Dino Buzzati – Il segreto del bosco vecchio

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di Alberto Trevellin

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Pubblicato nel lontano 1935, Il segreto del bosco vecchio è diventato un classico della letteratura italiana e uno dei libri più apprezzati di Dino Buzzati.

È la storia di un uomo che, lasciata la vita militaresca che l’ha inquadrato in una freddezza disumana, si ritira tra le montagne, tra abeti e larici lasciatigli in eredità dal Morro, suo zio, custode stimato dagli abitanti della valle e difensore di quello spazio sacro.

Ma se il Bosco Vecchio è simbolo della sacralità, di ciò che non va toccato, Sebastiano Procolo ne è il dissacratore, colui che del sacro e delle fole che gli raccontano gli abitanti del luogo, nulla gli importa, se non trarre profitto da quello che ai suoi occhi rappresenta una miniera da sfruttare. D’altra parte egli non è cresciuto con quel bosco, non ne ha assaporato il sacro crescere e stare, lo ha solo ereditato e l’eredità spesso è dissipata proprio da chi non ha costruito quel tesoro, quella fortuna. Così dove gli altri vedono un tempio naturale, lui vede il profitto, dove gli altri non vedono alcun valore economico, egli ne vede uno inestimabile.

Il suo sprezzo per la natura è tale da usare la stessa per distruggerla, assodando come scagnozzo un vento dai diversi umori, di nome Matteo, oppure nel tono sempre severo e feroce che rivolge alle creature del bosco, nel modo in cui tratta i geni degli alberi.

Buzzati è magistrale nel trasmettere il senso del sacro e del mistero che aleggia nella foresta, attraverso le descrizioni meteorologiche, i discorsi delle bestie e dei geni, i comportamenti e le sensazioni del Procolo dinnanzi a questo luogo, a tratti sinistro e spettrale.

La sua avidità, il suo essere dissacratore disumano lo porterà ad escogitare l’assassinio dell’altro erede del bosco, Benvenuto, un nipote che è appena un ragazzino. A lui il Morro ha affidato la parte più grande della foresta.

Solo con la sua solitudine, senza nessun tipo di slancio vitale verso gli altri, ma solo verso se stesso, Procolo escogita la morte di un bambino e questo lo porta alla condanna da parte degli abitanti del bosco. La disumanità del suo pensiero è così grave che anche la sua ombra (l’anima? la coscienza?), decide di lasciarlo.

Benvenuto, ignaro di tutto ciò, difenderà lo zio di fonte agli amici e, paradossalmente, sarà proprio questo suo piccolo barlume d’amore, ad accenderne uno di più grande in Sebastiano Procolo, che da allora avrà tutt’altri pensieri per quel bambino di cui voleva sbarazzarsi, fino ad arrivare al proprio sacrificio nelle battute finali.

In questo modo Buzzati, senza perdere il tono del racconto, dice come la pietra possa diventare terra, come un piccolo bene possa seminarne uno di grande. E, forse, era proprio quello che mancava a Procolo.

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