Mettere in salvo Cristo. Sulla simbologia del crocefisso di Leopoli

| di Alberto Trevellin |

Lo tirano giù dalla croce, nella chiesa non è più al sicuro. Temono un bombardamento, un furto, qualche danno all’opera d’arte, al Cristo Salvatore.

Proprio lui, Cristo Salvatore, è tratto in salvo da questi discepoli moderni, che dal Golgota-chiesa, lo portano nel sepolcro-bunker. Lo infilano nella terra, sottoterra, in un rifugio della seconda guerra mondiale, perché nemmeno l’atomica lo tocchi.

C’è quest’immagine, questa foto, che è davvero una deposizione dei nostri tempi, con la differenza che qui non si tratta semplicemente di traslare un corpo dal luogo del supplizio al sepolcro, come fecero Nicodemo e gli altri pensando, increduli, che tutto fosse finito, fallito.

Qui è diverso, perché conosciamo già la storia dei tre giorni, sappiamo già della vittoria, definitiva, della vita sulla morte, del bene sul male. Sappiamo già che tutto quello che Cristo ha annunciato non sono parole al vento, come avrebbero potuto pensare i discepoli della prima deposizione. Sappiamo, invece, che il Vangelo non solo è possibile, ma continuamente, nei secoli, si realizza.

Per cui qui, con questa eminente deposizione di Leopoli, non siamo di fronte a un rito funebre senza speranza, dove un corpo viene messo in una tomba e tutto finisce lì. Questa è una deposizione di un Cristo Vivo, un Cristo che, paradossalmente, ha bisogno di essere salvato. Da Cristo Salvatore a Cristo Salvato.

È chiaro che si sta parlando del valore simbolico dell’immagine, essendo quello in questione un Cristo ligneo, una scultura.

Eppure quest’opera d’arte, ritratta in una fotografia che a sua volta si fa arte, è evocativa, vi cogliamo qualcosa di straordinario, qualcosa che ha a che fare con la fede, con il Cristo che abita il cuore di ogni credente e che ogni credente deve difendere dal male. Di questo parla la deposizione di Leopoli, di un Cristo che va salvato. E possiamo anche immaginare questi discepoli ucraini che, sotto i bombardamenti, decidono il da farsi: – Dobbiamo salvare Cristo! – avranno detto.

Sì, salvare Cristo, ma non solo quello ligneo, anche quello vivo nel cuore di ogni uomo, quello che ancora non smette di sanguinare per la barbarie umana.

E di nuovo l’immagine, di Lui inclinato, con la bocca semiaperta, da cui esce un muto lamento. Le braccia aperte, che dicono il suo essere crocefisso fino alla fine dei tempi. Le mani bucate, a dire che ci sarà sempre qualcuno che lo inchioderà alla croce. Qui, potremmo immaginare quei buchi sui palmi delle mani causati dai chiodi-proiettili di kalashnikov. Dietro di lui solo il buio.

È un Cristo inerme, che può salvare gli uomini solo attraverso la loro libertà, attraverso il loro per il bene.

Cosa potrebbe fare, d’altronde? Cosa dovrebbe fare, Dio? Punire? Castigare? Uccidere i cattivi come fanno gli uomini? Divenire come loro, in definitiva?

L’unica cosa che si può fare, ed è quanto racchiude l’immagine di Leopoli, è mettere in salvo Cristo nei nostri cuori, perché non abbiano a morire lui e con lui la speranza di un amore vero, possibile, che egli non si stancò mai di annunciare, fino alla morte in croce. Il dolore, infatti, è il luogo più alto da cui si può annunciare il bene, perché proprio il male, la sofferenza, sembrano soffocare questa speranza. 

A tal proposito, alcune righe di Etty Hillesum, scritte in altri giorni bui di guerra, sembrano quanto mai attuali:

Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. Forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi. Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento – invece di salvare te, mio Dio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.