Chi ci restituirà il tempo per i nostri figli? Essere padri presenti

| di Alberto Trevellin |

L’esperienza della paternità è un’esperienza del lasciare andare ciò che vorremmo trattenere. L’amore, infatti, non si può contenere. Per sua natura è portato a diffondersi e ad allargarsi infinitamente. A tracimare dai nostri argini corporei e spirituali.

Se gli uomini e le donne che ci hanno preceduto non si fossero amati, oggi non saremmo qui e il mondo sarebbe più vuoto, più piccolo, più povero.

Man mano che gli anni passano vediamo i figli allontanarsi da noi, tornare sempre più tardi, andare per luoghi che sono anche fisicamente sempre più lontani da casa.

Dove vanno, quei nostri piccoli? Dove vanno quelle piccole mani e quei piccoli piedi che potevamo tenere sul nostro palmo? Perché non stanno più al nostro fianco? Perché si allontanano? Perché non ci vogliono più tenere per mano, stringerci come se fossimo il loro rifugio più sicuro? Perché non sentiamo più il loro respiro la notte, sul letto matrimoniale, mentre cerchiamo di capire che cosa stiano sognando e come si faccia a tornare alla quella serenità, a quella pace divina?

Dove vanno, questi figli che abbiamo dato al mondo?

Vanno verso dove Dio li chiama, verso la voce che non possiamo udire, perché è la loro voce interiore, non la nostra. Cercano di capire da che parte li stia chiamando.

Vanno in cerca del loro amore e della loro possibilità di amare qualcun altro, un altro che sta al di fuori della nostra famiglia. Perché se siamo stati bravi, se siamo stati d’esempio, vorranno formare quanto prima un loro focolare, in cui regni l’amore così come è regnato nella nostra famiglia, pur tra mille difficoltà. Anzi, cercheranno di fare in modo che quella nuova fiamma sia più vigorosa e più calda di quella che hanno visto.

Vanno per strade che noi possiamo appena indicare, mai costringere. Perché ad un figlio, in verità, noi possiamo solo dire: “Quella, per te, potrebbe essere una buona strada”, ma non possiamo obbligarlo a prenderla. Dobbiamo fare attenzione a non metterci tra il suo cuore e la voce di Dio, rischiando di sostituirci al soffio dello Spirito che guida gli uomini lungo esistenze e sentieri originali, unici, a volte difficili da comprendere.

Vanno, come tutti i figli, come tutti gli uomini, come è andato anche il Figlio per eccellenza, ad un certo punto, allontanatosi da Nazaret, dalla Madre, dalla casa in cui era vissuto per trent’anni, per iniziare la sua missione di annuncio in quella imperscrutabile visio beatifica con il Padre.

Ma prima che si allontanino, prima che prendano le loro strade e continuino a seminare largamente vita e amore nel mondo, da soli o in coppia, prima che non siano più bambini, pur restando sempre i nostri bambini, c’è un tempo che non va vissuto come chronos, come semplice tempo che scorre, che passa, ma come ciò che dobbiamo vivere, perché ne abbiamo la possibilità e, credo, anche il dovere, come momento cruciale della nostra e della loro esistenza, trasfigurando il chronos in kairós.

È il tempo propizio che non dobbiamo lasciarci sfuggire, per la l’occasione e la bellezza con cui si manifesta.

Il rischio di perdere questo kairós è di pentirsene più tardi, quando i figli sono ormai ben addentrati nel loro cammino, ben lontani dalle nostre braccia.

È vero che quello con i figli può essere sempre un kairós (quanti di noi sono tornati dai genitori o hanno riscoperto una sana relazione con loro dopo gli anni turbolenti dell’adolescenza?). È vero che se anche il tempo di quando erano piccoli è passato e noi non abbiamo colto il suo kairós, loro sono sempre con noi e non dobbiamo avvilirci troppo. Finché siamo vivi possiamo stare con i nostri figli e possiamo vivere con pienezza il tempo con loro. Non si tratta tanto di recuperare il tempo andato, che, in quanto passato, non si può recuperare, ma di vivere ora, adesso che ci è possibile, quel tempo buono, bello e vero assieme a loro.

Tuttavia, nonostante questo, è innegabile che il tempo in cui sono piccoli, in cui dipendono in tutto e per tutto da noi, è un tempo particolare, uno stato di grazia tra i più grandi che possano esserci elargiti. Irripetibile, per la sua stessa natura di tempo che non si ripresenta.

Di aver perso qualche occasione, se ne pente ogni genitore. Alcuni più di altri. Quanti amici conosciamo che guardano con un velo di tristezza il tempo perduto o sprecato? Quanti dicono: “Avrei voluto, avrei potuto, restare di più con loro, essere più presente”?

Il dramma è che nella maggior parte dei casi non è colpa nostra, non dipende sempre da noi, ma dall’impianto economico-lavorativo in cui viviamo. Che si debba passare più tempo al lavoro anziché con le persone che amiamo è un giogo antico da cui, oggi, speriamo e temiamo allo stesso tempo, ci libereranno le macchine.

La maggior parte dei lavori, infatti, mal si conciliano con il tempo da dedicare alla famiglia. A volte viene da pensare che sia studiato appositamente per questo fine: tenere lontani gli uni dagli altri, favorire una civiltà del denaro e del consumo, piuttosto che dell’amore e della gratuità.

Claudio Risè, nel suo libro Il ritorno del padre, ha ben sottolineato come, tramontata l’epoca della civiltà contadina e delle botteghe, le grandi aziende abbiano puntato a trasformarsi in “famiglia”, facendo proprie parole e verbi che prima non appartenevano al mondo del lavoro.

Si parla di “azienda madre”, “casa madre”, filiale (filius), famiglia aziendale, di fedeltà all’azienda, di partner, di fidelizzazione etc.

L’elenco di questo “lessico familiare” utilizzato in campo economico è lungo e impossibile da riportare qui per esteso. Fa comunque impressione constatare come una terminologia che prima era utilizzata solo in ambito domestico sia stata clonata e ripresa ad hoc per fini ben diversi da quelli che si prefigge un nucleo di persone che si amano.

La grande differenza che passa tra i due tipi di famiglia è però abissale.

Quella aziendale non si origina a partire da un’idea di amore che unisce chi ne fa parte, ma dal desiderio di profitto di chi l’ha fondata e di chi l’amministra.

Di contro, nessuno di noi decide di sposarsi e di avere dei figli per trarne profitto, per guadagnare. Il nostro matrimonio e la famiglia che generiamo, a partire da quel momento, non puntano ad accrescere il nostro capitale, ma cercano, piuttosto, di favorire il senso delle nostre esistenze, insegnandoci per cosa vale davvero la pena di vivere e ricordandoci quanto poco conti uno stipendio gonfio, eccessivo, di fronte ad un bacio, a un ti amo, a un ti voglio bene papà, al tenere tra le braccia i nostri figli che, a differenza di quello che potremmo pensare, chiedono e desiderano in cuor loro più quello anziché mirabolanti giochi.

Colpa del lavoro eccessivo, colpa dell’azienda e del datore quindi, che per lasciarti due ore per andare a vedere la recita di tuo figlio, o una giornata intera per accompagnarlo in gita con la scuola, storce il naso, sbuffa, te lo concede mal volentieri e se te lo concede lo fa con la promessa di fartelo recuperare la Domenica.

Viene da chiedersi se chi deve formalizzare queste concessioni, meglio, questi diritti sindacali, da una parte, e di buon senso, dall’altra, abbia mai avuto figli. In caso affermativo, è lecito chiedersi se abbiano mai desiderato più tempo da dedicare ai loro bambini o se, magari, quando erano loro stessi ad essere piccoli, non abbiano patito l’assenza del padre o della madre a tal punto da voler far soffrire anche altri di quella terribile mancanza. Non sono forse riusciti a dare vita ad un desiderio che serbavano in cuore e ora lo sfogano sui dipendenti, sui colleghi? Viene da chiedersi se siano stati mai figli amati. 

L’ “azienda madre”, salvo rare e virtuose eccezioni, si è trasformata nella ladra di padri e madri, nella Calipso che trattiene ad oltranza lontano dalla famiglia. Ognuno di noi può essere Ulisse nelle grinfie della bellissima dea che ci fa credere che Ogigia, e non Itaca, sia la nostra vera casa, che uno stipendio più grosso, più grasso, una carriera promettente, siano sempre migliori di quello che abbiamo laggiù, oltre il mare, mentre in realtà stiamo vivendo un inganno perché la nostra casa e la nostra famiglia sono davvero da un’altra parte ed è lì, in verità, che sta la nostra vera ricchezza. Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore, ci aveva ben insegnato il Maestro.

Quante volte il lavoro-Calipso, mentre ci dà il suo gustoso e bel fiore di Loto, c’impedisce di tornare a Itaca?

Nella maggior parte dei lavori tu sei importante perché porti profitto all’azienda. Importi per quanto rendi. È il lavoro, non possiamo aspettarci tanto altro. In famiglia, al contrario, importi per quanto ami, nella misura in cui doni il tuo amore.

I premi, gli aumenti, tutti i benefit che un’azienda può dare servono solo a favorire il profitto della stessa e ad impedirti di prendere la porta. A casa, invece, anche tra tante ristrettezze, quando siamo con la donna che amiamo e con i figli che sono sorti da quell’amore, capiamo che ci basta quello, che non ci occorre molto altro, che la nostra felicità è lì.

Per un’azienda, proprio perché si tratta di un’attività d’impresa, saremo sempre sostituibili, licenziabili. Per i nostri figli, invece, noi siamo insostituibili, non desiderano un’altra famiglia, un altro padre o un’altra madre. Desiderano noi, noi e basta.

Se si viene a mancare nel lavoro, il giorno seguente siamo già rimpiazzati. In un focolare domestico, il più delle volte, la nostra mancanza non si può sopperire con nessun altro.

Il datore di lavoro non ti premia perché ti ama, ma perché hai fatto crescere il nome e il profitto dell’azienda. Un figlio, una figlia, una moglie, un marito, ti amano nella gratuità più sincera. Ti amano perché ci sei, perché sei tu, perché la donazione gratuita del tuo amore li rende ricchi di una gioia che non vorrebbero perdere mai.

Quanti figli, da piccoli, ci hanno chiesto dei soldi? Chiedevano solo le nostre braccia e il nostro tempo.

Quanti di noi, all’inizio della propria avventura matrimoniale, hanno attraversato ristrettezze economiche? Eppure abbiamo capito che il bacio della donna che amiamo, la nostra tenerezza, il nostro donarci quotidiano, ci rende una felicità sopraffina, superiore a qualsiasi lusinga di mammona.

A che pro, quindi, realizzarsi totalmente nel lavoro, se non si cerca, allo stesso modo, di realizzarsi pienamente come genitori?

In certi casi alcuni si trovano a dover conciliare un lavoro che è anche la propria vocazione, inscritta nelle proprie fibre quanto il loro essere padri o madri. Magari il lavoro ce lo si è creati da sé, con fatica e dedizione.

In questo caso ognuno trova i propri equilibri, a volte precari, a volte perfetti, ma pur senza dimenticare che anche quel lavoro, così bello, così nostro, un giorno finirà, mentre la paternità, la maternità, non finiranno. Resteremo sempre padri, fino alla fine dei nostri giorni e la morte, quando arriverà anche per noi, ci permetterà di essere più padri e più presenti di quanto lo siamo stati in questa vita, perché di là saremo nella pienezza della vita.

Altre volte ci lasciamo sfuggire il tempo con i nostri figli perché abbiamo hobby o passioni un po’ troppo invadenti, che ci decurtano giorni e ore preziose. Passioni di cui, forse, potremmo fare a meno o, se non è possibile, ridurle quel tanto che basta per stare con loro.

Una volta, mentre stavo per uscire per andare a correre, mia figlia, che all’epoca aveva quattro anni, mi ha fermato sulla soglia.

– Dove vai, papà?

– A correre, amore.

– Ma corri sempre? Guarda che tu devi giocare con me.

– Torno presto, amore.

Sono uscito, ho fatto il mio giro e da quel giorno ho cambiato il mio approccio alla corsa.

“Devi giocare con me”… aveva ragione. Nell’averla messa al mondo mi ero assunto la responsabilità, e quindi il dovere, di renderla felice come meglio mi riusciva, dove “felice” non significa “viziato”. Quella è un’altra faccenda.

Se non viene prima la carità, potrei anche riuscire a fare una maratona in un tempo eccezionale, ma a nulla mi gioverebbe davvero se prima non ho praticato la più santa delle virtù.

Soprattutto, non pensiamo di avere decenni davanti a noi prima di dover proferire noi stessi quella domanda.

– Dove vai, amore?

– Via, papà.

Quanto tempo manca davvero a che quella domanda la rivolgeremo noi ai figli e non più il contrario? Quanto tempo abbiamo davanti, prima che da quella porta non escano e non entrino più, perché avranno varcato le porte delle loro nuove case?

Tutto questo non significa annullarsi totalmente per i figli, rinunciare a tutto. Se non riusciamo a prenderci cura di noi stessi, non potremmo neppure prenderci cura di loro.

Ama il prossimo tuo come te stesso, non di più, non di meno, ha detto il Maestro. Anche se noi, per i figli, sappiamo bene che daremo la vita. Come ha fatto Lui, d’altra parte.

Come posso aver cura di mio figlio, se prima non ho cura di me e mi trascuro?

Non dobbiamo correre il rischio di confondere la dedizione, la cura e la presenza, con il nostro annichilimento.

Si tratta di trovare la giusta misura, come in tutte le cose. Anche qui un equilibrio: quanto tempo dobbiamo donare e quanto dobbiamo donarcene?

Infine, c’è tutto il tempo sprecato, quello che buttiamo via e che invece potremmo vivere in pienezza, che potremmo far fruttare e invece non facciamo fruttare, un tempo in cui possiamo seminare e concimare, invece ce ne stiamo a guardare il campo, guardando a destra e sinistra, senza seminare né concimare.

Alcuni sostengono che non sia tanto il tempo e basta, ma la qualità del tempo che passiamo con i nostri figli a fare la differenza ed è vero che non sia sufficiente “stare” con i figli e basta. Noi non siamo i loro babysitter, siamo i loro padri e le loro madri, abbiamo un altro ruolo.

La domanda è: come sto con loro? Quanto ci sto? Quantità e qualità vanno di pari passo in questo discorso.

Certo i primi anni sono stancanti, sfibranti, snervanti. A volte vorremmo affidarli a una balia o a una colonia per un mese intero. Ma quanto tempo ci vuole perché si formi un diamante?

Nei primi anni creiamo i ricordi diamante che da adulti li aiuteranno a non soccombere, come è successo a noi.

Di fronte alle mie figlie che dicono: “Papà, giochi? Papà, facciamo? Papà, mi dici? Papà, ci racconti? Papà, guardiamo un film?”, anche se è difficile, e quante volte ho detto no, bisognerebbe sempre dire, con gioia: “Sì, amore!”

Non significa stare appiccicati a loro, quasi a soffocarli con la nostra eccessiva presenza, ma non significa neppure stare troppo lontani. Vuol dire, piuttosto, passare con loro un bel tempo, un buon tempo, di dialogo, di gioco, di tenerezza. Un tempo opportuno e gravido. Trasfigurare, ogni volta che ci è possibile, il chronos in un vero kairós.

Non per stare e basta, ma per stare con loro, a dimostrare il nostro amore. Per essere padri presenti e non assenti.

Perché alla fine è questo che vogliamo far capire ai nostri figli con la nostra presenza ed è quello che loro, spesso senza dirci nulla, chiedono a noi: mi ami, papà? Quanto mi ami?

E la presenza non è tale se non è incarnata. Se con il mio essere presente non dico “per te ci sono”, “ti amo, sei tutta la mia vita”, allora non siamo davvero presenti, perché l’essere davvero presenti si concretizza nella misura in cui la nostra presenza rende manifesto il nostro amore.

La pandemia ci ha insegnato bene cosa significhi essere presenti, quale differenza passi tra essere in uno schermo o essere insieme in una stanza. La virtualità esclude il corpo, ma noi siamo anche corpo.

Pensare di sostituire la corporeità, la presenza fisica, con video e messaggi, è fuorviante (anche se a volte necessario), così come pensare di essere presenti fisicamente ma perennemente disattenti.

Potrei essere un padre che passa molte ore con i figli, ma allo stesso tempo essere molto distratto. Potrei iniziare una seria conversazione con mia figlia che richiede una buona quantità di tempo, salvo poi tagliarla, per diversi motivi, troppo presto.

Il tempo procede in linea retta, non torna. Il passato è passato, non si può riesumare, rischieremo solo di richiamare un fantasma. Quello che abbiamo ora è solo il presente. Davanti a noi, invece, un tempo a cui guardare con speranza.

Nessuno ci restituirà il tempo che non abbiamo passato con i nostri figli, perché è passato. Non ce lo restituirà il datore di lavoro, l’azienda, né il nostro ego, ciò a cui avremmo potuto rinunciare per stare con loro. E se nessuno ce lo restituirà, se il tempo non torna sui propri passi, allora è bene che come padri e madri che amano non ci lasciamo sfuggire un solo istante.

Perché? Perché li amiamo, perché sono i nostri figli, perché abbiamo deciso di donare loro la vita affinché possano fare esperienza dell’amore, a partire dal nostro. Perché l’amore richiede tempo, cura, giorni e notti, tanti baci e tante carezze. Nessun amore si radica senza una larga distesa di tempo, nessuna relazione mette davvero radici senza attraversare prima lunghi minuti e infiniti giorni assieme.

Perché richiede la nostra presenza, la nostra prossimità, perché l’altro, anche solo vedendoci, seguendo i nostri gesti, i nostri discorsi, a volte anche i nostri silenzi, capisca di quale pasta è fatto il nostro amore per lui, e per un figlio, questo, significa poter dire: “Sono un figlio amato.”

La canzone di Luciano Ligabue A modo tuo, ormai un classico su questo tema, nella poesia dei suoi versi ci sia da monito per non sprecare nulla con i nostri bambini, che a ogni compleanno vanno un po’ più via da noi.

Un giorno, ce ne saranno grati.

 

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