Lo spazio dell’anima. L’ora di religione luogo di respiro

| di Alberto Trevellin |

C’è uno spazio nella scuola italiana, un luogo temporale, se così si può dire, in cui studenti e studentesse, per un’ora la settimana, non sentono la ghigliottina del voto pendere sopra di loro, l’ansia del giudizio, la paura di sbagliare. Uno spazio che ancora oggi molti non digeriscono, perché, dicono, non dovrebbe trovarsi nella scuola, ma dovrebbe essere relegato altrove. Per alcuni non dovrebbe proprio esistere. È l’ora di religione, un’ora che ho sempre amato, sin da quando ero studente e ancor di più ora che sono passato dall’altra parte, dietro la cattedra. Un’ora che tiene numericamente bene, nonostante la secolarizzazione e il melting-pot (i dati parlano di avvalentesi intorno all’84%, media nazionale). Così, se le chiese si svuotano e gli italiani vanno sempre meno a messa, almeno c’è l’ora di religione che tiene.

Un’ora che a me, da qualche tempo, piace definire come “spazio dell’anima”, ma potremmo dire anche per l’anima.

Luogo di anime diverse, a dire il vero, perché non ci sono solo i cattolici, non ci sono solo i ragazzi credenti, ci sono gli evangelici, ci sono gli ortodossi, ci sono i dubbiosi, ci sono i non credenti, quelli che, a quindici anni, dicono “ho creduto, ma adesso non più”. A volte c’è anche qualche musulmano, di solito di origine albanese, che si fa avanti dicendo “la mia famiglia non ha mai creduto, sono passati per l’ateismo di stato, ma ci consideriamo comunque musulmani”, “e perché sei qui?”, “perché voglio conoscere, perché voglio sapere di questa cultura”. Cultura, non religione.

È lo spazio dell’anima perché l’ora di religione rappresenta, nel contesto scolastico italiano, uno dei rari momenti dove narrare e dove narrarsi, e sono davvero poche le discipline scolastiche che lasciano uno spazio per questo tipo di narrazioni. È un’ora di scuola dove si respira, dove non c’è affanno o fiato corto perché bisogna arrivare chissà dove. Uno spazio di libertà di espressione che passa per le questioni fondamentali della vita (cosa ci faccio al mondo?, esiste Dio?) a quelle attuali.

È un peso leggero e un giogo dolce, si fa fatica, perché certe questioni sono davvero difficili da dirimere, ma non troppa, anzi, alla fine è bello parlarne, discuterne, a volte anche in maniera accesa.

Quante volte mi sono sentito dire “prof., queste sono domande difficili, non ci avevo mai pensato prima”. E sì che sono domande la cui risposta non prevede nessuno studio, se non l’indagare la propria interiorità.

E a chi continua a sostenere che non dovrebbe esserci questo spazio, rispondo che i ragazzi, pur avendo la possibilità di non frequentare, ogni anno si presentano in classe, che i ragazzi vengono, anche quando potrebbero non venire. Dico che un motivo ci sarà, che forse, nell’ora di religione, trovano un nutrimento che altrove non è loro dato. Magari tocchiamo proprio quell’anima che molti vorrebbero mettere ai margini, addirittura far sparire, ma che non smette di pulsare nel cuore di ogni uomo, anche di questi giovani studenti e di queste giovani studentesse che hanno sete e fame di un senso, oltre che di un sapere, che solo il cristianesimo può loro proporre.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *