| di Alberto Trevellin |
Da oggi, in tutte le librerie: “Da dove viene questo amore? Gli amanti cercatori di Dio”.
Grazie a chi vorrà leggerlo e a chi condividerà questo post.
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Dall’introduzione:
“C’è stato un momento, qualche tempo dopo il matrimonio, in cui ho sentito la necessità di andare a fondo sull’amore umano attraverso la scrittura, con lo scandaglio delle parole.
Quello che avevo sperimentato negli anni precedenti mi si poneva ora come una verità che mi stava di fronte e chiedeva di essere abbracciata e seguita.
Non si trattava più solo di viverlo, ma di comprenderlo il più possibile, per entrarci in relazione. Perché in quel periodo, e poco dopo essere diventato padre, ciò che avevo chiamato “amore”, che avevo colto come forza e senso del mio esistere, si poneva dinanzi ai miei occhi anche come presenza e come regno interiore, come destino dell’uomo. E quando ci si trova di fronte a una cosa simile, il desiderio che sorge non è quello di stare a guardare, ma di immergersi.
Una domanda aveva preso dimora in me, affascinandomi e tormentandomi allo stesso tempo: da dove viene questo amore? Da dove viene questo sentire nel corpo e nello spirito? Da dove viene questa gioia struggente, questo fecondo anelito, questo infinito desiderio? Più del “che cosa”, era il “Chi” è questo amore che si fa avanti?
Non cercavo più una definizione dell’amore, ma un incontro.
Così ho preso la penna e ho iniziato a scrivere, accorgendomi che dell’infinito possiamo dire solo frammenti: qualche parola può aprire una breccia, ma mai esaurire il mistero. L’inquietudine, in fondo, è il tratto proprio del credente, cioè dell’innamorato.
In queste pagine, pertanto, c’è solo una parte di ciò che sono riuscito a dire. Manca, poi, quello che non riuscirò mai a esprimere e quello che ancora non so dell’amore.
Questi testi, attraverso cui cercavo di riflettere e di cogliere il di più dell’amore umano, sponsale e genitoriale in particolar modo, sono sorti come libere riflessioni che partivano dal quotidiano.
Ci rendiamo tutti conto, infatti, di una cosa molto semplice, ossia che l’amore è un impegno di tutti i giorni, qualcosa di molto concreto. Che il suo esserci è un esserci nella carne, la nostra e quella degli altri, che l’amore è amore incarnato, sempre, con tutto ciò che questo comporta.

All’inizio, infatti, non può stare il discorso, l’esperienza lo precede. Non posso parlare dell’amore se non lo vivo. In principio c’è il sentire nel cuore e sulla pelle questa fiamma. Solo dopo nasce la domanda: che cos’è? Da dove viene? È solo la mia mente o una voce che mi chiama?
Questo libro, pertanto, non ha il desiderio né la pretesa di essere un saggio o un trattato di teologia, né l’intento è quello della lezione, tutt’al più della meditazione e della proposta, di una serie di scorci sull’amore sponsale, sugli amanti che credono sinceramente che la loro storia, pur nelle mille debolezze, possa essere il riflesso di un amore eterno che ha chiamato entrambi affinché, divenendo una sola carne, potessero mettersi in cammino.
Il sottotitolo vorrebbe infatti condensare quello che a mio avviso contraddistingue la vita matrimoniale, cioè gli sposi siano come due pellegrini, due che, insieme, cercano di risalire alla fonte di quel fremito che li abita. Due che camminano verso un Amore più grande, rendendo possibile, già ora, un lembo di paradiso.
Gli amanti, pertanto, sì come cercatori di Dio ma, allo stesso tempo, come coloro che lo trovano e ne fanno esperienza, perché il loro cercare non è mai un cercare vano, ma che trova e incontra l’infinito e l’eterno a cui ambiscono.
La vita sponsale, dell’unione dei corpi, della presa vigorosa e della tenerezza, diventa in questo modo vero cammino spirituale e, io credo, anche esperienza contemplativa, davvero mistica, senza voler abusare del termine.
Gli amanti, da questo scorcio, sono due che credono nella durata e nella stabilità dell’amore, nella costante ricerca della verità più profonda della relazione, nell’eros e nell’agape come finestra da cui affacciarsi per scorgere almeno un principio d’infinito, almeno un germoglio di eternità, d’intramontabile bellezza, d’imperitura pace, di gioia indicibile.
Sotto l’esperienza più immediata dell’amore si cela una verità che attende di emergere dai nostri cuori, come una fonte di acqua cristallina coperta da molte pietre e da molta sabbia. Noi vediamo la sabbia bagnata e comprendiamo che lì sotto sgorga qualcosa. Ogni tanto riusciamo anche a bere un po’ di quell’acqua che affiora. Ma la curiosità che è i noi ci spinge a volere mettere le mani in quella terra e cominciare a scavare, per poter vedere da dove arrivi. E più scaviamo, più sentiamo la freschezza di quella fonte, più andiamo in profondità, più iniziamo a dissetarcene. Sentiamo la sua bontà e la sua capacità di toglierci la sete. Trovare il suo zampillo, il suo sgorgare copioso, è un impegno che durerà tutti giorni della nostra vita ma, nel frattempo, avremmo già gustato abbondantemente e con gioia quell’acqua benedetta.
Certo noi sappiamo anche quanto le nostre storie siano esposte ai venti del male, alla fragilità e al fallimento, ma questo non deve piegarci verso uno sguardo disperato, che vuole metterci di fronte agli occhi l’amore come naufragio e non come approdo. Noi, che sempre viaggiamo in direzione ostinata e contraria, come cantava De Andrè, lottiamo ogni giorno, invece, per non perdere la speranza che sia proprio quello, l’unico, vero e possibile porto. Perché sulla nostra pelle e nei nostri cuori ne facciamo esperienza continua.
È forse solo attraverso questa esperienza millimetrica che, di fronte alla domanda “che cos’è l’amore?”, potremmo rispondere: È quanto di più grande possiamo incontrare nella nostra vita. È una presenza. È qualcuno che dimora in noi e vuole farsi conoscere. È ciò a cui siamo destinati.



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