Joseph Roth – Giobbe. Romanzo di un uomo semplice

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di Alberto Trevellin

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Jospeh Roth, Giobbe. Romanzo di un uomo semplice – L’annosa questione del male affrontata da un pio ebreo moderno

Scritto nel 1930, Giobbe. Romanzo di un uomo semplice, è uno dei libri di maggior successo di Joseph Roth, in cui si narra la storia di Mendel Singer, un ebreo russo travolto dagli accadimenti della vita.

La vicenda comincia a Zuchnow, un villaggio della Russia dove vive anche una comunità di ebrei. Mendel, che all’inizio del racconto ha trent’anni, vi abita con la famiglia: la moglie Deborah, i figli Jonas, Schemarjah e Menuchim, la figlia Mirjam.

È un uomo semplice, fa il maestro, insegna senza passione, vive senza troppe pretese. Il figlio più piccolo, Menuchim, nasce con un handicap.

La loro vita è grama, povera e i due sposi smettono presto di amarsi, ma prosegue nella ferialità dei riti, della preghiera, degli anni che maturano i figli.

Sin dall’inizio, la figura di Menuchim, che Mendel non vuol lasciar partire con il dottore del villaggio perché lo curi, pare una figura enigmatica, c’è un mistero dietro alla sua menomazione, lo stesso Roth afferma: – Era un idiota questo Menuchim! Un idiota! Si fa presto a dirlo! Ma chi può dire quale tempesta di paure e ansie avesse da sostenere l’anima di Menuchim, che Dio aveva nascosto sotto l’impenetrabile manto dell’imbecillità!

È da notare che la figura dell’idiota, nella Russia in cui è ambientato il romanzo e secondo la lezione di Dostoevskij (L’idiota), che deriva da una lunga tradizione cristiana, non rappresenta semplicemente uno stupido, ma un folle di Dio. Attorno a Menuchim, d’altra parte, ruota tutta la storia.

Mendel e la moglie credono che le disgrazie siano iniziate proprio con l’arrivo di questo figlio. Deborah, dopo un oracolo di un rabbino, spera nella guarigione del figlio, un giorno o l’altro, e lo ama teneramente, spende gli ultimi anni della sua giovinezza per questo suo bambino muto.

Chi è allora Menuchim? È la prova di fiducia di Dio per il pio Mendel? Sotto quella carne immobile si cela la sua presenza?

La situazione s’incrina al peggio quando il figlio Jonas decide di arruolarsi con l’esercito russo, un abominio per gli ebrei. Il figlio Schemarjah invece si salva dalla leva fuggendo in America, dove farà fortuna e in cui richiamerà la famiglia.

Mendel si decide a trasferirsi quando scopre che sua figlia Mirjam se la intende con più di un cosacco e con tutti quelli con cui ha voglia di far l’amore.

Lascia tutto, la casa, il lavoro e anche Menuchim. Il povero figlio disgraziato viene abbandonato sotto la balia di altri, mentre loro cercano una vita nuova negli Stati Uniti.

Qui il sogno americano sembra subito cavalcare gagliardo, ma il male, sempre improvviso e inaspettato, travolge completamente la vita del buon ebreo Mendel Singer.

La guerra scoppia in Europa. Il figlio Jonas è dato per disperso, Schemarjah, che si era arruolato volontario, muore e Deborah, alla notizia del figlio morto si strappa tutti i capelli, lancia un urlo terribile e muore anche lei. Pochi giorni dopo, Mirjam impazzisce e viene rinchiusa in un ospedale psichiatrico.

Il sogno americano si rivela nella fattispecie come un incubo.

Il vecchio Mendel, penetrato dal dolore, sembra quasi rinsavire. Se nella prima parte del libro appare sciocco e mediocre, quando il dolore gli attorciglia le viscere, in un certo senso s’illumina, i suoi discorsi appaiono quasi più seri, più veri: – Che cosa dunque l’aveva cambiato? Perché appariva a tutti più alto e più imponente? Perché un candido e tremendo splendore emanava dal suo volto? Egli pareva quasi sovrastare l’alto Mac. Sua maestà il dolore, pensò il medico, è entrato nel vecchio ebreo.

Roth presenta il dolore come un meccanismo d’illuminazione interiore, che sconvolgendo l’uomo lo porta a vedere più chiaramente. Poco dopo, infatti, Mendel dirà agli amici: – Per più di sessant’anni sono stato pazzo, ma oggi non lo sono.

Come a dire, il dolore mi ha guarito, oggi vedo chiaramente.

A questo punto del libro ormai il dado è tratto, la tragedia compiuta. La fede del povero Mendel si sgretola e lui vuole bruciare Dio. Di fronte al male e al dolore che lo hanno travolto, neppure la fede allevata e custodita nell’arco di un’intera vita può reggere. Perché dov’è Dio? Dov’è colui che ha pregato ogni giorno dal sorgere del sole al suo tramonto? Come può permettere questo? Certo viene da chiedersi se quella di Mendel fosse una fede sincera o magari un fede dei riti quotidiani e non di più, una fede insipida, come appare per buona parte del testo.

Agli amici che vedono uscire del fumo dal suo appartamento e gli chiedono cosa voglia bruciare, lui risponde: – Dio voglio bruciare! (nel libro rappresentato da un sacchetto che contiene i filatteri, il taled e i libri di preghiera).

Perché se Dio non soccorre nel bisogno e non riesce neppure a difendere gli affetti più cari, allora tanto vale disfarsene, bruciarlo.

Peggio ancora Dio diviene un isprawnik, un capo di polizia che: – […] se tu osservi le leggi, allora dice che le hai osservate solo per tuo vantaggio. E se appena trasgredisci uno solo dei comandamenti, allora ti perseguita con cento castighi. Se vuoi corromperlo, ti fa un processo. E si ti comporti onestamente con lui, sta in agguato per corromperti.

In questo suo discorso agli amici, che cercano di convincerlo che ci sarà un motivo per questo male, Mendel libera tutta la sua collera contro Dio, affermando che non ha più paura di nulla, tanto tutte le pene dell’inferno le ha già patite, tanto da arrivare a dire: – È più benigno di Dio, il diavolo. Siccome non è così potente, non può essere così crudele.

La crudeltà di Dio, diventa peggiore della malvagità del demonio.

Tuttavia c’è da dire che quel sacchetto, alla fine, non lo brucia, non lo getta nelle fiamme. Rimane in Mendel un barlume di fede, un fede odiosa mescolata a un residuo timor di Dio. Ormai egli vive per odiare Dio. Per dispetto va al quartiere italiano per mangiare carne di maiale e non prega più.

« Ma non pregare gli faceva male. La sua ira lo addolorava, e l’impotenza di quell’ira. Sebbene Mendel fosse in collera con Lui, Dio reggeva ancora il mondo. L’odio non poteva toccarlo, né più né meno della devozione. »

L’assenza della comunione con Dio, resa possibile dalla preghiera in cui egli era assiduo, amplifica il suo male e l’odio per Lui non porta a nulla, Mendel rimane impotente.

Pensa spesso a Menuchim, spera, vuole sperare, che almeno lui, almeno quel figlio menomato, sia ancora vivo. Quel figlio muto e impenetrabile è la sua ultima gioia.

Cerca una colpa per tutte le sue disgrazie, scandaglia la sua vita per scovare il peccato che può aver suscitato la terribile collera di Dio, ma non vi trova nulla. Colpe gravi, lui non ne ha.

È proprio qui che Roth dipana la sua teologia che è sì ebraica, ma pure cristiana: non vi è una colpa specifica, Dio non è un castigatore. Il male è piuttosto una condizione umana, inspiegabile. Tutto il resto sono tentativi dell’uomo di cercare di dare una spiegazione al male, facendolo ricadere sui propri peccati o sulla crudeltà di Dio: una causa scatenante, un capro, dovrà pur esserci. Invece nel Giobbe biblico, come nel Mendel moderno, permane il silenzio insondabile di fronte ad esso. Una risposta, per questa vita, pare non esserci.

Un giorno però, mentre ascolta una canzone da un disco portato dall’Europa, piange per la prima volta dopo tanto tempo. La ascolta e riascolta, poi legge il titolo: La canzone di Menuchim.

Da lì, timidamente, si riavvicina alla preghiera, la ascolta con rispetto, mentre gli amici la recitano.

Finché in città arriva Alexej Kossak, un direttore d’orchestra russo, autore della famosa canzone.

Questi cerca Mendel per svelargli, nelle battute finali del romanzo, di essere lui stesso Menuchim, il figlio handicappato, ora guarito e diventato un prodigio della musica. Ed è sempre lui che invita il padre ad aver fiducia che Jonas sia ancora vivo e che Mirjam possa guarire.

Alla fine, quel Dio che Mendel tanto aveva odiato, gli rende il figlio guarito, come aveva promesso attraverso l’oracolo del saggio rabbino, all’inizio del libro.

In questo modo egli dimostra di non essersi dimenticato di Mendel Singer, ma di essergli stato sempre a fianco, forse proprio dietro al « manto impenetrabile dell’imbecillità. »

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