assieme, esplorano fondali marini. Si abbracciano, ridono così forte che certe calette in cui ci abbandoniamo in certi placidi giorni del nostro mitico e mitologico Mediterraneo sembrano siano loro stesse a far baccano. E così tutto il mare, e tutto il cielo che ci circonda. Scavano buche sulla sabbia, inventano infiniti giochi. Starebbero interi giorni su questi lidi.
E il dubbio mi riassale: possibile che questo un giorno sarà solo un ricordo bellissimo, nonostante questo stare assieme totale, stare assieme di infiniti secondi? Possibile che ognuna di queste bambine salperà da questa famiglia per fondarne una propria, giustamente, e sarà difficile tornare ai giorni indimenticabili dei nostri viaggi?
Mi chiedo se riusciranno a ricordare che siamo stati e siamo una cosa sola, se ricorderanno di essere uscite tutte dalla stessa carne e penso che in verità nulla andrà perduto. Non un secondo, non un tuffo, non una passeggiata al chiaro di luna, nei nostri bei paesi di mare, abbracciati alle montagne e adagiati come antiche barche sulla costa.
Penso a questo e inizio già a sognare, a far largo a un desiderio nuovo.
Da vecchio affitterò una grande casa al mare, immersa nel canto delle cicale, il blu di fronte e il sacro maestrale a muovere tende e bucato. Un casa dove poter stare assieme, ancora, con mia moglie, le figlie, i mariti, i nipoti e cucinare per tutti, mentre loro si stendono al sole ed esplorano fondali. Poi andare in paese, in qualche piccolo ristorante e guardare il sole che tramonta dietro al muretto di pietra, mentre brindiamo colmi di una gioia che solo quell’unione d’amore ci può donare. Tutto pagato da me, s’intende.
Voglio salvare alcuni giorni all’anno, almeno una settimana, dal logorio del tempo che scorre, per tornare ancora in quel “luogo” con le mie bambine, per metterci di nuovo in viaggio come quando erano piccole, per vedere ancora una volta, come siamo cambiati, chi siamo oggi e per ricordarci, infine, quanto è bello navigare in famiglia, sul grande mare della vita.