9/10. Figli che muoiono, nella folle guerra, sulla striscia di Gaza

| di Alberto Trevellin |

9/10 non è una data, non indica la diottria mancante per vedere 10/10, non è nemmeno il punto che manca per arrivare al massimo dei voti. 9/10, da oggi, può essere anche un’altra cosa. 

10 sono i figli, tanti, che uno può dare al mondo, figli a cui si può donare la vita. 9 sono quelli che la guerra, sempre maledetta, sempre ingiusta, sempre assurda, ti può portare via, in una notte. 

Notte delle culle, notte dei figli e delle figlie attaccate al seno, notte di veglia sul respiro dei nostri bambini, sulla loro fame, sui loro sogni, sui loro incubi, sulle loro paure.

Notte dei figli che ti chiamano, che chiamano lei, prima di tutti gli altri, mamma…, dicono i bambini, con voce debole, appena un sussurro, o piangendo, strillando forte. Perché è sempre lei che invochiamo prima di ogni altro, lei che cerchiamo nel buio che ci avvolge, strappati dal sonno. Solo lei che può riportare la luce nelle tenebre che ci circondano. Sono sempre le sue braccia, prima di tutte le altre braccia, che cerchiamo nella notte, in preda alle nostre angosce.

Ma ci sono nove bambini, nove figli e figlie, che non sono riusciti a chiamare in tempo la loro mamma, non hanno fatto in tempo a ripararsi tre le sue ali. Non hanno potuto allungare le mani, in cerca di salvezza. La guerra li ha portati via in un colpo solo, mostruosa guerra che in un solo istante brucia nove regni, nove cuori bambini.

Anzi, non la guerra, ma gli uomini che dirigono la guerra, che ne tengono ben strette le redini, che possono, loro, piccolo manipolo, rispetto a chi non la vuole, decidere quando iniziarla e quando fermarla. Loro che la rendono reale, vera, non più incubo, ma realtà di sangue e macerie sotto la luce del sole. Con loro non più un’idea o una memoria del passato, di qualche libro di storia, ma cosa reale, che tocca la pelle con le granate.

Li passo uno a uno, con il dito, i nomi di questi piccoli, fiori appena sbocciati alla vita.

Yahya, 12 anni

Rakan, 10 anni

Eve, 9 anni

Jobran, 8 anni

Raslan, 5 anni

Rival, 4 anni

Sadin, 3 anni

Loqman, 2 anni

Sidra, 6 mesi

Ne resta uno, uno solo, Adam, undici anni, appeso al filo della vita. L’unico figlio rimasto che, come nella Bibbia, diventa una sorta di primo uomo, piccolo uomo di due sposi, per ricominciare, per provare, almeno, a continuare vivere.

Quale coraggio ci vuole a mettere al mondo dieci figli, oggi, sulla striscia di Gaza? Meglio, quale speranza infinita, immensa? Questi due giovani, Alaa e il marito, in quale orizzonte di luce credono per dare alla luce dieci figli di Dio? Cosa vedono oltre il muro che divide Gaza da Israele? Quale grande gioia scorgevano per i loro figli? Quanto grandi erano i  loro sogni?

Solo una speranza che viene dalla fede, solo questo, può averli convinti a dare al mondo dieci figli, solo la speranza che domani potrà essere meglio di oggi, che l’amore vale più della paura della guerra, che la gioia di vivere in una famiglia dove ci si ama allontana ogni disperazione. Solo questo. 

Fare dieci figli, oggi, sulla striscia di Gaza, non significa essere speranzosi, significa essere speranza, vuol dire incarnarla, far vedere che esiste, che c’è davvero, che non è solo una volatile virtù, termine tecnico di narrazioni teologiche.

Eppure questo sogno di speranza di due sposi, due medici, sembra essersi infranto nella terribile notte in cui hanno perso nove dei loro dieci bambini.

Penso al soldato che ha premuto il pulsante per far partire quel missile che ha incenerito, sterminato, 9 figli su 10 di un padre e di una madre. Penso al gesto del dito che preme il pulsante, perché bisognerà pur premere da qualche parte, per far partire le bombe. Penso, ancora, all’assurdità di tutto questo, che basti un pigiare per annientare chi della guerra e delle sporche motivazioni dei terroristi nulla vorrebbe sapere. Penso a questi piccoli, che ancora riescono a prendere sonno, sulla striscia di Gaza.

I bambini sono così, se qualcuno che amano sta al loro fianco, se sanno che qualcuno veglia su di loro, a loro basta, dormono beati, con la bocca aperta, in un sonno che noi adulti possiamo solo invidiare, a malapena rammentare.

Ci vuole un grande coraggio ad addormentarsi, oggi, sulla striscia di Gaza.

La storia di Alaa al-Najjar, di questa donna, di questa madre, di questa martire del dolore, quello più folle, quello più inaccettabile, dovrebbe farci tremare tutti, farci venire le convulsioni, toglierci il fiato, sbatterci a terra in preda agli spasmi. Dovrebbe toglierci il sonno.

Per due giorni ho fatto le cose di sempre, mi sono sforzato di sorridere, di essere allegro con i miei studenti, ma con il pensiero ero sempre lì, allo strazio di questa donna. E ogni lamentela, ogni lagna su cose banali, mi sembrava una bestemmia. Tutte le nostre lamentele diventano fuffa di fronte a questo dolore. Perché una storia come questa ha almeno una cosa da insegnarci, a non lamentarci. 

“9 su 10…”, continuavo a pensare, “9 su 10…”. E vedevo i numeri, come li vedo ora, su questo schermo, legati ai brandelli di corpi di quei bambini, di quelle bambine, che potrebbero essere le mie bambine, figlie mie, figli e figlie di tanti di noi.

Siamo tutti responsabili di fronte a questa vicenda, di fronte a questo orrore. Qualcosa è andato storto, qualcosa non ha funzionato. Non è solo “colpa loro”, “affare loro”, affare tra palestinesi e israeliani. È anche nostro. In qualche modo è anche nostro. Il male del mondo non è mai totalmente sconnesso da noi, perché siamo tutti fratelli.

È una storia che dovrebbe fermare tutto, fermare tutti, farci dire “signori, abbiamo oltrepassato il limite. L’abbiamo fatto, l’abbiamo oltrepassato. Fermiamoci, dunque”. Le armi, i missili, i carri armati, i droni, le bombe, dovrebbero polverizzarsi da sole, diventare polvere, perdersi nell’aria e nei campi, come i semi dei fiori del dente di leone. Così, senza nessun comando, senza nessun ordine, dovrebbe essere automatico, una loro dote, autodistruggersi di fronte al dolore infinito.

E di fronte a questo trittico di dolore che si è presentato agli occhi di Alaa, dei figli carbonizzati, perché questo è successo e questo dobbiamo aver almeno il coraggio di guardare, di non girarci dall’altra parte, di fronte a questo orrore non si possono che perdere i sensi, cioè morire, almeno per un istante. Morire come Maria, ai piedi della croce, come tanti artisti, lungo i secoli, ci hanno voluto mostrare. Per un istante anche Alaa è morta, solo per un attimo. Nove figli morti, sono nove lame che infilzano il cuore disarmato e lì rimangono. Chi potrà togliere quelle spade, ora, dal cuore trafitto di questa giovane mater dolorosa?

Noi che abbiamo figlie e figli, che come Alaa e il marito, e come tanti altri padri e madri, sappiamo cosa vuol dire tenere tra le braccia un bambino, coccolarlo, baciarlo, sentire su di noi il loro impossibile respiro, ribelliamoci a tutto questo. Ribelliamoci al male, all’assurdo.

Iniziamo con il non voltarci dall’altra parte, evitiamo di giustificare questa follia. Ribelliamoci bisbigliando una preghiera, se possiamo, per ogni madre, per ogni padre, che hanno perso un figlio in una guerra che nemmeno i bambini riesce a risparmiare.

Soprattutto ribelliamoci con la speranza che domani possa andare meglio di oggi. Perché è proprio questo che la guerra, il male, vuole portarci via, per sprofondarci nella disperazione. Continuiamo a credere che sia possibile, che sia bene, dare al mondo dieci figli, sulla striscia di Gaza.

Solo questa speranza ci salverà.

Dal dolore liberaci, Padre

dai bimbi carbonizzati

dalla guerra sventrati

liberaci dalle lacrime materne

di donne che muoiono

pur vive

mentre abbracciano il vuoto

nulla più da carezzare

con i seni che languono

le labbra dei figli

che più non sono

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