Innamorati

| di Alberto Trevellin |

Innamorato: “1 A. Che nutre amore o che è preso d’amore per una persona: indica sempre un sentimento d’amore intenso, che può essere incipiente, e perciò più vivo e tormentoso, oppure già da tempo radicato e perciò, se corrisposto, più sereno; può indicare anche affetto e attaccamento particolarmente vivi; con altro senso, essere idi sé, avere un eccessivo e vano compiacimento di sé stesso, delle proprie doti intellettuali o fisiche, vere o presunte. Per estens., che ha grande passione, trasporto, simpatia per qualche cosa. B. letter. In senso attivo, che esprime o ispira amore. 2. s. m. Chi è innamorato, chi è acceso d’amore per altra persona; anche, amante, fidanzato (o fidanzata), corteggiatore, spasimante.” – Treccani

Qualche tempo fa, parlando con un collega della vita sentimentale del figlio, del turbamento emotivo portato dalla prima relazione amorosa del ragazzo, ci ritrovammo a discutere dell’innamoramento, di quanto durasse. Di fronte a quest’ultimo aspetto, quello della durata, il collega, di una decina di anni più grande di me, s’impose con il tono della voce e con un sorriso.

“Basta con questa storia dell’innamoramento che finisce. Sì, possiamo anche dire che c’è un momento iniziale di grande trasporto, dove tutto, ma davvero tutto, è nuovo per la coppia, ma davvero possiamo dire che l’innamoramento finisca? Scusa, tu non sei ancora innamorato di tua moglie?”

Di fronte a questa domanda, risposi perentoriamente: “Sì!”

“Vedi, non è finito quindi, c’è ancora, va avanti, attraversa gli anni”.

Qualche tempo dopo, un amico, sulla soglia dei sessanta, ragionava in modo diametralmente opposto. Stavamo parlando dell’amore più in generale, ma toccammo comunque la questione “innamoramento”.

“Quando hai cinquanta, sessant’anni, non sei più innamorato di tua moglie, non c’è più quell’amore dei vent’anni, perché gli anni passano e invecchi. Propriamente… non ci si ama più, ci si vuole bene…”

Lo disse con tono di rassegnazione, ma anche lui con un sorriso. Era sereno nel dirlo, come se questo spegnersi lento della fiamma facesse parte della vita e dell’amore stesso.

Rimasi molto turbato da questa sua sottolineatura, nella quale non mi ritrovavo per nulla. Pensavo, tra e me e me, “ma davvero l’amore può allentarsi così tanto, non dico da non poter più affermare di essere innamorati, ma così tanto da non riuscire a dire più nemmeno ti amo?”

Entrambi, sia il collega che l’amico, erano molto credenti. Segno, questo, che non sempre la fede porta ad avere lo stesso sguardo sulla questione.

Eppure, stando alla definizione in apertura di questo scritto, Treccani ribadisce quello che il mio collega affermava alzando la voce. L’innamoramento non è solo questione degli inizi, ma anche degli anni successivi, del dopo.

Viene da chiedersi, allora, se la festa di San Valentino è festa degli innamorati, inteso come status di chi è nella fase dell’innamoramento, appena agli inizi, o se non sia anche la festa di chi si ama, di chi ha iniziato da un pezzo e ancora è innamorato. 

La risposta è abbastanza scontata. Entrambi, sia chi è agli inizi, sia chi ha già fatto un buon pezzo di cammino, si sentirà coinvolto nella festa, anche se, nell’immaginario collettivo, San Valentino, è forse vista maggiormente come la festa delle neo-coppie.

Ma la questione non è tanto quella di San Valentino, ennesimo evento, forse, dissacrato per essere elevato agli altari della società dei consumi. La questione è quella esposta più sopra, ovvero, si può essere innamorati, anche dopo tanti anni, dopo decine d’anni di vita assieme? Oppure l’innamoramento viene meno, si spegne?

Forse è vero che accade una cosa, nelle lunghe storie d’amore, che si passi, cioè, dall’essere innamorati e basta, all’essere innamorati e ad amare. 

L’altra domanda, pertanto, è: che cosa vuol dire, davvero, essere innamorati? 

Essere innamorati significa amare daccapo, ogni giorno, la propria sposa, rifare tutto dall’inizio. Ricominciare, a ogni levarsi del sole, l’opera dell’amore. Fare questa fatica, sì, la fatica di amare, appena i nostri occhi si aprono sul mondo. È farlo nuovo e di nuovo ogni giorno, avendo questa forza e questa cura di riprenderlo in mano e portarlo come novità conosciuta, sulle vie della nostra ferialità, come conosciuto è il sole che, nuovo, splende ogni giorno.

Bisogna rifarlo daccapo l’amore, perchè l’amore non chiede altro che di essere consumato, perché ciò che si consuma può essere rifatto. Non si logora, l’amore, come un vestito o come un vecchio disco, ma si consuma. Come si consuma il pane, come si consuma l’acqua, e ogni giorno bisogna rifarlo, il pane, rimettersi a impastare, attendere che lieviti e infornare, e ogni giorno bisogna riempire, ancora, la brocca d’acqua. Solo così, rifacendo il pane, riattingendo l’acqua, non moriamo di fame, né di sete. Così è per gli innamorati, che il loro amore danno e il loro amore consumano, e così, daccapo, riprendono il giorno dopo. Solo così non muoiono.

E consumando non lo diminuiscono, ma lo fanno crescere. Paradossi dell’amore.

È solo questo consumare, tra l’altro, che dà validità al matrimonio. Non è tanto il sì o il consenso all’altare che lo rendono valido, ma l’aver consumato quell’amore promesso davanti a Dio. Perché solo ciò che si consuma può essere rifatto. È questa, forse, la vocazione più grande dell’amore, rinnovarsi sempre, sempre essere nuovo, sempre vivo, come fiamma eterna. Essere consumato per essere rifatto. Non è già questo un principio dell’amore eterno a cui ogni amore umano aspira e a cui è chiamato? Non è questo che il buon Dio fa tutti i giorni con i suoi figli e le sue figlie? Non lo rinnova sempre, accompagnandolo a una misericordia abissale?

Ma proprio perché questo amore punta all’eternità, essere innamorati signifca anche non avere nostalgia del passato, di come ci si amava ieri o dieci, trenta anni fa. Significa non fermarsi per strada, ad un momento preciso del tempo trascorso, ancorarsi lì, nonostante il progredire degli anni, pensando di salvare l’amore tornando indietro nel tempo. L’ amore, l’amore vero, non è mai nostalgico, perché sempre nuovo e gravido. Certo del passato possiamo recuperare il meglio e rinnovarlo, renderlo nuovo perché noi siamo nuovi. Ma pensare di amare o di essere innamorati come lo si era in un preciso istante della nostra storia d’amore, è tempo perso, perché noi non siamo più quell’uomo o quella donna lì, siamo cambiati, siamo andati avanti. Il tempo ci fa camminare anche se noi vorremmo stare fermi. L’amore si salva andando avanti, camminando. Si salva con la speranza, non con la nostalgia.

Ecco gli innamorati, allora, ecco gli amanti eterni, guardano con gioia al passato, consumano sempre, ogni giorno, il loro amore, perché solo così possono rifarlo e solo così non morire. Eccoli lungo la strada, a fissare lo sguardo su Colui che sempre li precede nell’amore e che entrambi, un giorno, sperano di raggiungere.

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