Il Vangelo secondo Pasolini

| di Alberto Trevellin |

Correva l’anno 1964, il Concilio Vaticano II era ormai nella sua fase conclusiva, nel 1963 la Pacem in terris di Giovanni XXIII (a cui è dedicato il film) aveva portato scompiglio nel mondo cattolico e il ’68 era dietro l’angolo.

Proprio in quel periodo di fermento, poco più che quarantenne, Pier Paolo Pasolini usciva nelle sale cinematografiche con Il Vangelo secondo Matteo, un film destinato a folgorare il pubblico dell’epoca e divenire, successivamente, un classico.

Il regista, che nella sua carriera fu sempre sorvegliato speciale della censura cattolica, incontrò il placet e il plauso del mondo cattolico, escluse le scaramucce di alcuni. Fu premiato con il Leone d’Argento a Venezia e con il Premio dell’Office Catholique International du Cinema che lo proiettò a Notre Dame.

Pasolini non era credente, quantomeno nel modo in cui lo possa intendere un cattolico praticante, ma questo non gli impedì certo di subire il fascino dirompente di Cristo: «Forse è perché sono così poco cattolico che ho potuto amare tanto il Vangelo e farne un film».

Nell’anno della sua morte, invece, così scriveva all’amico padre Nazareno Fabbretti: «Cristo? Come regista ne sono ancora segnato […]. È lui il problema, lui l’uomo. Lui l’unico uomo, il solo scandalo nel quale ogni uomo può riscattare se stesso. Anche se […] fosse ritenuto soltanto un uomo».

Ma come può un non credente girare un film su Gesù?

«Il Vangelo mi poneva il seguente problema: non potevo raccontarlo come una narrazione classica perché non sono credente ma ateo. D’altra parte io volevo filmare Il Vangelo secondo Matteo, dunque raccontare la storia del Cristo figlio di Dio, dunque raccontare una storia alla quale non credevo. Dunque non potevo essere io a raccontarla. È così che, senza precisamente volerlo, sono stato portato a rovesciare tutta la mia tecnica cinematografica e che è nato questo magma stilistico che è proprio al “cinema di poesia”. Perché per poter raccontare il Vangelo, ho dovuto tuffarmi nell’anima di qualcuno che crede».

Per cui Pasolini rinuncia al suo punto di vista, ateo, su Gesù, e si affida, si “tuffa”, in quello di Matteo.

Questo dettaglio ben si evince da certe riprese, che seguono il nazareno, alle spalle, vicinissimo a lui, quasi che, se egli si fermasse di colpo, gli andrebbe contro. Insomma, c’è qualcuno che segue Gesù, che gli sta dietro, che non vuole perdersi nemmeno un passo, nemmeno una parola. Ma chi è quest’uomo che si mette alla sua sequela? Di chi è quel “punto di vista” cinematografico su quel Cristo che, mentre annuncia e cammina, di tanto in tanto si volge proprio verso chi lo sta seguendo? Stando alle parole di Pasolini, si direbbe che sia Matteo. E tuttavia quelle riprese così potenti, così penetranti, sembrano alludere a un desiderio ardente del regista di farsi spazio tra la folla e mettersi egli stesso alla sequela del rabbi di Nazaret.

Seguendo Matteo, Pasolini, inevitabilmente, segue egli stesso Gesù. Il suo, ed è forse il principale pregio del film, è uno sguardo diverso sul Cristo, lontano dall’iconografia cinematografica a cui siamo abituati. Eppure questo sguardo pasoliniano-matteano, ha la capacità di scuotere l’animo dello spettatore. C’è, in quelle riprese, in quel montaggio, in quegli attori, in quella Maria (interpretata dalla madre del regista)  in quel Cristo, qualcosa di vero e potente a cui non si resiste e che crea un’attrazione, un fascino, che, forse, fu proprio quello che portò Pasolini a narrare la vita di Cristo.

Altro aspetto fondamentale e particolarissimo del film, che si riscontra sin dall’inizio dell’attività pubblica di Gesù, è il “ritmo del nazareno”. Non solo Pasolini sembra seguire Cristo, ma pare debba inseguirlo. Quello di Gesù è un andare frenetico, nervoso, quasi. Non c’è tempo da perdere, il Regno di Cieli è vicino. È quello che dice ad un gruppo di viandanti, mentre anch’egli è sulla strada.

L’urgenza di Pasolini, è in realtà quell’urgenza stessa che traspare dal vangelo di Matteo e che il registra ha saputo ben interpretare con quelle riprese al seguito e all’inseguimento di Gesù, con quei cambi di scena netti,  con quelle inquadrature secche sui volti.

L’altro aspetto che non sfugge a chi è abituato a una certa iconografia filmica, è che il Gesù pasoliniano non è quell’uomo mansueto e dolce che abbiamo incontrato in Zeffirelli o Gibson, non traspare quella serafica e divina calma propria di certi cristi. Quello del regista è un Gesù tremendamente umano e poco divino. È un Gesù che urla, sì, urla proprio, non è che alzi semplicemente la voce per farsi sentire. Di fronte all’ipocrisia dei farisei, grida anatemi come folgori del cielo. La voce di uno che grida nel deserto, sembra essere più la sua, che non quella del cugino Giovanni.

Proprio questi macro-aspetti hanno fatto del film un’opera di poesia cinematografica. La maestria di Pasolini è stata quella di destabilizzare lo sguardo e l’udito sul Cristo. E se Gesù non fosse stato come lo abbiamo sempre immaginato? O meglio, se non fosse stato come una certa iconografia ce lo ha sempre presentato? Se Gesù non fosse stato sempre così pacato nel parlare e nell’andare?

Va questo merito a Pasolini, di aver guardato diversamente alla vicenda di Cristo, fornendo così uno sguardo altro, un’inquadratura forse più vera, sulla vita del nazareno.

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