| di Alberto Trevellin |
La perfezione non è di questo mondo. Il nostro essere imperfetti si nota soprattutto nelle relazioni. Neppure la più idilliaca storia d’amore è scevra dall’imperfezione, e quindi dalla lotta.
Nell’amarsi, amarsi davvero, tante volte ci sembra di essere su un campo di battaglia, dove bisogna tenere alta la guardia e valutare da che parte può arrivare il nemico.
Noi vorremmo essere perfetti, ci proviamo in ogni modo, con tutti i nostri limiti, ma ci rendiamo conto che, il più delle volte, questo voler essere perfetti è una sfida titanica, a tratti quasi impossibile. Questo, san Paolo lo aveva capito bene e ce lo aveva insegnato, quando ci diceva: Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio (Rm 7,19).
Chi vive un rapporto a cui davvero tiene, che auspica non veder mai finire, sa bene che nonostante gli sforzi profusi, un’incomprensione, un litigio, una parola fuori posto, un’assenza ingiustificata, una distrazione, quisquiglie di giornata, possono minare, lentamente, in maniera subdola, anche quella relazione diamantina che sembrava inscalfibile. E la pace sembra venir meno, allontanarsi da noi, facendoci soffrire.
Lo sforzo da compiere sta allora nell’evitare che questo malessere sedimenti in noi, inizi ad abitare la nostra storia come una bestia indesiderata, che non vorremmo mai in casa, ma che non riusciamo a mandare fuori.
La lotta, che è lotta per l’amore però, è ritrovare la pace entro la fine del giorno, prima di chiudere gli occhi su ciò che è stato. Sforzarsi, quindi, di pacificarsi con l’amata, con l’amato, sempre chiedendo scusa, anche se ci costa fatica, anche se non avevamo davvero torto. Cercando, insomma, almeno una breccia di dialogo.
Non ci si può addormentare con la tristezza e la rabbia nel cuore, non si può far sì che la notte cali come tenebra sul nostro amore, avvolgendolo come un manto da cui fatichiamo a divincolarci e che ci vuole impedire di ritornare alla pace e alla luce che ogni giorno difendiamo e condividiamo con l’uomo o la donna della nostra vita.
Notte che può essere ambigua, che può essere un tempo, ma anche un luogo, per la veglia, la preghiera, la meditazione, il consiglio, l’amore coniugale. Ma notte che può essere anche il tempo e il luogo senza luce, dell’assenza dell’astro della nostra vita, che permette la vita in questo mondo. Possono esserci luminose notti, se la pace è con noi, ma possono anche esserci notti dell’anima, se questa pace l’abbiamo persa o costretta fuori dalla porta.
Nel voler tenere il punto su quello che ci ha portato a un litigio o a un’incomprensione, quando, invece, potevamo trovare facilmente una soluzione, nel non volere pacificarsi prima della notte, per giorni, settimane, in alcuni casi per mesi, si erge eminente la diabolica tentazione di una forza che vuole dividere gli amanti. Se Dio ci vuole uniti, il diavolo, il grande separatore, da sempre ci vuole divisi. Se Cristo è il Dio-con-noi, linfa degli amanti, il nemico è colui che cerca di disseccarla, bramando la nostra separazione dall’Amore e dai nostri amori.
Lasciare nei nostri cuori litigi e parole tremende significa lasciar lievitare dubbi che possono rivelarsi fatali. È come permettere al serpente di continuare a bisbigliarci all’orecchio, di strisciare diabolicamente nella nostra storia, facendoci credere di far giusto, di essere giusti, sicuri di non aver torto in alcun modo.
L’unica cosa che possiamo fare per mandare fuori dalle stanze del cuore simili pensieri, che non fanno altro che far sanguinare le nostre storie, è avere il coraggio del perdono e della misericordia. “Coraggio” perché è chiaro a tutti noi quanto sia difficile, molte volte, perdonare, quale sforzo ci sia richiesto per arrivare a questo gesto che sa risanare fino alle radici. Ma di coraggio, spesso, ne serve tanto anche per chiedere scusa, ammettendo un torto.
Anche in questo sta la lotta quotidiana per rimanere saldi nell’amore.
Non addormentarsi mai prima di aver fatto pace con chi si ama. Non addormentarsi mai prima di avergli detto ancora una volta: ti amo, scusa. Non addormentarsi mai prima di avergli dato un bacio, bacio della buonanotte, che non dobbiamo solo ai nostri figli. Non addormentarsi mai prima di avergli rivolto una preghiera, che non dobbiamo solo a Dio, preghiera di perdono, preghiera di riconciliazione. Non addormentarsi mai prima di aver lasciato sul tavolo della cucina una poesia o pochi versi sinceri.
Inoltre, dobbiamo farci guidare da una domanda: viene davvero del bene dal nostro essere irremovibili, dal nostro non voler sentire ragioni che non siano le nostre?
Chiedersi, pertanto, se a tenere la nostra posizione, convinti di aver ragione sotto ogni punto di vista, può davvero giovare al nostro amore e non, piuttosto, strozzarlo un po’ alla volta con un cappio che noi stessi abbiamo messo al collo di chi amiamo e quindi anche al nostro.
Forse, non volendoci muovere di un millimetro, non volendo fare quello sforzo per la pace, ci stiamo soffocando con le nostre stesse mani. Invece è lì, mentre teniamo le mani sul collo delle questioni irrisolte, che dovremmo mollare la presa per poter tornare a respirare tutti e due. Ciò vale sia per quelle che definiamo sciocchezze, sia per quelli che riteniamo problemi più grossi e che possono generare gravi fratture.
È prima della notte, deve sempre essere prima della notte, che attraverso i nostri ti amo, i nostri scusa, che segnano il profilo della nostra capacità di perdonare e di avere misericordia, che scegliamo di fare durare la nostra storia, anziché sopprimerla. È lì che facciamo la differenza.
Addormentarsi con il cuore in pace, davvero pacificato con chi amiamo, dovrebbe essere il nostro impegno quotidiano.
Se ciascuno di noi vivesse con questo proposito, di non addormentarsi con il rancore e la rabbia accovacciati ai piedi del letto, le nostre giornate sarebbero più liete e i nostri amori, di conseguenza, più vivi. Soprattutto, non ci sveglieremo con l’armatura, pronti a darci battaglia subito di buon mattino, ma ci alzeremo con i nostri abiti nuziali, desiderosi di vivere la giornata sotto l’insegna del nostro amore.
Dovrebbe essere il comandamento di tutti gli amanti, quello di addormentarsi in pace, la piccola o grande battaglia conclusa.
È prima della notte, quindi, notte intesa come possibile oscurità o tenebra sulle nostre storie, che dobbiamo fare la pace. È solo pacificandosi, ogni giorno, prima che sopraggiunga la notte, che è pensabile un amore in pace e non in guerra. Che non significa un amore sempre e totalmente esente dalle battaglie, dalle lotte quotidiane, ma un amore che sa combattere senza restarne ucciso, anzi, sempre pronto a rialzarsi e a volte a risorgere.
E se all’inizio avevamo detto che nessuno è perfetto e così nemmeno le nostre storie possono esserlo, non dobbiamo dimenticare che il Maestro, in verità, ci ha indicato la via della perfezione, nonostante sapesse benissimo delle nostre debolezze e dei nostri mali: Siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste (Mt 5,48).
È possibile, quindi. Magari impossibile a noi, impossibile agli uomini, ma con l’aiuto di Dio la perfezione, quantomeno la tensione verso questa, ci sembra plausibile, una via percorribile.
E se abbiamo detto anche della nostra fatica a perdonare e ad essere misericordiosi, non dimentichiamo che è stato sempre Lui a lanciarci la grande sfida della misericordia, a consegnarci l’invito per un amore che sia come quella del Padre: Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso (Lc 6,36).
Pertanto non scenda mai la notte sui nostri occhi, prima di aver donato al mondo un ultimo gesto di grazia, un’ultima parola di pace. Solo questa costanza, questo esercizio quotidiano, ci libererà dal male che come un ladro cerca d’insinuarsi tra di noi e portarci via tutto.
Abbiamo ricevuto in dono una luce che ha vinto il mondo, non lasciamola sotto il moggio.