“Il Pescatore” di De Andrè. L’amore prima della legge

| di Alberto Trevellin |

Uscito nel 1970 come singolo, Il pescatore di Fabrizio De Andrè è certamente uno dei brani più conosciuti del cantautore genovese, con evidenti richiami al cristianesimo, se non addirittura all’ultima cena.

Composto nella sua versione originale con l’unico ausilio di una chitarra acustica e un basso, si presenta musicalmente essenziale e melodicamente vincente, così elementare, potremo dire, da trasformarlo in un pezzo travolgente durante i live, in particolare dopo il riadattamento della PFM.

Il pescatore, inoltre, anticipava di poco l’uscita de La buona novella, un album destinato a rimanere negli anni uno dei più apprezzati dal pubblico di De Andrè. Il fatto che egli pubblichi in quell’anno un brano e un album con chiari riferimenti alla religione cristiana non è un caso e merita un minimo di approfondimento.

Il ’70 prosegue in maniera prorompente i moti avviati dal ’68. È stato l’anno immediatamente successivo alla strage di piazza Fontana, delle grandi manifestazioni studentesche, antifasciste, dello statuto dei lavoratori, della legge sul divorzio, della visita di Nixon in Italia, che scatenò numerose proteste contro la guerra in Vietnam.

Il 1970, insomma, si poneva come avvio di quegli anni in cui «i gruppi rivoluzionari italiani costituivano la più numerosa forza di Nuova Sinistra a livello europeo […] mobilitarono decine di migliaia di militanti in un attivismo frenetico e martellante, con l’obiettivo di creare una vasta coscienza anti-capitalista e rivoluzionaria tra la classe operaia.»[1]

Cosa ci fanno, dunque, ll pescatore e La buona novella in quegli anni così di sinistra, così anarco-rivoluzionari, così anticlericali? Anche i “compagni”, quelli che andavano per le piazze a manifestare contro gli abusi di potere, contro la tirannia capitalista, chiedevano proprio a De André perché proprio di quello aveva deciso di parlare, di cantare e lui, senza troppi giri di parole, rispondeva che «non avevano capito, che la La buona novella voleva essere un’allegoria, era un’allegoria, che si precisava nel paragone fra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68 e le istanze, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate, ma da un punto di vista etico e sociale direi molto simili, che un signore, 1969 anni prima, aveva fatto contro gli abusi di potere, contro i soprusi dell’autorità, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universale. Si chiamava Gesù di Nazaret e, secondo me, è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi.»[2]

Questa la spiegazione di De Andrè riguardo a La buona novella.

Da queste premesse possiamo dedurre qualcosa che ci torna utile per la riflessione intorno a quel singolo incalzante che è Il pescatore.

Dicevamo che melodicamente si presenta semplice ed elementare, e così pure il testo appare lineare, facilmente comprensibile, almeno ad un primo ascolto, ad una prima lettura.

IL PESCATORE

All’ombra dell’ultimo sole

s’era assopito un pescatore

e aveva un solco lungo il viso

come una specie di sorriso.

Venne alla spiaggia un assassino

due occhi grandi da bambino

due occhi enormi di paura

eran gli specchi d’un’avventura.

E chiese al vecchio: “Dammi il pane

ho poco tempo e troppa fame”

e chiese al vecchio: “Dammi il vino

ho sete e sono un assassino”.

Gli occhi dischiuse il vecchio al giorno

non si guardò neppure intorno

ma versò il vino spezzò il pane

per chi diceva ho sete e ho fame.

E fu il calore d’un momento

poi via di nuovo verso il vento

davanti agli occhi ancora il sole

dietro alle spalle un pescatore.

Dietro alle spalle un pescatore

e la memoria è già dolore

è già il rimpianto d’un aprile

giocato all’ombra di un cortile.

Vennero in sella due gendarmi

vennero in sella con le armi

chiesero al vecchio se lì vicino

fosse passato un assassino.

Ma all’ombra dell’ultimo sole

s’era assopito il pescatore

e aveva un solco lungo il viso

come una specie di sorriso

e aveva un solco lungo il viso

come una specie di sorriso.[3]

Nella prima strofa ci vengono forniti alcuni sintetici elementi che vanno a tratteggiare i lineamenti del pescatore:

1. All’ombra dell’ultimo sole

s’era assopito un pescatore

e aveva un solco lungo il viso

come una specie di sorriso.

Ci troviamo di fronte ad un vecchio, segnato dal mare e dal tempo, con il volto contraddistinto da un solco che pare un sorriso. Cosa fa? Dorme, mentre il sole sta calando, si concede una siesta, un momento di pausa, forse dal lavoro appena concluso, magari su un pontile o affianco alla sua barca.

L’idea del pescatore assopito in riva al mare, con quel volto rugoso, donano sin dall’inizio l’idea di un uomo saggio, capace di entrare subito in simpatia. Già dalla prima strofa, gli si vuol bene.

Va appena ricordato che, nel gruppo dei dodici apostoli, vi erano numerosi pescatori e Gesù, che era andato ad abitare a Cafarnao, città sul mare di Galilea, certamente aveva dato man forte ai suoi amici.

2. Venne alla spiaggia un assassino

due occhi grandi da bambino

due occhi enormi di paura

eran gli specchi d’un’avventura.

Nella quiete del sonno del pescatore, però, sopraggiunge improvviso un giovane assassino. Non ci è dato di capire se arriva al tramonto, di notte o al mattino successivo. Tuttavia, due strofe avanti, ci è dato ad intendere che possa trattarsi dell’alba del giorno seguente (gli occhi dischiuse il vecchio al giorno).

Qui sappiamo che sulla rena è arrivato un farabutto, un assassino appunto, i cui occhi tradiscono un omicidio compiuto in giovane età e la paura divoratrice di quel gesto, di aver ucciso un uomo e di essere catturato dai gendarmi che gli stanno dando la caccia. Sono occhi che fanno da specchio ad una vita bandita (eran gli specchi d’un avventura).

3. E chiese al vecchio: “Dammi il pane

ho poco tempo e troppa fame”

e chiese al vecchio: “Dammi il vino

ho sete e sono un assassino”.

Nella terza strofa accade qualcosa di straordinario: il ragazzo si confessa, dicendo al vecchio pescatore sono un assassino. E questo è davvero singolare, perché vien da chiedersi il motivo per cui uno che ha appena compiuto un omicidio ed è in fuga dai gendarmi confessi al primo che trova il suo delitto. Cosa avrà scorto in quel pescatore? Cosa avrà visto in quel volto con un solco lungo il viso /come una specie di sorriso? Soprattutto, arrivati a questo punto, possiamo iniziare a chiederci chi sia veramente quel pescatore, di chi stia davvero parlando De Andrè?

Quel che sappiamo è che l’assassino si fida di lui, ha fede, ci spingiamo ad affermare, in quell’uomo assopito sulla spiaggia e chiede il suo aiuto.

L’assassino fa intendere in poche battute che ha poco tempo, troppa fame e sete. Solo che per dissetarsi non chiede l’acqua, certamente più indicata dell’inebriante vino per uno che sta fuggendo. Chiede pane e vino. Non cibi a caso, quindi.

Il pane e il vino rappresentano, nel cristianesimo, il cibo e la bevanda in cui Cristo si è identificato durante l’ultima cena: questo è il mio corpo, questo è il mio sangue. E perché Cristo dà tutto se stesso, compie quel sacrificio che ai nostri occhi pare tanto assurdo? Nei vangeli troviamo la spiegazione che Gesù stesso dà: questo è il mio corpo che è dato per voi (Lc 22,19) e questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati (Mt 26,28).

In remissione dei peccati, vale a dire, per far quadrare i conti, per cancellare gli errori di tutti.

Proprio questo vede il giovane assassino nel vecchio pescatore. In lui non scorge una condanna, ma una possibilità di aiuto, di soccorso, di perdono che non deve essere neppure chiesto.

E allora ecco a chiedere il pane e il vino, cibo e bevanda del perdono. Non chiede pane e acqua, ricordiamolo, ma pane e vino.

4. Gli occhi dischiuse il vecchio al giorno

non si guardò neppure intorno

ma versò il vino spezzò il pane

per chi diceva ho sete e ho fame.

E arriva la risposta, muta, del vecchio, che si risveglia dal torpore del sonno e, senza guardarsi neppure intorno, versa il vino e spezza il pane. Non guarda nemmeno chi glielo stia chiedendo, non inizia a giudicare l’iniquo gesto del giovane, eppure quello gli ha detto, glielo ha confessato, di essere un assassino. Non importa, la misericordia non può guardare a questo, altrimenti si trasformerebbe in giustizia e allora non ci sarebbe più spazio per nessuno. Il giovane confessa di essere un’omicida e in quella confessione possiamo già scorgervi una forma di pentimento, è come se dicesse: sì, ho sbagliato, sono in errore, ma devo fuggire, ho sete e fame.

Così, di fronte alla sofferenza, di fronte a chi diceva ho sete e ho fame il vecchio lo nutre, lo disseta.

Quello che gli offre è proprio il simbolo del nutrimento posto a perdono di tutte le nefandezze umane, di tutte le sozzure, di tutti gli orrori.

Il pescatore, così facendo, antepone la misericordia, il perdono, alla giustizia. Quest’ultima, nella figura dei gendarmi, già alle calcagna del giovane. È come se De Andrè ci stesse suggerendo che proprio per quello è venuto Cristo sulla terra, per insegnare un amore senza limiti, capace di perdonare tutto, di vedere nell’altro, sempre, un fratello, un uomo, debole come noi. Egli sa bene che questo tratto, quello dell’infinita misericordia, non può essere che una prerogativa di Dio, ce lo fa capire nei versi di un’altra canzone su Gesù: Ma inumano è pur sempre l’amore / di chi rantola senza rancore / perdonando con l’ultima voce / chi lo uccide fra le braccia d’una croce (da Si chiamava Gesù).

Un amore così è “inumano”, per gli uomini è impossibile, essi devono fare giustizia. Eppure quello del Nazareno è il modello sa seguire.

5. E fu il calore d’un momento

poi via di nuovo verso il vento

davanti agli occhi ancora il sole

dietro alle spalle un pescatore.

Qui il ragazzo si accorge di non aver sbagliato, si rende conto di aver fatto bene a fidarsi di quell’uomo, perché non lo ha condannato, non gli ha chiesto nulla, non lo ha neppure guardato in faccia, che significa che non ha guardato alle sue colpe. E allora, per un attimo, sente una pace che lo invade (e fu il calore d’un momento). Però non può perdere tempo, la giustizia umana lo insegue, deve scappare, di nuovo verso il vento.

6. Dietro alle spalle un pescatore

e la memoria è già dolore

è già il rimpianto d’un aprile

giocato all’ombra di un cortile.

Mentre fugge, lontano, chissà per quale destinazione, si pente, riconosce lo sbaglio, inizia a rendersi conto di quello che ha fatto, perché il gesto compiuto comincia a dolergli (la memoria è già dolore), comincia a rimpiangere il proprio crimine e il proprio passato.

È come se quel pane e quel vino gli avessero aperto gli occhi sul misfatto. Il giovane compie l’unica vera giustizia possibile, quella con se stesso, ammettendo i propri torti e soffrendo per essi, in una parola, pentendosi.

Se la giustizia non parte anzitutto dal cuore degli uomini, infatti, di chi commette l’errore, a nulla vale la giustizia dello stato, che non farà altro che rendere ancor più acerbo e rabbioso quel cuore. La vera giustizia è quella che uno fa con se stesso.

7. Vennero in sella due gendarmi

vennero in sella con le armi

chiesero al vecchio se lì vicino

fosse passato un assassino.

8. Ma all’ombra dell’ultimo sole

s’era assopito il pescatore

e aveva un solco lungo il viso

come una specie di sorriso

e aveva un solco lungo il viso

come una specie di sorriso.

Passato l’assassino, ecco sopraggiungere due gendarmi, ossia ecco che fanno la loro comparsa i tutori della legge, quelli che attraverso la giustizia devono mantenere l’ordine. Lo fanno per lavoro, è il loro mestiere.

Sono lì, sulla spiaggia, per catturare il criminale. Chiedono al vecchio se abbia visto qualcosa, sentito niente. Devono far giustizia, giustamente diremmo noi. Ma il pescatore, lo sappiamo dall’ultima strofa, si è di nuovo assopito, è tornato a dormire. Egli non condanna, tace.

Vale la pena di ricordare Gesù di fronte alla donna adultera, circondata dagli amministratori della giustizia dell’epoca, incalzato perché anche lui, come loro, la condanni, seguendo i precetti della legge. All’inizio fa finta di niente, si china sulla sabbia, ma quelli insistono. Alla fine nessuno la condannerà, Gesù per primo.

Il pescatore rappresenta così la misericordia, il tratto più distintivo di Dio, e i gendarmi la giustizia, quella sempre troppo umana e che insegue i malvagi con lo schioppo (vennero in sella con le armi), dove il misfatto si paga con la legge del taglione: occhio per occhio, dente per dente. Il giovane che fugge ha ucciso qualcuno e per la giustizia umana, secondo le sue leggi, deve scontare la colpa allo stesso modo.

L’inseguimento dei gendarmi dice: te la faccio pagare, è giusto che tu paghi per quello che hai fatto. L’immobilità del pescatore, al contrario, oltrepassa il problema, come non ci fosse più, vale a dire: non importa, so che sei un uomo, vedo la tua sofferenza, vedo il tuo pentimento. Ecco il vino, ecco il pane.

Non può sfuggire questa differenza di moti. I gendarmi corrono sui loro cavalli, rincorrono il male, cercando di sopprimerlo con la giustizia. Il pescatore, invece, elimina il male con un gesto d’amore.

Questa sembra la lezione del brano, di De Andrè. L’unica risposta al male non può che essere l’amore e non altro male, camuffato da giustizia. Però, lo sappiamo, per amare così, bisognerebbe essere come quel pescatore, capaci di versare il vino e spezzare il pane, per chiunque dice ho sete e ho fame.


[1] P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino, 1989, p. 424.

[2] Fabrizio De Andrè presenta La buona novella: https://www.youtube.com/watch?v=s8SZzwZc24Q

[3] http://www.fabriziodeandre.it/faber/wp-content/uploads/2016/03/Il_pescatore.pdf

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