Portare il fuoco. L’amore come antidoto alla barbarie

Recensione de La strada di Cormac McCarthy (Einaudi, 2007)

A chi capitasse tra le mani un libro dal titolo La strada, il cui autore fosse Cormac McCarthy, magari nell’edizione in copertina rigida dell’Einaudi e pensasse di trovarsi di fronte ad un altro libro di viaggi, dal sapore romantico, il cui protagonista, zaino in spalla, si avventura in qualche landa sperduta del mondo, sarebbe ben lontano dal contenuto, molto diverso, e farebbe meglio a non lasciarselo fuggire, riposandolo nello scaffale della libreria e cercando altrove un titolo più attraente. Saggiamentedovrebbe prenderlo in mano, correre alla cassa, tornare a casa in fretta e cominciare a leggerlo, magari con una matita e alcuni fogli di carta, per sottolineare frasi, annotare impressioni.

La strada è un romanzo catastrofico-fantascientifico che ha vinto il Pulitzer nel 2007 e sin dalle prime battute si capisce il motivo per cui la giuria abbia inclinato le preferenze verso il libro di McCarthy.

La prosa è un singulto, un’intermittenza di narrazione e dialoghi diretti. L’autore apre parentesi senza aprirle graficamente, illustra, di punto in bianco, un’introspezione, senza che questa ci sia stata preannunciata o quanto meno preparata con mezza riga prima. L’autore usa la punteggiatura modo suo.

Nel libro fa freddo, tanto, sempre freddo e questa magistrale forma di narratività introduce il lettore ancor più nel cuore del racconto, testimonianza, questa, che scrivere non è solo narrare dei fatti, ma coinvolgere chi legge, portarlo dentro.

Sullo sfondo il pianeta come lo conoscevamo non esiste più, una qualche catastrofe mai descritta ha spazzato via tutto. Rimane solo la cenere; alberi, strade e intere città bruciate. Cenere che impedisce ai raggi di baciare la terra, cosicché i protagonisti camminano sempre sotto un cielo plumbeo, in un freddo costante.

Nelle prime battute si coglie bene il senso di disgrazia che ha colpito il mondo.

… si accovacciò e studiò il territorio a sud. Arido, muto, senza Dio. (p.4)

Queste e altre frasi consimili, mettono il lettore nella posizione di chi osserva il Nulla. Tutto è perduto, neppure Dio si fa più presente. È l’inferno, quasi che questo non attendesse l’uomo nella vita dopo, ma fosse già qui. Non è solo l’aspetto desolato della terra a rendere il mondo infernale, ma anche, e forse ancor di più, la scomparsa dell’umanità, intesa come tessuto di relazioni amorevoli. Gli uomini, randagi e famelici, si aggirano alla ricerca disperata di cibo. Ma il cibo non è finito, non ci sono più animali, uccelli, pesci. Nemmeno le piante. Si tenta di scovare nelle case qualche latta di fagioli o di carne. In mancanza di tutto ciò si mangiano tra di loro, divorano se stessi. E la loro umanità.

L’amore è scomparso, rimane solo il desiderio di sopravvivere ad ogni costo, in un mondo che ha perso tutta la sua bellezza e il suo senso.

Sono uomini disumanizzati, capaci di arrostire su uno spiedo un neonato. Uno dei colpi più duri del libro.

Mangiando i loro simili non solo negano la vita degli uomini, ma la disprezzano divorandola avidamente, senza pietà. Tra di loro esiste solo l’homo homini lupus. L’amore è scomparso.

Eppure in questa disperazione globale, dove tutto sembra perduto, ecco avanzare un padre e un figlio (di cui non viene mai fatto il nome), figure quanto mai mitiche, per lo spirito d’umanità che custodiscono e dal quale non vogliono separarsi.

Il padre si pone come baluardo dell’umanità, come un buono, pieno di paura certo, ma che non vuole arrendersi e che trova il senso della sua vita nel figlio. Il figlio è l’unica cosa che gli è rimasta e per cui valga ancora la pena di vivere.

Poi c’è lui, il bambino, una sorta di messia, ma senza le fattezze divine, incapace di compiere prodigiosi miracoli, ma abile, paradossalmente, a tenere ancorato il padre alla propria umanità.

Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: Se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato. (p.4)

È anche questo che preme all’autore: Dio, c’è o non c’è?

Una domanda che torna spesso, velata o più esplicita, come anelito di preghiera o bestemmia intrattenibile.

Poi si inginocchiò nella cenere. Alzò il viso verso il pallore del giorno. Ci sei?, sussurrò. Riuscirò a vederti prima o poi? Ce l’hai un collo per poterti strangolare? Ce l’hai un cuore? Sii stramaledetto per l’eternità, ce l’hai un’anima? Oh Dio, sussurrò. Oh dio. (p.9)

Ma quel bambino, che il padre in fondo al cuore sa essere davvero il verbo di Dio, è la risposta stessa alle sue domande, alle sue bestemmie. È nella voce limpida del fanciullo che risuona la speranza, la possibilità di un senso della vita anche ora che la vita sembra annientata, infernale.

Perché il discorso è questo: la vita sta tramontando e quelli che sono ancora vivi, vivono da morti e da belve. Però loro sono i buoni, perché questo insegna il padre, come un imperativo categorico: loro sono i buoni. E portano il fuoco. Non mangiano le persone, non le ammazzano. Sono i buoni.

Lo stesso bambino, educato alla nobiltà della vita, per quanto assurda sia diventata, vorrebbe aiutare tutti quelli che incontra per strada, dar loro del cibo, una coperta, portarseli dietro. Solo il padre frena questo slancio di carità, facendogli pesare il fatto che hanno cibo solo per sé.

Tuttavia questi moniti, questi richiami alla pietà da parte del bambino, fanno riflettere l’uomo. Il bambino non vuole nemmeno fare male ad un cane che avrebbero avuto la possibilità di mangiare. Piuttosto muore di fame.

Un cane?

Sì.

E da dove è uscito?

Non lo so.

Non è che lo ammazziamo, vero, papà?

No. Non lo ammazziamo.

Abbassò gli occhi sul bambino. Tremante sotto le giacche. Si chinò e gli diede un bacio sulla fronte incrostata. Non gli faremo niente, disse. Te lo prometto. (p. 63)

Il padre vive con questa creatura al suo fianco, suo figlio. Unenigma.

Ogni giornata sufficiente a se stessa. Ogni ora. Non c’è un dopo. Il dopo è già qui. Tutte le cose piene di grazia e bellezza che ci portiamo nel cuore hanno un’origine comune nel dolore. Nascono da cordoglio e dalle ceneri. Ecco, sussurrò al bambino addormentato. Io ho te. (p.42)

Vive nella speranza di dare al figlio una vita migliore, a sud, dove spera sia più caldo, benché progredendo nella desolazione, dove tutto è bruciato, le terre calde del sud diventanoo sempre più una chimera.

Consapevole dei pericoli, attanagliato dalla paura costante di veder il bambino morire, è spesso pensieroso. Tutto il racconto vibra della paura di essere trovati, violentati e divorati. Ma non cede ed educa il figlio al primato della vita e dell’amore.

Cosa c’è papà?

Niente. È tutto a posto. Dormi.

Ce la caveremo, vero, papà?

Sì. Ce la caveremo.

E non ci succederà niente di male.

Esatto.

Perché noi portiamo il fuoco.

Sì. Perché noi portiamo il fuoco. (p. 64)

La questione del portare il fuoco è uno degli aspetti che hanno reso grande questo romanzo. Per McCarthy, portare il fuoco significa credere nella vita, quella che è, e non arrendersi alla morte. Mai. Significa morire di fame piuttosto che uccidere un altro essere umano. Vivere da fuggiaschi piuttosto che mettersi in assetto d’attacco. Perché la vita possiede sempre un suo valore, un suo senso immenso, anche se misterioso. La prova di ciò è nella relazione d’amore tra padre e figlio, capaci ancora di amarsi, anche nell’inferno di un mondo morto.

Il bambino si voltò a guardarlo. Sembrava che avesse pianto.

Dimmelo, forza.

Noi non mangeremo mai nessuno, vero?

No. Certo che no.

Neanche se stessimo morendo di fame?

Stiamo già morendo di fame.

Hai detto che non era così.

Ho detto che non stavamo morendo. Non che non stavamo morendo di fame.

Ma comunque non mangeremo le persone.

No. Non le mangeremo.

Per niente al mondo.

No. Per Niente al mondo.

Perché noi siamo i buoni.

Sì.

E portiamo il fuoco.

E portiamo il fuoco. Sì.

Ok. (pp. 98-99)

Portare questo fuoco, insomma, equivale a non diventare belve, capaci di vedere nell’altro solo il proprio abominevole nutrimento, anziché un proprio simile con cui intessere una relazione d’umanità, d’amore.

Quelli che portano il fuoco sono i buoni, gli altri sono cattivi. È questo che gli insegna, regolarmente, la differenza e l’esistenza di queste due fazioni: i buoni e i cattivi.

È così che fanno i buoni. Continuano a provarci. Non si arrendono mai. (p. 105)

È sempre il bambino però a riprendere il padre sul senso della pietà e della carità nei confronti di quelli che incontrano.

Un giorno trovano lungo la strada un uomo mezzo cieco, un vecchio alle soglie della morte. Il bambino vuole aiutarlo, il padre no. Il figlio insiste, così alla fine anche quell’uomo avrà, per quel giorno, qualcosa da mangiare. Però la carità tra gli adulti è rarefatta, come l’aria in alta quota.

Il vecchio si infilò il cibo nello zaino e strinse le cinghie. Dovrebbe ringraziare lui, sa, disse l’uomo. Fosse per me non le avrei dato niente.

Foresi dovrei e forse no.

E perché no?

Io la mia roba non gliel’avrei data.

E non le importa se ci resta male?

Ci resterà male?

No. Non l’ha fatto per questo.

Perché l’ha fatto?

L’uomo guardò il bambino e poi guardò il vecchio. Lei non lo capirebbe, disse. Non sono sicuro di capirlo neanche io.

Forse crede in Dio.

Non so in che cosa crede.

Gli passerà.

No, non gli passerà.

[…]

Nel primo pomeriggio stesero il telo di plastica sulla strada, si sedettero e consumarono un pranzo freddo. L’uomo guardò il bambino. Parli?, disse.

Sì.

Ma non sei contento.

Boh.

Quando resteremo senza niente da mangiare avrai tutto il tempo per pensarci.

Il bambino non rispose e continuarono a mangiare.

Guardava la strada dietro di sé. Dopo un po’ disse: Lo so. Ma non me lo ricorderò come te lo ricorderai tu. (pp. 132-133)

Non è un Dio il bambino, forse il suo Verbo, forse crede in lui, ma non è Dio. E crolla anche lui, ad un certo punto.

Cosa c’è?, disse l’uomo.

Niente.

No. Dimmi.

Potrebbero esserci delle persone vive in qualche altro posto.

Intendi al di fuori della terra?

Sì.

Non credo. Non si può vivere da nessun’altra parte.

Neanche se fossero riusciti ad arrivarci?

No.

Il bambino distolse lo sguardo.

Cosa c’è?, disse l’uomo.

Il bambino scosse la testa. Non so cosa ci stiamo a fare qui, disse.

L’uomo stava per rispondere. Ma poi non lo fece. Dopo un po’ disse: Ce ne sono di persone. Ce ne sono, e noi le troveremo. Vedrai. (p. 186)

Il bambino ha qui l’intuizione che la vita s’informa, assume senso, solo se ho qualcuno con cui relazionarmi, qualche altra persona con cui tessere una relazione. Altrimenti, senza questa, tutto si svuota, annichilendosi e viene spontaneo pensare: non so cosa ci stiamo a fare qui.

Per questo, recuperata una pistola lancia razzi dalla carcassa di una barca incagliata, si assiste a una scena commovente, in cui il papà, per far gustare qualcosa di bello al bambino, lancia un razzo nella notte, ad imitare un fuoco d’artificio.

Da molto lontano non lo vedrebbero, vero, papà?

Chi?

Chiunque.

No. Da molto lontano, no.

Se volessimo far capire a qualcuno dove siamo.

Ai buoni, intendi?

Sì. O a qualcuno a cui vogliamo dire che siamo qui.

Tipo chi?

Non lo so.

Tipo Dio?

Sì, per esempio, una cosa così. (p. 187)

Torna il desiderio di Dio, nell’urlo silenzioso di una luce notturna lanciata verso il cielo, per dire la propria presenza, per far sapere: siamo qui, ci vedi?, non lo vedi il razzo?

Fino a quando il papà non cede alla barbarie, anche lui, dopo che un uomo gli porta via tutto. Lo ritrovano e lo fa spogliare, nel freddo assoluto. Si fa consegnare i vestiti, gli punta la pistola contro. Il bambino piange e chiede pietà per quel disgraziato. Se non si riveste, morirà.

Il bambino si trova davanti alla follia umana, all’assenza di pietà degli adulti, di suo padre! Solo lui è la voce di fondo, profetica (divina?), che richiama l’uomo all’imperativo del fuoco, della bontà, della misericordia.

Che cosa vuoi fare?

Aiutarlo, papà. Voglio solo aiutarlo.

L’uomo si voltò a guardare la strada.

Papà, aveva solo fame. Adesso morirà.

Sarebbe morto comunque.

Ha tanta paura, papà.

L’uomo si accovacciò e guardò il bambino. Anche io ho paura, disse. Lo capisci? Anche io ho paura.

Il bambino non rispose. Rimase seduto lì a capo chino, scosso dai singhiozzi.

Non tocca a te preoccuparti di tutto.

Il bambino disse qualcosa che l’uomo non capì. Cosa?, disse.

Il bambino alzò gli occhi, il viso sporco e bagnato. Sì, invece, disse. Tocca a me. (p. 197)

Tocca ai bambini, insomma, richiamare i grandi all’ umanità, a ravvivare quel fuoco che portano dentro, a salvare un mondo morto o quantomeno ad illuminarlo nel suo inesorabile tramonto.

Il padre questo lo sa, vede in lui una presenza, una luce.

Si trascinavano oltre. Lerci, cenciosi, senza speranza. L’uomo si fermava e si appoggiava al carrello e il bambino proseguiva, poi anche lui si fermava e si girava e l’uomo alzava gli occhi piangenti e lo vedeva lì sulla strada voltato a guardarlo da qualche futuro impensabile, radioso come un tabernacolo in quella desolazione. (p. 208)

Quando si sente alla fine, lui che aveva pensato di ammazzare il figlio piuttosto che lasciarlo in balia delle belve, non ce la fa a puntargli la pistola e premere il grilletto. Piuttosto, come ogni padre, lascia anche lui un testamento, non di cose, ma di spirito.

Devi andare avanti, disse. Io non ce la faccio a venire con te. Ma tu devi continuare. Chissà cosa incontrerai lungo la strada. Siamo sempre stati fortunati. Vedrai che lo sarai ancora. Adesso vai. Non ti preoccupare. […] Devi trovare gli altri buoni, ma non puoi permetterti di correre rischi. Niente rischi. Capito?

Voglio restare con te.

Non puoi.

Ti prego.

Non puoi. Devi portare il fuoco.

Non so come si fa.

Sì che lo sai.

È vero? Il fuoco, intendo.

Sì che è vero.

E dove sta? Io non lo so dove sta.

Sì che lo sai. È dentro di te. Da sempre. Io lo vedo.

Portami con te. Ti prego.

Non posso.

Ti prego, papà.

Non ce la faccio. Non ce la faccio a tenere fra le braccia mio figlio morto. Credevo che ne sarei stato capace, e invece no.

Hai detto che non mi avresti lasciato.

Lo so. Mi dispiace. Hai tutto il mio cuore. Da sempre. Tu sei il migliore fra i buoni. Lo sei sempre stato. Quando non ci sarò più potrai comunque parlarmi. Potrai parlare con me e io ti risponderò. Vedrai.

E riuscirò a sentirti?

Sì. Mi sentirai. Fa’ come se parlassimo con la mente. E allora vedrai che mi senti. Ci vorrà un po’ di allenamento. Ma non ti arrendere. Ok?

Ok.

Ok.

Ho tanta paura, papà.

Lo so. Ma vedrai che andrà tutto bene. Sarai fortunato. So che lo sarai. (p. 212)

Portare il fuoco, andare avanti, essere buono, in un certo senso pregare, parlare con il padre morto. Un testamento chiaro, di un uomo buono e giusto, che ha ceduto alla morte solo quando questa è venuta a richiamarlo al suo momento.

L’opera di McCarthy è, per concludere, un’opera potente, dura e scarna, che vibra di sacralità e di mistero nei confronti della vita. Il bambino sembra incarnare le tre virtù teologali: la fede, fiducia, nel padre; la speranza che ci sia un mondo migliore, magari a sud, che ci siano altri buoni; la carità, che lui vorrebbe distribuire a braccia larghe ad ogni creatura che incontra.

Un libro che merita di essere letto, perché, per quanto paradossale sembri, a causa della desolazione in cui è ambientata la storia, è un inno alla vita, alla bellezza e alla bontà racchiusa nel cuore di ogni uomo.

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