I di Alberto Trevellin I
Spiegare, cercare di spiegarsi, su cosa voglia dire “credere in Dio” può, molto spesso, presentarsi come una sfida impossibile o difficile da tradurre.
La questione del “credere”, infatti, è prima di tutto una questione di esperienza, di un sentire personale. Non basta “credere” infatti, bisogna anche sentire. Il credere cristiano dovrebbe sempre essere un’esperienza di relazione. Molte volte, invece, parlando con persone “di fede”, “credenti”, si ha come l’impressione che non abbiano ancora davvero fatto l’esperienza dell’Emmanuele, del Dio con noi, del Logos vivo. Sembra, piuttosto, che abbiano imparato a credere fin da piccoli a un’entità senza volto e a tutta una serie di precetti utili per verificare, di tanto in tanto o ogni giorno, la verità di quel loro credere.
Ma dove sia davvero la relazione, il sentire quasi carnale, non si capisce, forse proprio non c’è, forse non ne hanno fatto esperienza. Lo si intuisce, molte volte, dalla loro mancanza di misericordia, dall’incapacità di perdonare, di guardare con speranza il mondo, sostituite da un’affinatissima capacità di giudicare gli altri.
Invece, ci dicono tutti i santi, la misericordia è il tratto distintivo di Dio.
Non può essere cristianesimo quello che non è fatto di amore, compassione e misericordia, diceva San Leopoldo Mandic.
Pertanto come potrebbe essere credente uno che non è capace di perdonare, di provare compassione, di amare sinceramente? Il loro è un cristianesimo ancora fermo alla Legge, che è d’impedimento a scorgere il volto misericordioso, cioè il volto d’amore. È un cristianesimo fermo a una parola morta.
Hanno un’idea di Dio, un pensiero su Dio, ma sembra non abbiano ancora incontrato il Tu che ci ama, il Tu che ama ogni singola persona.
Su questo, certo, possiamo sbagliare tutti. Non a caso il mistico renano Meister Eckhart confessava prego Dio di liberarmi di Dio, cioè dalla nostra idea di Dio, che può essere anche un’idea fuorviante, sbagliata.
Per questo fare un elenco dei motivi per cui si crede, cercare di esporre prove ontologiche dell’esistenza di Dio, e per le quali, di conseguenza, non si può non credere, è sempre un’operazione rischiosa, comunque insufficiente per molti. Spesso non bastano le prove, nemmeno un miracolo, a volte, può essere sufficiente. Era capitato a Gesù stesso, quando, dopo aver guarito dieci lebbrosi, ne vede tornare uno solo a dire grazie, uno che non era del suo popolo, non un ebreo, non un “credente”, ma un samaritano: Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero? (Lc 17,11-19)
La domanda, quindi, non dovrebbe essere tanto “credi in Dio?”, ma “lo senti, lo ami?”. È diverso. Credere di amare la propria moglie, o le proprie figlie, o chiunque a cui teniamo, non è propriamente la stessa cosa di amare. Credere in quell’amore e amare, sentire quell’amore, sono questioni differenti. Non è che una annulli l’altra, possono essere complementari, ma la seconda dice la verità di quella relazione.
Io so che amo, perché sento quell’amore. È solo da lì che posso partire per dire di crederci.
Non si può credere nell’amore se prima non se ne fa esperienza.
Perché il cristianesimo, prima di tutto, è una persona, Cristo. Prima di tutto è Lui, non un sistema di idee o precetti. Non una Legge, ma un Amore incarnato.
Un riassunto della Legge, una sintesi mirabile, che nei vangeli possiamo trovare sotto la massima di ama il prossimo tuo come te stesso e che rivela, in breve, il volto di Dio. È, alla fine, un’esperienza d’amore.
Il presupposto della fede in Dio, di una vera fede, di un crederci veramente, non può che essere l’averne fatto esperienza, avere sentito, un giorno, un picchettare ed essersi accorti che al centro del nostro cuore, d’un tratto, era apparsa una tenda, segno che qualcuno aveva iniziato a dimorare in noi. Di lì a poco era poi sorta la domanda: quella tenda c’era già o me ne sono accorto solo ora? Era lì da tempo o qualcuno l’ha piantata di recente?
Quel che è davvero cambiato è l’aver cominciato a sentire questa presenza in noi, questo esserci di qualcun altro nella nostra interiorità, questo essere in noi di qualcuno che non siamo noi, ma piuttosto di uno che vuole stare con noi.
Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. (Gv 14,23)
Se uno non sentisse questo Amore, vivo, bruciante in lui, fuoco che arde senza consumarci, non sarebbe propriamente credente, ma uno che segue, così, perché è stato abituato a seguire, precetti, gesti e stili della fede cristiana.
Che cos’è, quindi, credere in Dio? È sentire un Amore che ci abita.
Se uno ci chiedesse “ma perché credi in Dio?”, dovremmo forse rispondere proprio così: perché sento questo Amore che mi abita.
È un sentire chiaro, limpido, dove chi lo sente capisce bene che non si tratta di una nostra suggestione, di una nostra paranoia o elucubrazione mentale, ma di qualcosa che realmente vive in noi e con noi.
È sentire un Amore che ci ama, un vero turbamento, di fronte al quale, a volte, ci chiediamo: che cos’è questo Amore di fuoco? Meglio… non “cos’è?”, ma “Chi è?”
Credere in Dio è credere, soprattutto, a questo Amore che si sente, a volte in maniera chiara, brillante, a volte in maniera più oscura. A volte è vicinissimo, rimane con noi per lunghi periodi. In altri pare lontano, infinitamente lontano, eppure, allo stesso tempo, paradosso, questa apparente lontananza non fa altro che acuire in noi il desiderio di riavvicinarlo, risentirlo come prima, accrescendo ancor più il bisogno di Lui. L’apparente lontananza non spegne il desiderio, né lo fiacca, ma è come se lo vagliasse, se lo purificasse, aumentandolo, nei diversi momenti della nostra vita.
Credo perché sento questo amore. Ecco, alla fine, la verità di ogni fede, la verità che dovrebbe stare alla base di ogni religione.
E’ svegliarsi la mattina e trovarlo lì, nel nostro cuore. È addormentarsi la sera e ancora trovarlo lì, in noi, presenza più di una presenza fisica, radice inestirpabile, fonte infinita.
Quante volte, infatti, il credente si desta dal sonno e sente da subito, appena aperti gli occhi, quella presenza, quell’Amore? Quante volte, nella sua preghiera silenziosa, nell’intimità della sua casa o nei momenti di quiete, durante il giorno, ne fa esperienza?
Il credente che ama, che ama tanto, che ha misericordia e carità, lo sente ancor di più. Più si ama, più è amplificato quell’amore in noi. Meno si ama e più quella presenza ci sembra nascosta o, all’estremo, impossibile, inesistente.
Solo l’amore può dissotterrare Dio dal cuore degli uomini. Solo l’amore quotidiano, rivolto a tutti, può farlo emergere, come una pala che ci permette di scavare nel terreno, di terra, roccia e diamanti dei nostri cuori per giungere a quel tesoro presente in ciascuno di noi.
Non è che Dio non ci sia. Dal momento in cui siamo creati, e creati a sua immagine e somiglianza, lui è sempre lì. Il problema, semmai, è quanta terra, quante preoccupazioni, quante altre divinità abbiamo frapposto tra noi e Lui. Ma Lui è sempre lì, è la radice inestirpabile. Non la si può sradicare dal cuore dell’uomo. Tentare di strapparla o di avvelenarla è strattonare noi stessi, farci violenza da soli, avvelenarci con le nostre mani. Tutt’al più la si potrà ricoprire di terra, sotterrarla quotidianamente, fingere che non ci sia, ma lei resterà sempre lì, nel suo grido di luce, a chiedere di venire alla luce della nostra vita.
L’uomo se la porta sempre appresso e quel senso d’inquietudine che a volte lo pervade è in realtà la polla d’acqua nelle profondità delle sue viscere che chiede di emergere, che pulsa per sgorgare, affiorare e fluire abbondantemente nel cuore dell’uomo.
E una volta incontrato questo Amore, trattenerlo per sé è un tentativo impossibile, perché è sempre traboccante. L’amore di Dio è sempre così, tracima ogni cuore umano e si diffonde nel mondo. E’ così che il cristianesimo ha fatto strada nei secoli, con questo amore tracimante. E incontrato quell’Amore non si può che portarlo per il mondo, con lo sguardo di tenerezza, compassione e misericordia che il Maestro aveva con tutti.