Joseph Roth – La ribellione

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di Alberto Trevellin

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Joseph Roth, La ribellione – Contro Dio e la sua ingiustizia… e la grazia?

La storia narra le vicissitudini di Andreas Pum, un reduce di guerra storpio, a tratti ingenuo, che crede ciecamente nello Stato e nella sua Giustizia. È uno che non si ribella, che tira per la sua strada, un timorato di Dio. Tutti gli altri, per lui, sono dei pagani, dei senza Dio e dei ribelli.

Dopo le battaglie che gli hanno portato via una gamba, ricomincia una vita con una vedova, la figlia di lei, un mulo e un organetto a manovella che gli sembrano la cosa più bella del mondo. È felice così. Le sue teorie sulla Stato paterno e sulla Giustizia che fa il suo corso, sono ormai confermate.

Poi, per caso (?) incontra un uomo che distrugge la sua vita, lo trasforma e gli fa perdere ogni speranza nello Stato, nella sua Giustizia, nella bellezza della propria esistenza già precariamente ricostruita dopo l’orrore della guerra. Finisce in carcere, e proprio lì tutte le sue convinzioni sulla bontà dello Stato e sul corretto corso della Giustizia, iniziano a crollare. Giorno dopo giorno è lui stesso a diventare un pagano.

In prigione vorrebbe dare da mangiare a dei passeri, perché crede che nessuno, nemmeno Dio, si curi di loro. Guardando quegli uccelli sente il gemito della creazione, il suo essere in pena; se ne accorge perché anche lui adesso è in una pena ingiusta e solo grazie a questa, solo perché la sta attraversando, riesce a intercettare anche quella degli altri, persino degli uccelli. Commovente la predica che rivolge a queste creature.

La sua fede è oramai così debole che alla risposta del secondino che gli dice che agli uccelli ci pensa Dio, Andreas gli risponde: – Ne è proprio sicuro?

Per lui è ormai chiaro che Dio non si prende cura né degli uomini, né di tutte le altre creature.

Dov’è infatti Dio di fronte a tutto ciò che gli è accaduto? Perché non l’ha difeso dall’ingiusta giustizia degli uomini? Dov’è la giustizia? Dov’è, più sottilmente, la verità?

Uscito dal carcere trasformato, invecchiato e depresso, cerca di ricominciare a vivere, ma in verità si lascia morire lentamente.

Verso la fine, mentre sta morendo, crede di essere in tribunale per la vecchia faccenda che aveva travolto la sua vita e si trova davanti a Dio, sotto le spoglie di un giudice, che gli fa questa domanda: – Andreas, che cosa opprime il tuo cuore?

Qui l’ex soldato gli scaglia addosso improperi, parole che son bestemmie, accuse inaudite e che fanno tremare ogni credente, perché ogni credente la pensa un po’ come l’Andreas del finale.

Si ribella a Dio (da qui il titolo), lo accusa di tutto, rifiuta la grazia e dice che, piuttosto che stare con lui, preferisce andare all’inferno. Allora quel giudice, allontanandosi da lui, diventa sempre più grande, luminoso e alla fine sorride ad Andreas, che comincia a piangere.

È andato all’inferno o in paradiso? Il suo pianto era un pianto liberatorio o di chi, disperato, sa di aver perso ogni possibilità di comunione con Dio? Ma avrebbe davvero riso, Dio, se Andreas fosse andato all’inferno, o non si sarebbe piuttosto messo a piangere anche lui? Davvero Dio accoglie la richiesta rabbiosa e ribelle di Andreas?

Piuttosto, forse, Roth pone l’uomo di fronte a un Dio che dona la grazia anche a chi gli chiede l’inferno, perché sa che quelle bestemmie sono giuste, che quel desiderio d’inferno altro non è che il frutto di una vita patita nell’ingiustizia, l’urlo disperato di chi si aspettava la giustizia divina e invece non l’ha mai incontrata. Proprio per questi patimenti egli merita il paradiso. È quasi un Dio sordo alla richieste di Andreas, un Dio che sa bene che nella rabbia, si dicono anche tante sciocchezze. E La grazia di Dio è più forte della rabbia.

Ed è proprio da quel sorriso finale di Dio e dal pianto liberatorio (?), non di condannato, di Andreas, che capiamo che finalmente giustizia è fatta e finalmente anche lui può accedere alle stanze eterne.

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