Joseph Roth – La leggenda del santo bevitore

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di Alberto Trevellin

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La smemoratezza di Dio e il debito saldato dai santi. Una lettura personale del capolavoro di Joseph Roth

Il racconto breve di Joseph Roth, La leggenda del santo bevitore, è la dimostrazione di come si possa diventare grandi, dal punto di vista letterario, con un libricino di appena settanta pagine. È la prova che non è l’ampiezza della pagina a fare un libro, ma la sua profondità. Ci sono libri che sono abissi, e se questo di Roth non lo è propriamente, è quantomeno un pozzo di cui non si sa bene dove il secchio tocchi il fondo. Lo conferma lo stesso Ermanno Olmi, che da queste paginette ne trasse l’omonimo film campione del Leone d’oro nel 1989.

Nonostante l’origine ebraica, questa di Roth è una storia profondamente cristiana e, per così dire, parabolica.

Uscito postumo nel 1939, narra la vicenda, in parte autobiografica, di un gentiluomo alcolista che vive sotto i ponti di Parigi, lungo la Senna.

Ad un certo punto, nella notte, la sua vita viene sconvolta dalla gentilezza e dalla generosità di un uomo misterioso.

Questa figura che si trova all’inizio, comparirà anche verso la fine del racconto. Roth dice che è un convertito che deve molto a santa Teresa di Lisieux, ma la sua apparizione e il suo modo di fare ricordando piuttosto l’agire di un angelo, se non quello di Dio stesso.

Qui ci piace immaginare che quest’ uomo avvolto dal mistero sia proprio Dio, che irrompe nella vita sbandata e monotona di Andreas Kartak, il protagonista.

Alcuni indizi ce lo fanno supporre, per esempio quando appena incontrati questi dice:

– Dove va, fratello? – e Andreas di risposta: – Non sapevo di avere un fratello, e non so dove la strada mi porta. – E l’altro: – Io cercherò di indicarle una strada.

Cercherò di indicarle una strada è quantomeno significativo. (Io sono la via).

– Vedo bene che ha qualche difetto. – cioè si accorge subito delle sue debolezze e cerca di aiutarlo.

Gli confessa anche: – Lei avrà sicuramente bisogno di soldi. Io ne ho troppi.

E chi è più ricco di Dio?

Poco più avanti, quando Andreas gli confessa di non avere dimora, di vivere sotto i ponti, gli risponde: – Anch’io non ho indirizzo, vivo anch’io ogni giorno sotto un ponte o l’altro. (Maestro dove abiti?).

Dove abita Dio, se non con gli ultimi?

Dice di volerlo aiutare, donandogli una cifra dieci volte tanto quella che gli era stata richiesta: non venti franchi, ma duecento. – Una somma ridicola, del resto, per un uomo come lei.

Il misterioso signore tratta il protagonista con grande rispetto, come un uomo d’onore.

Questa irruzione di grazia nella vita di Andreas è ciò che egli stesso riconosce come un miracolo.

Tuttavia egli, che era povero, si scopre ricco e siccome è uomo d’onore, vuole saldare il debito contratto. Dovrà così impegnarsi a portare i duecento franchi alla chiesa di Santa Maria di Batignolles, per donarli alla piccola santa Teresa.

Il denaro per saldare, quindi, lo ha già. Il problema è che, come si poteva facilmente prevedere, se lo beve tutto a pernod, donne e lauti banchetti. E nonostante la grazia, i miracoli che continuano a capitargli, perché ogni volta che finisce il gruzzolo, provvidenzialmente ne trova un altro, egli arriva davanti alla chiesa, ma per un motivo o per l’altro non riesce a saldare il suo debito.

Quando sta facendo ritorno ai suoi ponti, perché ha speso tutto, ecco riapparire l’uomo della provvidenza, che gli chiede se ha bisogno di denaro. Ed è proprio qui che Roth introduce un elemento che può sembrare insignificante, ma che in realtà crea la voragine del libro, quella profondità di cui parlavamo poco sopra, mostrando il vero volto di Dio, quello infinitamente misericordioso.

Andreas infatti riconosce quell’uomo come quello dell’altra volta, ma questi gli dice che: – si sbaglia, non ho l’onore di conoscerla. – Gli fa capire che si confonde con qualcun altro, mentre il protagonista è certo si tratti del signore ricco e distinto della precedente circostanza.

Con questo espediente narrativo, lasciato alla discrezione di una ventina di righe, ecco il Dio di cui Roth vuole parlare, misericordioso per eccellenza, quello che si dimentica del peccato e del debito. Non solo non ne tiene conto, ma offre un’altra opportunità di ripartire, di ricominciare:

– Ha bisogno di soldi, caro signore?

Il dimenticarsi dei peccati implica anche il dimenticare chi li ha commessi, perché non esiste peccato senza uomo. È per questo che non lo riconosce, perché scordando i suoi peccati si è dimenticato anche di lui, ma non dei suoi bisogni: – Ha bisogno di soldi, caro signore?

Può essere diversa da così la misericordia, la vera misericordia?  

Il lettore capisce che si tratta della stessa figura misteriosa dell’inizio perché è egli stesso a riconfermare di vivere sotto i ponti e di essere particolarmente devoto a santa Teresa.

Tuttavia, incallito alcolista, Andreas rispende tutti i soldi, di nuovo, bevendoseli ancora una volta al bistrò che sta a pochi passi dalla chiesa in cui deve andare a saldare il suo debito. È sempre lì a un passo per farcela, ma ogni volta torna tra le sue debolezze, tra i suoi peccati, se vogliamo. E non c’è nulla di tragico, nessuno dito puntato, nessun disonore in questa vita peccaminosa, come verrebbe definita dai più. Anzi c’è nella figura di Andreas una certa letizia e gioia di vivere, un senso lieve della vita che attrae il lettore generando empatia nei confronti del protagonista. Lo si vorrebbe perlomeno come amico, questo Andreas Kartak.

Allora alla fine, mentre con il suo amico Woitech si sta scolando un’altra bottiglia in attesa che finisca la messa per andare in chiesa e consegnare il denaro (che però nel frattempo ha già speso), ecco arrivare dentro al bistrò una bambina bellissima: – ed era completamente vestita di colore blu cielo. Era blu come lo può essere solo il cielo in certi giorni, e soltanto in quelli benedetti.

La piccola si chiama Teresa e Andreas, che poco prima aveva avvertito un forte dolore al cuore, riconosce in lei la santa creditrice.

E stupisce di nuovo la raffinatezza di Roth, perché proprio lei, Teresa, che doveva ricevere il denaro, sapendo che se li era bevuti quasi tutti, gli offre cento franchi. Il creditore che dà i soldi al debitore per saldare il debito che ha con lui… magistrale Roth, che ha capito che l’essenza di ogni uomo è quella di aver sempre debiti, di essere sempre debitori ammaccati e deboli, e per quanto uno s’impegni, per quanto uno cerchi di salvarsi dalle sue debolezze, di saldare da sé i suoi passivi, senza l’intervento del Cielo non può farcela. Solo uno, e uno solo, con l’aiuto dei santi, può davvero rimettere a noi i nostri debiti e donare così la salvezza anche ai santi fratelli bevitori che vivono sotto i ponti della Senna.

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