Il matrimonio o della fede in Dio. Perché sposarsi in chiesa?

| di Alberto Trevellin |

Negli ultimi anni, nei giornali e nei dibattiti nazionali, si è molto discusso sul crollo dei matrimoni in chiesa, pratica ormai desueta nel nord Italia ma che, pare, tiene ancora relativamente bene al sud, per un probabile legame ancestrale con la tradizione, a cui, pare, assolutamente non si può andare contro. La notizia ha scandalizzato alcuni e fatto cadere nello sconforto altri. Ci si è iniziati a chiedere, giustamente, il motivo del declino di questo sacramento.

Ci sono due domande, a mio avviso, che in un simile dibattito ci si deve porre.

La prima è se i matrimoni celebrati in chiesa negli anni passati fossero davvero vissuti e partecipati come realtà sacramentale, come un passo maturo e libero verso la vita sponsale o se, magari, non fossero altro che il mantener fede a una tradizione a cui poco si credeva o, peggio ancora, a cui si era costretti dalle circostanze, dai desideri delle famiglie, dalle imposizioni sociali a cui non si voleva trasgredire. Questa è la prima domanda che ci si deve fare, poiché se nel passato ci si sposava in chiesa solamente per assolvere un compito, una tradizione, allora i dati odierni vanno completamente revisionati. Trenta, quaranta, cinquant’anni fa, era pensabile un matrimonio extra-ecclesia? Chi ha vissuto in quegli anni mi ha sempre risposto negativamente, dicendomi che si poteva, sì, ma poi si viveva come degli appestati, come dei pagani, in un contesto che difficilmente ammetteva eccezioni agli usi e ai costumi della religione cristiana. Quindi era meglio seguire lo scorrere inesorabile della tradizione, senza chiedersi troppo perché ci si andava a sposare in chiesa. Si faceva così.

La seconda domanda riguarda il tempo attuale: perché una coppia oggi dovrebbe sposarsi in chiesa? Magari non sono credenti, hanno gustato il cristianesimo nella remota epoca dell’infanzia e poi se ne sono allontanati. Ecco, quest’uomo e questa donna, non più credenti o credenti molto tiepidi, perché dovrebbero sposarsi ai piedi dell’altare? Cosa andrebbero a fare lì, con il prete, l’organo gagliardo e il tabernacolo a pochi metri? I due, infatti, non credono più in Dio, al massimo credono in qualche cosa di simile a lui, un’entità, un essere supremo senza volto, senza un nome, senza identità, nulla più.

Il matrimonio è un chiedere a Dio di mettere il sigillo sul proprio amore, ma se a Dio non ci si crede, il matrimonio diventa una sorta di teatro, una messinscena, un paradosso.

Se uno non crede in Dio, o se ci crede appena, non si dovrebbe sposare in chiesa.

Dobbiamo dichiarare concluso non tanto il tempo della tradizione, sempre santa, quanto il matrimonio come tradizione.

Ancora oggi si sentono alcuni dire: – Intanto sposatevi in chiesa…

Questo discorso può valere solo per chi ha davvero intenzione di approfondire la sacralità del matrimonio, ma per tutti gli altri non è altro che un atto d’incoerenza verso se stessi e bisognerebbe forse rispondere: – Intano sposatevi in comune.

Personalmente, credo che il cristianesimo si entrato in un’epoca di straordinaria maturità, di presa di coscienza. Il cristiano di oggi è sempre più consapevole della sua fede, quantomeno rispetto alle generazioni che ci hanno preceduto. Questo passaggio verso la maturità del cristianesimo è certamente travagliato, ma benefico e, a lungo termine, porterà i suoi frutti.

Il matrimonio, per quanto mi riguarda, è l’unico sacramento che ho abbracciato liberamente e con piena consapevolezza, sia del fatto che stavo decidendo di unirmi a mia moglie per la vita, sia del fatto che stavo chiedendo a Dio di entrare nella nostra relazione, e di entrarci non per farci un po’ di compagnia, ma per diventare le fondamenta e la fonte del nostro amore.

Questo sacramento dovrebbe essere, ormai, una scelta di maturità. Ci si deve sposare davanti a Dio solo se intimamente, liberamente e consapevolmente lo si desidera. È finito il tempo di sposarsi per compiacere i desideri di qualcun altro o per non trasgredire alla Legge della tradizione. Dio vuole uomini e donne liberi, non servi che assecondino un rito.

Ho in mente un matrimonio di un amica, un matrimonio molto borghese, a cui parteciparono numerose famiglie altolocate della Firenze bene. La cerimonia in chiesa venne così trascurata che, ad un certo punto, tutti i presenti capirono che c’era qualcosa che non andava.

La chiesa era tutta curata, agghindata, abbellita, si notava a colpo d’occhio lo sforzo economico che si era reso necessario per renderla così bella, ma la liturgia era di una povertà straordinaria. Al momento delle letture ci furono trenta secondi d’imbarazzo generale in cui il prete aspettò, invano, che qualcuno si portasse all’ambone. Lo stesso dicasi per la preghiera dei fedeli e l’offertorio, dove dovette fare tutto da sé, perché gli sposi, stupiti, si guardavano tra di loro, girandosi anche verso i genitori, come a dire: – Cosa fa? Stiamo sbagliando qualcosa? 

E sì che il libretto della messa era lì, sui tavoli, ma appunto anche quello serviva solo per dare un tocco in più di buon gusto, come sorta di decorazione dei banchi su cui sedevano gl’invitati.

A dire il vero, vedendo quel vuoto di parole, quell’eccessivo prolungarsi di silenzio, quell’arrestarsi liturgico, ci fu qualcuno che si portò al leggio. Era un’amica dello sposo, che aveva colto quella pausa come il momento delle letture personali, del sentimentalismo amicale, come il tempo delle dediche, insomma. Avvicinatasi al microfono, cominciò a leggere una lettera semi-personale indirizzata ai novelli sposi: diede dei consigli, cercò di spiegare cos’è l’amore, disse che avrebbero trovato difficoltà. Quando ebbe terminato, il sacerdote, in visibile difficoltà, lesse da solo tutto quello che c’era da leggere, dalla prima lettura al Vangelo.

Fu proprio in quella circostanza, in quella celebrazione, a cui partecipavano dottori, avvocati, imprenditori, che ebbi l’ennesima conferma di quanto la fedeltà alla tradizione veniva prima della sincera adesione al matrimonio come sacramento, con tutto ciò che ne consegue. E ciò  anche in un contesto culturale di un certo tipo, dove tutti erano “studiati”.

In quell’occasione non era importante il senso del matrimonio cristiano, ma l’estetica del matrimonio, svolgerlo “al modo cristiano”. Era scenografico, estetico appunto, serviva a dargli quell’aurea da favola a lieto inizio. Ma della portata sacramentale di quel fatto, di ciò che stava accadendo, perché pur stava accadendo, non si respirava nulla.

Non credo ci si debba scandalizzare troppo, quindi, se oggi moltissimi non si sposano più in chiesa. Almeno sono onesti, sono coerenti al proprio desiderio e non assecondano quello di altri, come fanno coloro che per essere fedeli ad una tradizione, entrano in contraddizione con loro stessi.

Questa battuta d’arresto, questo venir meno del sacramento del matrimonio, d’altra parte, è andato di pari passo con l’emorragia di fedeli del cristianesimo. Non che manchi oggi il senso del sacro o una tremenda sete di spiritualità, le statistiche in tal senso sono chiare, solamente che il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio di Gesù Cristo, è stato messo da parte.

Eppure c’è ancora chi vi crede, chi ripone fiducia in questo Dio e fra questi bisogna includere quegli sposi, liberi e consapevoli, che decidono di ricevere il sacramento del matrimonio.

Questi due amanti, sono abitati da un desiderio profondo di consacrare, di celebrare il proprio amore dinnanzi a Dio. Perché lo fanno, ci si potrà chiedere? Perché ancora oggi ci sono coppie che credono in questo antico sacramento? Perché come hanno sentito la presenza di Dio nella propria e personale vita di fede, così credono, si fidano, che questa presenza sarà amplificata dal matrimonio.

Ultimamente, infatti, ho riflettuto molto sul matrimonio cristiano come gesto di fede e di umiltà.

Questo sacramento è, di fatto, un atto di fede non più del singolo, ma della coppia, dei due, che all’altare dicono: – Ci fidiamo di te, – e, di conseguenza – abbiamo bisogno di te.

La differenza che passa tra chi non si sposa in chiesa e chi invece sì, è che i primi possono affermare di non aver bisogno di Dio, mentre i secondi non possono che dire: – Noi, da soli, non ce la possiamo fare. Aiutaci tu.

Memori anche di ciò che disse il Maestro durante l’ultima cena: – Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. (Gv 15,5).

Io la vite, voi i tralci. Voi innestati a me, non il contrario. Senza di me non potete fare nulla… quale portata ha questo versetto? Queste sette parole di Gesù? È chiaro che valgono per ogni ambito della vita, per cui anche una coppia credente non può non tenerne conto, non può non sentire riecheggiare questa verità e questo invito… senza di me non potete fare nulla…

In questo senso il matrimonio è un atto di umiltà. Significa lasciare da parte una certa superbia della coppia, che crede di poter fare tutto da sola.

Ecco, il matrimonio è proprio il contrario, è dire: – Di te, Dio, abbiamo bisogno. Anzi, ci sei necessario.

Ciò non significa che non possano esistere amori eterni al di fuori del matrimonio cristiano, ma col matrimonio gli sposi sanno di poter contare non solo sulle proprie forze, ma anche su quella di Dio.

L’amore infatti, per quanto desideri durare e lambire in confini dell’eternità, rischia sempre di finire, di essere stracciato, di terminare per cause che non siano riconducibili alla morte dell’amato. Tutti gli amanti sanno in cuor loro che anche l’amore, il loro splendido amore, nutrito dai figli, vissuto nel talamo, non è immune al male e può rischiare di esserne travolto, distrutto. Sanno che anche la loro grande storia può finire. Ogni coppia matura percepisce questo rischio, di essere travolta, annientata. Desidera l’amore eterno, ma intanto deve vedersela qui, sulla terra, dove tutto è esposto al rischio e al marcire delle cose.

Per cui il matrimonio diventa un atto di fede, un gesto d’umiltà e una richiesta d’aiuto, non solo per difendersi dal male che può travolgerlo, ma per poter attingere a quell’amore che sempre chiede di essere rinnovato, ogni giorno.

Parafrasando Turoldo: – Io non mi sono fatto prete un giorno e poi basta, io mi faccio prete ad ogni nuova alba. È quello che dico agli sposi sull’altare: voi non vi sposate oggi, ma per sempre, ogni giorno della vostra vita.

Se infatti il matrimonio non sa incontrare questo entusiasmo, questo rinnovamento perpetuo, è destinato a consumarsi e a finire.

Capendo tutta la fragilità dell’amore, capendo che il suo innalzarsi fino all’eternità non lo esenta dal crollo inesorabile che lo può far soccombere, essi chiedono il sostegno di Dio. Fanno quello che facevano Adamo ed Eva prima di trasgredire al comandamento: si fidano di lui. Perché anche in quell’occasione, quella della trasgressione, ci fu una libera volontà di mettere da parte Dio, di far da sé, di non volerlo più nella relazione. Gli sposi, in un certo senso, si vogliono invece riappropriare di uno stato edenitico perduto, affidando il loro amore a Dio.

Con il matrimonio quindi si cerca di ricostituire l’Eden delle origini, in cui Dio si prendeva cura di Adamo ed Eva e in cui i due si fidavano ciecamente del loro creatore.

Un amore fragile, quindi, ma che crede ancora nell’infinito.

Bisogna far esperienza della vita di coppia per capire questo, per rendersi conto che il proprio amore, se non è sempre nuovo, se non viene curato come si cura una pianta, dopo non molto tempo secca, per svariati motivi: tradimenti, incomprensioni, silenzi mortali, predominanza di uno degli sposi sull’altro, incapacità di dedicare del tempo a se stessi, alla coppia, per canalizzarlo solo sui figli.

È in questo modo che certi amori finiscono, che esauriscono la loro spinta.

Proprio in quei momenti, quando si ha la percezione che qualcosa si stia incrinando, i cristiani sanno di poter contare su Dio. Certo resta da capire cosa significhi “contare su Dio”, formula troppo abusata e mai realmente messa in pratica.

Contare su Dio è appunto quel gesto di umiltà di cui parlavamo poc’anzi. Significa chiedere l’intervento, l’aiuto di Dio, nella propria relazione e ciò non può avvenire che nell’orazione, con una preghiera sincera, che sgorga dal cuore, che traduca tutta la propria fede.

Allo stesso tempo dovrebbe essere ormai chiaro che, nell’epoca del cristianesimo adulto, la preghiera non è un amuleto, una sorta di formula magica da usare all’occasione, come quando si prende del paracetamolo per fare passare il mal di schiena. La preghiera deve essere la regola di ogni cristiano. Ora et labora non vale solo per i monaci.

A maggior ragione proprio gli sposi, che hanno scelto una via in cui desiderano essere accompagnati da Dio, devono pregare. Questa preghiera d’amore è l’unico modo che i due hanno per portarsi alla presenza dell’Amore. Sta qui lo sforzo più grande, mettersi all’opera, desiderare davvero che Dio intervenga a sostegno del proprio matrimonio, fidarsi davvero di lui. Sarà uno sforzo, soprattutto, per chi nella coppia si è allontanato o sta rischiando di stracciare tutto.

Bisogna pregare da soli e in coppia, e questa preghiera, la preghiera di due amanti che si rivolgono alla fonte del loro amore, porterà nuova linfa alla propria relazione, ogni giorno, per il resto della vita.

Se Gesù, parlando del matrimonio, usa parole precise e forse troppo dure per i nostri orecchi, non osi separare l’uomo, ciò che Dio ha unito, vuol dire che ce la si può fare, non in modo rassegnato, ma piuttosto con la consapevolezza che si possa fare davvero qualcosa di grande.

È proprio lui a dirlo, Lui, che è venuto per salvare il mondo, mostrando che per amore si può morire ammazzati nel modo più barbaro.

Ci si sposa in chiesa anche per questo, per sperimentare ogni giorno la salvezza portata da Cristo, per vedere salvo e risorto ogni giorno il proprio amore. Gli sposi che affondando le proprie radici nel costato squarciato di Cristo, da cui sgorgano amore e misericordia eterni, sperimentano quotidianamente la risurrezione del loro amore. Ad ogni nuova alba, se il loro amore è lì ancorato, essi risorgono, il loro matrimonio risorge.

Se è vero che Cristo è venuto per la salvezza eterna, è pur vero che egli è venuto per salvarci già qui, adesso, in questa nostra vita. – Signore! Salvami! – gli urla Pietro affondando – e Gesù non gli risponde: – Sarai salvato nell’eternità, – ma lo prende per mano con forza e lo salva lì, in quel preciso istante, in quel preciso lembo di mare di Galilea. Lo salva subito, non lo fa aspettare. Ma è pur vero che è Pietro che gli urla, che gli grida: Salvami! – è lui stesso che chiede di essere salvato, che chiede aiuto. Benché non abbia ancora una fede esemplare, stando al rimprovero del Maestro, egli comunque si fida, capisce che in quel frangente, solo Gesù lo può salvare. E grida.

Così per tutti gli altri che gli chiedono di essere guariti, di essere salvati, cioè di tornare in salute. Gesù non li fa attendere, non dice loro: – Sì, sarai salvo, ma nel regno di Dio, – no, li salva subito.

Lo stesso vale per gli sposi, che ogni giorno, sia bonaccia o tempesta, possono pregare, urlare, qualora ce ne fosse la necessità, di essere salvati.

Se Cristo ha sfondato i confini dell’eternità, portandosela appresso e manifestandola nella Risurrezione, per ogni uomo e donna ciò significa che quell’eternità, quella salvezza eterna, già ora si può esperire. E cosa vi è che abbia maggiormente il sapore della salvezza eterna, se non un amore che solca gli anni, che attraversa le decadi, risorgendo ogni giorno? Non sono quei due sposi, il segno tangibile di un amore eterno che attende tutti? Non sono loro stessi la prova che l’amore è l’unica cosa che ci possa salvare? Non sono il segno che se l’amore, ogni amore, viene radicato in Cristo con il matrimonio, non muore mai, anzi, aumenta la propria qualità con il passare del tempo tanto più è radicato in lui?

Concludo con una frase folgorante di Dietrich Bonhoeffer, scritta dal carcere, alla sorella che stava per sposarsi: – Non è il vostro amore a reggere il matrimonio, ma è il matrimonio a reggere il vostro amore. Non è l’amore degli uomini, sempre esposto al male, a poter reggere il matrimonio, ma è il matrimonio, ossia l’amore eterno di Dio per gli uomini e, in questo caso degli sposi, a poter sostenere quel loro amore, quel loro desiderio di eternità

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