| di Alberto Trevellin |
Le nostre vite sono attraversate da una consapevolezza, che è anche timore o paura angosciosa, dipende dai casi, di sapere che questa vita, quello che siamo ora, un giorno, finirà, e non sta a noi sapere quando. Possiamo solo prevederlo, pensarlo, fare delle ipotesi. Di solito proiettiamo l’evento nel futuro, nei decenni a venire. Che, dentro di noi, si traduce in un “più in là”, “non ora”, “più avanti”, “adesso no”.
Morire e sapere di dover morire non sono la stessa cosa. Da quel che ne sappiamo, gli animali non hanno consapevolezza della morte come noi umani. Solo in prossimità dell’evento, alcuni di loro, percepiscono la fine. Noi invece, fin da piccoli, fin da quando riusciamo a balbettare qualcosa, chiediamo ai grandi, a chi ha già fatto un pezzo di strada: dove si va quando si muore? Dove è andato il nonno, la nonna? Perché si muore? E non c’interessa sapere quali siano i processi o gli incidenti biologici che portano in quella direzione. Non vogliamo sapere il “come”, ma il “perché”. È una domanda totalmente diversa. Perchè ora siamo vivi e poi ci spegniamo? Perché ora la vita e poi la morte? Perché tutto questo amore e poi la fine di questo amore? E poi, che è il nocciolo della questione, cos’è davvero questa morte?
Il nulla seduto all’ombra di questo evento ci spaventa e sembra, a volte, volerci inghiottire nel suo buio. Ma non è solo un’ombra a sedersi a fianco della fine, ma pure una luce, cui è più difficile credere, perché noi umani siamo pieni di paure, eppure c’è, sta là. Al fine della vita sta questo bivio, la strada indicata dall’ombra del nulla e quella luminosa indicata dalla fede.
Il cristianesimo, infatti, ha insegnato un’altra storia sulla morte. La Risurrezione ha fornito una risposta decisiva sulla fine. Di fronte a quell’evento non c’è una terza via, c’è solo un bivio. Di là o di qua. Non c’è grigio, ma solo bianco o nero. C’è solo la possibilità di non crederci o di crederci. Il “non so”, avanzato da alcuni, è solo un sostare dinanzi al bivio, una non-risposta, in fin dei conti, di chi ancora non ha preso troppo sul serio quell’evento.
Questa opzione, questa possibilità, di credere che la morte non sia la fine assoluta, il nulla, la nostra totale scomparsa, il nostro annientamento, ma il transito verso un’altra vita, de-finitiva, senza fine e senza male, in cui trovare, finalmente, compiutamente, tutta quella luce e tutto quell’amore, che qui solo abbiamo pregustato, eppure sentito, appena percepito, eppure vissuto, è di fondamentale importanza per andare a definire proprio ciò che chiamiamo “amore” e che, a ben vedere, è l’unica salvezza, l’unica via di senso in questo nostro cammino.
Diceva Gabriel Marcel, filosofo di origine ebraica convertitosi al cattolicesimo, che quando un uomo dice a una donna “ti amo”, le dice: “tu non morirai”.
Alcuni fanno risalire il termine “amore” ad “a-mors”, senza morte. E non è questa la più grande vocazione di ogni amore? La sua più alta aspirazione? Non finire, essere infinito?
Perché la domanda di fondo è proprio questa: si può amare davvero ciò che muore, nel senso di una fine nullificante, di una fine eterna, che oblia completamente le nostre vite e quindi il nostro amore?
Quando dico “ti amo”, dice Marcel, sto dicendo “tu non morirai”. Quando dico “ti amo”, quando è amore vero, e ognuno sa in sé se un amore è davvero tale, perché sfugge ad ogni definizione, ad ogni spiegazione, e sta a ciascuno cogliere la verità di un amore, quando dico “ti amo”, insomma, dico io e te non avremo mai fine.
Ti amo, ti amerò per sempre, d’altronde, cosa vuol dire? Che promessa è? Non è forse l’amore che invera la sua eternità, non già di aspirare all’eternità, ma di darle forma già ora?
“Amare” è un verbo che per sua natura invoca l’eternità. Dicendo “ti amo” io reclamo quell’eternità nelle mie relazioni.
Posso davvero amare qualcuno e pensare, allo stesso tempo, che questo amore finirà inghiottito dal nulla della morte? Il “ti amo” più vero non può che coincidere, proprio come diceva Marcel, nel “tu non morirai”. Ma questo presuppone la fede. Senza di questa, l’amore si riduce a gioco di corpi, a stampella della nostra solitudine. Quanto arduo deve essere dire “ti amo” e, allo stesso tempo, credere che “tu morirai”, nel senso di “tu non esisterai mai più”.
La fede nella Risurrezione presuppone il contrario, che nulla dell’amore qui edificato, niente dell’amore qui vissuto, andrà perduto, ma che continuerà a vivere. Che sarà salvato. Dopo l’evento pasquale possiamo ancora dire, con il Cantico dei cantici, che forte come la morte è l’amore, anzi, ancor di più, non solo “come”, ma “più” forte della morte è l’amore.
La fede fa sì che chi vive e crede nell’amore stia già vivendo ora, in questa vita, l’eternità dell’amore, che già ora stia sperimentando quel desiderio d’infinito che è fuoco in lui. Perché noi abbiamo in cuor nostro l’ardente speranza che non finisca mai, ma poi abbiamo anche la fede, più decisiva, forse, che ci fa dire, quasi in un imperativo categorico, “non finirà” e non più solamente “spero che non finisca”.
Perciò è lecita la domanda: si può amare davvero ciò che muore? Se non credo nell’eternità dell’amore, cioè nella possibilità che l’amore che provo, che do e ricevo, non sia eterno, ma abbia una fine totale, un annichilimento distruttivo, posso dire davvero di aver amato? O è solo stato un susseguirsi, un andare e venire di processi biochimici dentro di noi e che noi, così, per convenzione, chiamiamo “amore”? Ma allora cos’è stato? C’è stato davvero qualcosa?
L’amore è certamente anche questo, ma è solo questo? Cos’è quel sentire dentro di me il desiderio, viscerale, che non finisca, quel sentire e volere, quel desiderare con tutto me stesso che quell’amore, che io provo, che io sento, non abbia fine?
Che cos’è questo desiderio d’infinito amore che abita in noi?
Come si può amare un figlio e pensare che morirà, che non lo si vedrà mai più? Come è possibile abbracciarlo, prendersi cura di lui, soffrire, anche, per lui e con lui, se non si crede che quell’amore non finirà?
E tutto questo amore che diamo, che difendiamo, che ogni giorno ci impegniamo a rinnovare, ad alimentare, tutto questo amore che riceviamo… è davvero pensabile che finisca nella tomba? Che saranno la vanga e la terra a ricoprirlo, a porre la pietra sopra, definitivamente, ad estinguere, in breve, quell’amore?
È davvero pensabile di fare l’amore, di diventare una carne sola, con chi crediamo che non vivrà in eterno? Sarebbe più l’abbraccio tra due morti, che tra due vivi.
Chi ama e crede non la vede così, gli è impossibile. Non vede l’amore che naufraga nel sepolcro, ma che dal sepolcro risorge. Non la disperazione, di fronte alla morte dell’amato, ma la speranza, di rivedere, in un altro tempo, in un altro mondo, quell’amore.
Se risorgiamo anche noi, è questo il cuore del Vangelo, risorgerà anche il nostro amore e con il nostro amore, tutti gli amori della nostra vita, per i quali abbiamo dato, per i quali abbiamo sofferto, per i quali sempre abbiamo sperato di non vederli finire.
Noi viviamo già l’amore infinito, noi siamo sempre vivi. La morte segna il passaggio tra uno status di vita ed un altro. Per l’uomo e la donna di fede non rappresenta il termine assoluto, ma il termine transitorio, per così dire.
Quando noi amiamo, i genitori, i figli, le sorelle, i fratelli, la moglie, il marito, amiamo uomini e donne vivi, coloro che sono e che saranno, non coloro che non saranno più. Così, amiamo davvero solo ciò che non muore, che in noi, nelle stanze più segrete del nostro cuore, sentiamo già essere immortale, destinato all’eternità e, per questo, siamo già capaci di sperimentare quell’eterno e quell’infinito.
Quando tengo strette a me le mie figlie, quando bacio mia moglie, sto a tavola con i miei genitori, guardo mia sorella che culla la sua bambina, quando discuto e cammino con i miei alunni, tutto dentro di me dice, canta, l’impossibilità della fine di quello che sto vivendo, l’impossibilità del nulla. Tutto dice questo non morirà, questo non vedrà la fine, questo sarà salvato.
Quando abbraccio le mie figlie, così teneramente, ma anche così intensamente, un sussurro interiore mi dice: loro non moriranno. Tremendo, invece, deve essere il sussurro di chi non ha fede: di voi non resterà più niente.
È l’esperienza stessa dell’amore, del darlo, riceverlo, provarlo, sentirlo, in tutta la sua potenza, ad annunciarci che non si tratta di un’esperienza transitoria, ma che, piuttosto, inizia qui e continua, compiendosi, in un altrove.
Come si fa ad amare qualcuno per davvero e credere che non durerà, che di lui non resterà nient’altro che la polvere e credere che quello che chiamavamo “amore” non era altro che un sentimento fisiologico del nostro corpo e della nostra mente per non cadere nella disperazione? Perché amare qualcuno che finirà per sempre? Per farci un po’ di compagnia, per cercare di vincere le assurdità della vita con un po’ di piacere?
Siamo davvero sicuri che il sordo rumore della terra che s’infrange sulla bara sia araldo del Nulla? Non è invece, pur nel dramma, pur nella tragedia dell’evento, uno scuotimento viscerale alla speranza, alla fede, nella vita e, quindi, nell’amore che continua?
Figuriamoci per un attimo la morte, fissiamo per davvero la buca in terra, che accoglierà la bara e la salma di chi ci è stato caro, di chi più abbiamo amato, nostri amori impossibili. Guardiamola onestamente, la buca vuota, e facciamo un’operazione di onestà intellettuale. Guardando quella buca, che aspetta un uomo o una donna il cui cuore non palpita più, un uomo o una donna che abbiamo amato con tutti noi stessi, per una vita intera, per decenni della nostra esistenza, ecco, guardandola, crediamo, davvero abbiamo fede, che tutto finisca lì? È quella, in tutta onestà, la nostra vera fede?
Diciamo è impossibile!, solo perché abbiamo paura della morte o perché ci sembra molto ragionevole che tutto quello che abbiamo sentito, vissuto, toccato con quella persona, ci ha sempre detto, lei non morirà? Non lo sentiamo ad ogni abbraccio? Ad ogni bacio? Ad ogni dialogo sincero con i nostri amici? Non lo sentiamo come un sussurro, lui non morirà? Non sentiamo, davvero con i nostri sensi, in tutte le fibre del nostro corpo, che tutto questo amore sarà salvato? E il medesimo sussurro non rivolge anche a noi l’imperativo di Marcel, tu, non morirai?
Ti amo perché sento che su questo nostro amore
non saranno il nulla e l’assurdo ad avere l’ultima parola
a prevalere
ma l’Amore
Ti amo perché sei viva
e viva sarai anche dopo aver attraversato la morte
Ti amo perché se guardo bene dentro di me
scorgo la luce dell’ottavo giorno
dove ha radice ogni amore che ho vissuto.
Il mio amore è una radice che si prolunga da un altrove e passa attraverso me.
Sono radice
ma la terra a cui si àncora
non è mia e non è di questo mondo
Grazie di cuore!❤️
Grazie a te, Federica, per averlo letto!