Dalla Bosnia, con amore. Come abbiamo avuto le bambine che non potevamo avere

| di Alberto Trevellin |

La Bosnia è un paese ferito, un paese che sanguina ancora, un territorio ancora segnato da una guerra fratricida. Le voci, colte da un fornaio, da un frate, da un tassista, dicono tutte un’unica cosa, la guerra pulsa nel sottosuolo, se l’ONU se ne va, qui si torna ad ammazzarsi. Mostar e Sarajevo, al visitatore impreparato, fanno una particolare impressione. Gli edifici, soprattutto, portano ancora le ferite dei mitra, che siano chiese, moschee o condomini. Sono tutti lì per ricordare una sola cosa, qui c’è stata la guerra, qui siamo stati feriti, qui ci siamo uccisi tra di noi.

In questo paese, ai margini dell’Unione Europea, dove il cristianesimo inizia a far posto all’islam, c’è un villaggio, una piccola cittadina, che negli ultimi quarant’anni ha fatto molto parlare di sé. È un pugno di case e alberghi tra rocce, rovi e colline arse dal sole. La terra è rossa, di un rosso scuro, che ricorda molto quella dei dintorni di Siena. Si chiama Medjugorie. È un posto travagliato, sia per la guerra, che comunque non ha toccato direttamente il suo territorio, sia per tutta un’altra questione che riguarda le apparizioni di Maria, Madre di Dio, ad alcuni veggenti che, nel 1981, epoca d’inizio del fenomeno, erano appena dei bambini.

La prima volta che ho varcato il confine bosniaco era il 2005. Quell’anno, mia nonna materna, che frequentava il piccolo villaggio bosniaco fin dagli anni ‘80, periodo di regime, e poi avanti, anche durante la guerra, coraggio delle donne, convinse tutta la mia famiglia ad andarci. Avrebbe pagato lei. Si poteva fare questo sforzo, quindi. Diceva che era importante, che molti cambiavano, che non era un posto come gli altri, che bisognava andarci. 

– Venite! Venite! Fatelo per me!

Avevo diciassette anni. Non ricordo di aver protestato di fronte a questa inaspettata proposta che avrebbe rubato cinque giorni alle mie interminabili vacanze estive.

Partito in maniera un po’ ingenua, ma curioso anche di vedere questo posto, che ancora oggi attira milioni di persone, sono tornato non tanto cambiato, ma convertito, che è termine più preciso. Da lì, da questo luogo martoriato da così tanti decenni, ho cominciato il mio vero cammino verso il cristianesimo, diciamo il cammino della maturità, dopo un periodo di tiepidezza successivo al sacramento della confermazione. Conseguenza comune e inevitabile di chi segue una folla senza sapere bene dove vada, sostenuto da altri che dicono che è giusto, che bisogna stare con quella folla, che si capirà, ma intanto non si capisce, ci si stanca, si diventa tiepidi e, alle volte, ci si ferma e si va per altre strade. Oppure si rimane là, per protestare, per inveire contro questa folla.

In Bosnia, a Medjugorie, chi l’avrebbe mai detto, ho vissuto questa teofania interiore, che mi ha condotto alla conversione decisiva.

Sono ritornato diverse volte, negli anni successivi, a Medjugorie. Ne sono sempre tornato colpito, sempre convertito, a volte turbato, da quello che lì può accadere di vedere o di sentire. Medjugorie luogo di miracoli. Tanti, soprattutto interiori. Villaggio bosniaco luogo di pace, come non la si trova da nessun’altra parte. È soprattutto quella pace, quasi palpabile, che mi ha sempre convinto a tornarci. Solo chi ci è stato, senza partire prevenuto, può capire. 

Mi rendo conto, infatti, che per molti possa sembrare tutto ridicolo, assurdo, una buffonata. Una truffa. Queste critiche di solito sono mosse da chi là non ci ha mai messo piede o da chi ci è stato partendo con il desiderio di andare a confermare l’inganno di tutta la faccenda. Eppure non bisogna dimenticare che il cristianesimo è costellato di avvenimenti che agli uomini sembrano ridicoli, caramelle per bambini. La stessa Risurrezione faceva ridere i greci ai tempi di Paolo all’Areopago. Fa ridere ancora molti, oggi. Follia e stoltezza.

Pertanto, nelle righe che seguiranno, dirò solo quello che è stato per me quel villaggio bosniaco, a cui, probabilmente, devo gran parte della mia vita, limitandomi alla descrizione degli eventi, per me indelebili, del luglio 2012. Non mi addentrerò, invece, nella questione, delicata e complessa, delle apparizioni e dei veggenti.

Quando con mia moglie, ancor prima di sposarci, a ventitré anni, abbiamo iniziato a chiederci se saremmo riusciti ad avere figli, a trovarli, ci fu detto, da chi di competenza, che sarebbe stato molto difficile, improbabile. Che c’era un’alta possibilità di non essere fertili. Di essere deserto, anziché campo da semina. Tra le principali cause: utero retroverso, ovaio policistico, endometriosi, amenorrea.

La questione che ci si poneva dinanzi era semplice, vale a dire, stiamo assieme lo stesso, ora che i medici ci hanno detto così, ora che ci è stata dichiarata una guerra? Cammineremo ancora sulla stessa strada, anche se i bambini non arriveranno? Senza figli, senza queste creature, che ancora non teniamo tra le braccia, resisteremo nel nostro amore, ce la faremo ad amarci, per sempre, nonostante quest’assenza?

Due che si amano, possono fare tutto, attraversare ogni deserto e ogni verde vallata. Se il loro amore è sincero, possono resistere nell’amore, possono sempre fiorire, per tutta la vita. E fiorire è già tanto.

Ma anche se ci bastava fiorire, i figli restavano come desideri viscerali dentro ognuno di noi. Anche se ci eravamo appena affacciati sul sentiero della maturità, questo desiderio grande, così profondo, di dare la vita, ancor di più, di dare il nostro stesso amore a qualcuno che non era mai esistito, che sarebbe stato una novità assoluta, di insegnare a un bambino, nostro figlio, che la vita è bella, che vale la pena vivere, nonostante tutto, perché esiste, c’è, questa cosa che noi chiamiamo amore, ecco, anche se ci bastava fiorire, non moriva in noi il desiderio e la speranza di generare la vita, di vedere, nella nostra storia, i fiori mutare in frutti.

Sentivamo che oltre a chiedere i figli a noi stessi, ai nostri corpi, dopo quel tremendo annuncio medico, dovevamo anche chiederli al Cielo, al buon Dio. Che non bastava, non bastava rivolgersi solo alle nostre capacità biologiche, forse non era nemmeno giusto contare solo su se stessi, per una cosa così grande, per una vita nuova da consegnare al mondo come tesoro per tutta l’umanità. 

Se da una parte ci era stato detto voi, con i vostri corpi, non potrete avere figli, ci è venuto naturale, ancor prima di iniziare a cercare la figlia amata, chiederla a Dio. Ancor prima di sposarci, ancor prima di mettersi a cercare concretamente. Perché se Dio è la vita e da lui viene, da lui dipende, a chi bisogna chiedere, prima di tutto, se non a Lui? A chi dovrebbe rivolgersi, ogni figlio di Dio, se non alla fonte stessa di ogni esistenza?

La Bibbia è ricca di storie così, storie di sterilità, Abramo e Sara fra tutti. Racconti di gente sterile, che non poteva avere figli e allora comincia a chiedere al Cielo, con insistenza, che un figlio, se possibile, una stella, nella propria vita, è quanto di più si vorrebbe al mondo. Ad alcuni Dio concede questa grazia, ad altri delle altre. Insondabile mistero, anche questo.

Ma a vent’anni e poco, come si chiede una cosa così? Come si fa? Da dove si comincia? In un’età in cui non si sa ancora bene come pregare, a meno che non si abbiano avuto grandi maestri, e io li avevo avuti, ma ero stato forse un po’ distratto, come pregare? Dove bisogna andare? Soprattutto, a chi raccontare una cosa così intima, chiusa nel segreto del cuore della coppia, a chi esporre la propria paura?

A quell’età non sai ancora come fare, come chiedere certe cose. Allora cominci con qualche parola nel cuore, qualche sussurro dell’anima, appena un balbettio. Poche parole, quelle che bastano con Dio. In quel momento, la fonte della vita, è l’unica speranza. 

Ci sono tanti altri modi per arrivare a un figlio, è vero, ma non credevamo, già allora, che un figlio dovesse nascere al di fuori della nostra unione, dei nostri corpi, dell’atto d’amore pensato per generare l’amore. Se si vuole un figlio così, sul talamo, c’è solo la speranza del suo agire, del suo soffio vitale in quegli attimi in cui l’uomo e la donna lambiscono i confini di questa vita, cogliendo un frammento di quello che c’è di là. Altrimenti, ci sono altre strade e il talamo, l’unione dei corpi, il generare un figlio al limitare del Paradiso, passa in secondo piano.

L’abbandono in Dio, in quei momenti, realizza le tre grandi virtù. La fede che Dio può tutto, la speranza che si oppone alla disperazione, la carità dell’amore coniugale.

Noi eravamo così, allora. Schiacciati da un annuncio, da una voce, spietata, ma vera. Volevamo un’altra voce, ne avevamo bisogno. 

Quale voce cercassimo davvero, non lo sapevamo nemmeno noi. Chi, oltre ai dottori, avrebbe dovuto dirci qualcosa al riguardo? Chi, se non loro? Noi, in qualche maniera, aspettavamo la voce di Dio, una sua parola. Ma come parla Dio, come si sente la sua voce?

Siamo soliti pensare ai miracoli come a qualcosa di straordinario, che non dovrebbe esserci, che non dovrebbe essere possibile. Un fatto inconcepibile, una guarigione inspiegabile. Ma prima che possa essere questo, prima che possa esserci il miracolo, c’è bisogno che l’uomo sia, che esista. Senza l’uomo, nessun miracolo. Pare quasi stupido sottolinearlo. La vita, che ci sia la vita, e non il nulla, che ci sia un cuore che batte, due polmoni che ad ogni istante fanno il loro tiepido scirocco o il loro debole maestrale, questo è il primo, vero, necessario miracolo. Tutti gli altri dipendono da questo, da questo soffio divino che abita in noi e che anche ora, in questo preciso istante, ci tiene la schiena dritta e gli occhi aperti.

Per me il più grande miracolo resterà sempre un bambino che nasce, una creatura che dal cuore di Dio e dalle luminose tenebre del grembo materno viene alla luce del mondo. Considero molto più miracolo il fatto di aver avuto tre figlie, che non aver attraversato la malattia, un tumore, a trent’anni.

A tal riguardo si dà il caso che Medjugorie sia luogo non solo di grandi conversioni, che forse sono da considerare eventi più miracolosi di una guarigione straordinaria, ma, appunto, anche di miracoli concreti, dove le preghiere dei cuori più ardenti si fanno visibili, tangibili, dove sono, insomma, rese percepibili ai nostri sensi.

Con Greta, quindi, decidiamo di andare lì, proprio lì, a Medjugorie, a chiedere figli al Cielo. 

Perché non a Padova, alla basilica del Santo? Ci viene gente da tutto il mondo. Sant’Antonio è il santo dei miracoli. Per noi padovani, il Santo e basta. Perché non andare a Roma o a Nazaret, villaggio della più grande Annunciazione? Perché non a Santiago? Perché non a Lourdes, luogo ben più famoso per le guarigioni del corpo?

Perché lì ci siamo già stati tutti e due, siamo cambiati noi e abbiamo visto cambiare altri, perché lì anche l’aria e il filo d’erba vibrano di sacralità. Perché, da quello che avevamo sentito, chi non poteva avere figli ed è andato lì a chiederli, poi i figli li ha avuti. Non tutti, ma molti sì. C’è speranza quindi, quanta ne basta per farci partire.

Quanto costa? Quanto ci vuole? Tre giorni e qualche centinaio di euro per il viaggio. Si può fare.

Andiamo, allora, andiamo lontano da qui, in paese straniero, in villaggio infuocato, dove non si parla la nostra lingua, ma si prega lo stesso Dio. 

Andiamo a Medjugorie. Ma a fare cosa? A chiedere figli al Cielo, non per ora, ma per quando ci sposeremo, per quando inizieremo la nostra vita assieme, in una nuova casa, la nostra casa, tra un anno, quando daremo vita alla nostra nuova famiglia. Non siamo disperati, ma carichi di speranza, pieni di fiducia che lì qualcosa o qualcuno ci potrà confortare.

Partiamo in una torrida domenica di fine luglio, poco prima dell’alba. Greta è riuscita a farsi dare tre giorni al lavoro, non senza qualche perplessità del datore circa la meta. Poco tempo, ma quanto basta.

Abbiamo 24 anni e stiamo andando in Bosnia a chiedere la grazia di poter essere padri e madri, un giorno, nei tempi che Dio vorrà. Le storie della Bibbia le conosciamo, i suoi tempi, non sono i tempi degli uomini. È un desiderio che sentiamo ardere in noi, non lo possiamo reprimere, sublimare, sostituire. Un verdetto e una domanda, soprattutto, ci perseguitano. Non potrete avere figli. Riusciremo ad avere figli? È la speranza che tenta di divincolarsi dal verdetto. 

Il viaggio, da subito, da Trieste, è una sofferenza continua. Greta non sta bene. Dorme, ha giramenti di testa, si lamenta. Risponde come smarrita alle mie domande. Mi preoccupo. Il caldo è tremendo. Qualcosa non va. Questo pellegrinaggio è cominciato male. Su di noi grava una aria plumbea.

Facciamo 800km con numerose pause, arriviamo alle 14. Quasi dieci ore di macchina. Ci riposiamo un po’ nell’albergo che abbiamo prenotato. Il pomeriggio saliamo al Krizevac, al monte della croce. 

Fa caldo, tanto. La pace che cerco, della qualità che solo lì ho sperimentato, non c’è. Tutto è arido, il paesaggio circostante, i monti, le piante, i campi, ma anche in me ci sono un turbamento e una paura che mi sono estranei. 

Ho sete, dov’è la fonte? Dov’è quella pace? Saremo mica venuti qui per nulla? Sarà la stanchezza. Forse perché stiamo percorrendo la via crucis? Forse perché stiamo salendo su questo Golgota bosniaco, su questo monte della croce? Forse perché le nostre croci, qui, gravano tutte insieme sui nostri cuori?

Scendiamo dal monte e c’incamminiamo verso la chiesa, per la messa della sera. Ceniamo e andiamo a dormire presto. La Domenica finisce in questo stato di stordimento, di confusione, di aridità.

La mattina del lunedì arriva presto, tanta era la stanchezza.

È il 23 luglio 2012, una data destinata a segnare per sempre la mia vita, le nostre vite. Non lo so ancora al mattino cosa accadrà, l’unica cosa di cui mi accorgo è che il sonno ha portato ristoro.

Dico a Greta quali sono le mie intenzioni. Salire e scendere dal Podbrdo, sgranando il Rosario cinque volte, chiedendo dei figli, quando verrà il momento. Lo farò io, non occorre che mi segua. Lei però non ne è convinta, non vuole stare da sola.

Dall’albergo, che dista circa un paio di chilometri dal monte delle apparizioni, si sentono delle urla tremende di un uomo. Provengono proprio dal Podbrdo.

Saliamo, preghiamo, incontriamo l’uomo che urla. Non è sfigurato come quelli che ho trovato in altre occasioni. Cammina a piedi nudi, tenendo un rosario tra le mani. Mi pare che lo stritoli.

Che cosa sta chiedendo? È calvo, alto, robusto. Avrà quarant’anni, quarantacinque. A intervalli urla, urla con tutto il fiato che ha in gola. Quella che deve essere sua moglie gli sta a fianco, di tanto in tanto lo abbraccia. Incrocio il suo sguardo, mi sorride. È un sorriso che chiede compassione e fa trapelare un po’ del suo travaglio. Le rispondo alla stessa maniera, sorridendo debolmente, ma non sono convinto di essere riuscito a dirle la mia vicinanza.

Tramortiti da quest’incontro, proseguiamo la nostra salita, rosario alla mano. Misteri della gioia. 

Ed eccola, d’improvviso, dolce come non mai, come una brezza leggera lungo la rena bianca d’estate. Eccola, lenta, farsi avanti. Ecco il rigagnolo d’acqua che comincia ad attraversare il deserto torrido che mi porto dentro dal giorno prima, forse anche da qualche mese. Eccola, quella pace, diversa da tutte le altre, diversa da come la dà il mondo. Più che un sentimento, sembra di trovarsi al cospetto di qualcuno. Non è uno stato d’animo, è una presenza che si rivela dentro di noi.

Finiamo il rosario al cospetto della statua di Maria, dono di una donna sud-corena, convertitasi anni fa al cristianesimo, proprio su questo monte.

La confessione è uno dei pilastri di questo posto. Intorno alla chiesa ci sono poco meno di un centinaio di confessionali. Nei periodi più affollati c’è la coda fuori da ognuno. Si sentono le lingue di mezzo mondo e si vedono preti e fedeli di ogni nazione. 

Perché qui ci si confessa così tanto? Perché, ad alcuni che non si confessano da anni, qui vien voglia di confessarsi? Ne ho conosciuti due che non si confessavano da decenni, uno da trentatré anni e un altro da ventisette. Perché qui vien voglia di sciogliere i nodi, di chiedere scusa? Perché da noi, nelle nostre città, nelle nostre parrocchie, non si va al confessionale allo stesso modo? Perché non c’è la fila, fuori dalla nostre chiese?

Sarà perché qui ci si sente meno superbi e si riescono a vedere meglio certe cose, certi errori.

La confessione è infatti un sacramento di umiltà, di riconciliazione diremmo meglio oggi. È un ammettere di aver sbagliato, tante volte, di essere caduti e ricaduti sempre negli stessi sbagli, che fanno male a noi e a chi ci sta intorno. È questo mettersi in ginocchio, altro segno di umiltà, e chiedere perdono, dal più profondo del cuore. Perdono. Perdonami.

Lo sappiamo, io e Greta, che la confessione è un momento particolare a Medjugorie. La sera prima l’abbiamo evitata a causa della coda. C’erano due soli sacerdoti per confessare circa quaranta persone.

Alle 12 ci sono solo due preti, uno italiano e uno nigeriano, ma che parla anche la nostra lingua. Non c’è coda. Io vado dal prete nigeriano, Greta dall’italiano. Il primo avrà quarant’anni, il secondo settanta.

Non dura molto la mia confessione. Quella che dura, invece, è quella di Greta. E sì che è donna di poche parole, sarà il sacerdote ad averne tante.

Dopo venti minuti esce piangendo. 

– È successo qualcosa. Il prete le ha detto qualcosa, – penso.

– Cosa c’è?

Ma non mi risponde, continua a piangere sommessamente, in maniera discreta, come solo lei sa fare. Si siede vicino a me. Con un braccio le avvolgo le spalle.

Passano cinque minuti, il pianto sembra attenuarsi.

– Non ho detto niente del perché siamo qui, di quello che siamo venuti a chiedere, non me la sentivo. Mi sono confessata come tutte le altre volte. Lui era così buono, così gentile… E mentre stavamo concludendo, verso la fine, mi ha detto e non ti preoccupare, i bambini arriveranno. Mi sono messa a piangere e non sono più riuscita ad andare avanti.

Mi sciolgo in pianto anch’io. Le lacrime iniziano a sgorgare come certi torrenti di montagna dopo un temporale estivo. Sono lacrime balsamiche, curano in un istante tutti i miei turbamenti spirituali. Soprattutto, m’infondono uno slancio di fiducia in Dio che nemmeno oggi mi abbandona.

Eccola la parola di speranza che cercavamo, ecco tutto il senso di questo pellegrinaggio. Siamo venuti qui per sentirci dire questo, per cercare un annuncio come questo ed eccolo pronunciato ai nostri orecchi, chiaro, come si parla tra uomini. Ecco Dio che risponde alle nostre preghiere.

– Capisci che non gli ho detto niente? E lui, lui mi ha detto così… – un nodo alla gola le strozza il resto del discorso.

Ci alziamo. Una gioia immensa ci invade. Abbracciati, piangiamo assieme. Poco distanti da noi alcuni ragazzi levano canti al Cielo. La gente che passa ci guarda chiedendosi il motivo di quel pianto. Chi potrebbe capire tutto questo, ora? Chi potrebbe capire la nostra storia d’amore, se non il buon Dio? Da fuori siamo solo questo, una giovane coppia commossa per qualche motivo. Ma dentro di noi è un regno in festa per un annuncio di grazia.

La sera andiamo al Cristo risorto, altro singolare luogo di Medjugorie. La statua bronzea, un Gesù che pare ancora crocifisso ma in realtà si è alzato dalla croce, braccia spalancate, sta al centro di una specie di piccolo anfiteatro di tre scalini in cemento, di modo che chi vuole possa sedersi attorno.

Ci mettiamo in coda con le poche altre persone che si trovano lì. Tutti aspettano di toccare, carezzare, baciare le ginocchia e i piedi di questo Cristo, uniche parti che si possono raggiungere in punta dei piedi. Siamo il segno tangibile della fede incarnata, del credo come fatto dei sensi, come questione integrale dell’uomo e non solo come puro spirito, come fatto mentale. Abbiamo bisogno di toccare, di sentire sulla nostra pelle, anche solo il freddo e inerme bronzo di una statua.

Ho portato con me, sempre dono della nonna, un libricino di preghiere, Orazioni a Santa Brigida di Svezia. Non conosco la santa, non conosco le orazioni, non so bene perché quel libricino sia lì con noi. Ne abbiamo due copie. Sono preghiere da dirsi per un anno.

Seduti di fianco alla statua, osserviamo il silenzio delle persone che le si avvicinano. Loro cosa avranno da chiedere? C’è sempre qualcosa da chiedere a Dio. Che la preghiera di lode sia la preghiera più pura e più importante non l’ho mai creduto tanto. Un figlio non loda troppo esplicitamente il padre o la madre, ma ogni giorno chiede loro qualcosa, in un modo o nell’altro. È così che li onora, che onora il padre e la madre, è così che li loda, con questa fiducia che loro possono, mentre lui no.

Recitiamo un altro rosario. Il cielo si addensa di nubi che preannunciano un temporale imminente, estivo, di fulmini e tuoni. 

– Diciamo queste orazioni.

– Ma cosa sono?

– Non lo so.

Leggiamo l’introduzione e dopo averla letta ci diciamo che, vista la giornata, forse non per nulla abbiamo quei libretti tra le mani. Rimaniamo colpiti dal fatto che il giorno della festa della santa sia proprio il 23 luglio. Siamo dentro a quel giorno, a quella festa quindi. 

Nel momento in cui iniziamo la recita delle orazioni comincia a piovere. La gente si allontana. Alcuni cominciano a correre. Noi rimaniamo lì, protetti solo dalla grande fronda di un albero.

È solo pioggia quella che cade? L’acqua che si ferma sulla mie braccia nude, che scende sui miei capelli, sul mio volto e sui capelli e il volto di lei, mi sanno di benedizione. Tutto sa di benedizione. Una dolcezza infinita ci avvolge, mentre abbracciati continuiamo la nostra preghiera.

Un tuono tremendo manda in black-out tutto il paese, anche le luci lontane del Podbrdo si spengono. Viene quasi paura, ma è solo un attimo. In giro non c’è più nessuno. Noi, però, stiamo lì, immersi nella beatitudine del nostro amore, a fianco del Cristo, benedetti dalla pioggia, nella preghiera infinita.

Dopo quaranta minuti terminiamo le orazioni.

– Durano un anno, ce la facciamo?

– Ce la faremo.

Torniamo a casa colmi, gravidi di speranza, pronti ad andare senza timore verso il matrimonio. Siamo certi che la nostra storia sia una storia voluta da Dio, che il suo amore ci colmerà sempre, se noi lo vorremo. 

Raccontiamo il pellegrinaggio ai nostri genitori, a mia nonna, a pochissimi amici. Ne sono tutti colpiti. Le mamme piangono.

Passa un anno, ci sposiamo. 16 Giugno 2013. Iniziamo a cercare. 

Il mese successivo terminiamo le orazioni, luglio 2013. Le abbiamo recitate ovunque durante quell’anno folle e meraviglioso che ci ha portato al matrimonio. Le abbiamo dette insieme e da soli, la mattina all’alba, la sera, di notte, in macchina, a casa, in treno, all’università, a lavoro. Non abbiamo mai saltato un giorno.

E dopo solo qualche mese dal nostro matrimonio, dalla fine di quelle lunghe orazioni, la troviamo, scopriamo che è già lì con noi, la figlia amata, la bambina della promessa. Siamo sconvolti e pieni di una gioia che non abbiamo mai provato. Di fronte al test positivo piangiamo, ci baciamo e, quasi d’istinto, ci inginocchiamo di fronte alla statua della Madonna che abbiamo portato a casa da Medjugorie.

Nove mesi più tardi l’annuncio diventa realtà, il miracolo della vita si manifesta in tutta la sua bellezza e in tutto il suo mistero. È il 23 luglio 2014, santa Brigida di Svezia, giorno della nascita di Diletta, prima di tre figlie. 

Sono due anni esatti dalla nostra piccola annunciazione, dal quel giorno al confessionale, dalle preghiere e dalla pioggia al Cristo risorto. Diletta nasce proprio nel giorno in cui, due anni prima, ci era stato detto che saremo diventati genitori.

Quello che a molti potrà apparire un caso (e bisognerebbe definire il caso), una coincidenza, un’elucubrazione mentale, per noi, è un miracolo, un intervento di Dio nella nostra storia. Non ne abbiamo dubbi, anche se non lo possiamo provare. D’altra parte, come si potrebbe provare un fatto come questo?

Quando qualcuno mi chiede se esistono i miracoli, cioè se Dio interviene nella storia degli uomini, io rispondo che sì, esistono i miracoli, accadono i miracoli, le mie figlie, per me, sono un segno di questo intervenire di Dio nel mondo. Se non ci si crede bisogna quantomeno chiedersi perché Gesù dica di chiedere, di bussare, perché dica che Dio ci darà, che Dio aprirà. 

Perché il Maestro ripete senza di me non potete nulla? Perché dice che se avessimo anche solo un granello di fede, potremmo dire agli alberi di sradicarsi, di andare a piantarsi in mare e che lì questi fiorirebbero e porterebbero frutto? Perché rimane interdetto di fronte allo sgomento dei discepoli che lo vedono calmare il mare in tempesta, tanto da fargli dire perché avete paura? Non avete ancora fede? Insomma, non è Cristo stesso che ci invita a chiedere miracoli? I vangeli non ne sono pieni?

Non so dire se la mia fede o quella di mia moglie, oppure la nostra, di noi due assieme, nel luglio 2012, in terra straniera, arida, di Bosnia, fosse una fede capace di sradicare gli alberi per vederli portare frutto in mare, so solo che è stata una fede capace di chiedere un miracolo. Una fede che, da figli che eravamo, ci ha portato ad diventare genitori, a vedere, tra le nostre braccia, il miracolo più grande della nostra vita.

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