Fine della festa?

| di Alberto Trevellin |

Da qualche giorno abbiamo terminato di festeggiare il Natale e tutte quelle altre ricorrenze, proprie della tradizione cristiana, che gli gravitano intorno.

Ricordo che da bambino, parliamo di almeno venticinque anni fa, le festività natalizie, come tutte le altre, erano profondamente sentite. Avevo questa percezione di estrema sacralità dell’evento. Aspetto che era ancor più amplificato da un dato che mi si palesava davanti agli occhi senza che nessuno dovesse spiegarmi nulla. Tutto, quel giorno, era chiuso. Tutto, o quasi.

Forse era anche perché l’unica cosa che può fare un bambino, prima di Natale, è rispettare religiosamente l’Avvento, non può fare altro che attendere, che restare nell’attesa di quel giorno. Sono gli altri ad organizzare, prendere, fare. Lui può solo aspettare.

Pensavo, allora, che fosse bello che ci fossero alcuni giorni in cui ognuno poteva stare in famiglia, con le persone amate, con chi voleva, in casa, nella propria dimensione domestica, senza che fosse necessario andare da qualche parte o acquistare qualcosa. La bellezza era tutta racchiusa nello stare assieme. Non serviva altro. Il denaro, almeno per quel giorno, restava fuori.

Il cristiano che oggi voglia sinceramente festeggiare le ricorrenze più importanti del proprio credo, invece, si trova di fronte allo sforzo costante di tenere lontane le sirene del consumismo, sempre pronte, a qualsiasi ora del giorno e della notte, ad ammaliarlo con qualcosa da comprare. Anche nei dì di festa.

Siamo tutti consumatori, e va bene, ma il consumismo sembra perseguitarci. 

Qualche giorno fa, per esempio, tentavo di leggere un salmo in un famoso sito di liturgia, ma tanti erano i pop-up, tante le pubblicità, che ho cominciato a fare un’operazione di spostamento e chiusura degli stessi per cercare, quantomeno, di leggere un versetto. Mi sembrava di essere su una piazza in cui decine di persone mi proponevano, a un palmo dal naso, ogni sorta di mercanzia. Alla fine ho chiuso tutto e ho cambiato sito.

Sui social, ormai, la faccenda è ancora più grottesca, da far sorridere per l’assurdità. Sappiamo tutti che basta guardare anche solo un secondo in più un prodotto o un’immagine contenente qualche riferimento pubblicitario per essere, successivamente, assillati da altrettanta pubblicità. Il consumo, il commercio, non dorme mai in rete.

Ma anche nei negozi fisici sembra non esserci tregua. Se vent’anni fa era impensabile tenere aperto l’8 dicembre o il 6 gennaio, oggi è scontato. Negli ultimi anni proprio questo è quello che mi colpisce di più, che tutto sia aperto, anche in giorni di feste rilevanti, con tanto di orario continuato in diversi esercizi. 

Mi sono così venuti in mente alcuni versetti, uno è un comandamento.

Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro, né tu né tuo figlio né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te.

Non farai alcun lavoro, nessuno lavorerà. Cessazione, questo significa shabbat, Sabato, per noi la Domenica. Sei giorni sì, si può lavorare, pensare al denaro, al guadagno, ma uno, almeno uno, no, almeno per un giorno resti fuori il guadagno, resti fuori il denaro, resti fuori Mammona e si faccia altro.

Le altre sono parole del Maestro, che molto limpidamente diceva non potete seguire Dio e la ricchezza.

Per chi non è credente questi versetti possono essere davvero poco rilevanti, ma per chi crede hanno ancora un peso, un senso? Dobbiamo accettare tutto ciò come un segno dei tempi, come l’inesorabile processo della secolarizzazione? Cosa distingue, ormai, un giorno di festa da uno feriale? Esiste ancora la festa, intesa come cessazione da ogni deriva lavorativa e consumistica? Ha ancora senso scandalizzarsi che non ci sia più un giorno in cui tutti ci si ferma?

Uscendo da messa, passando di fianco al supermercato aperto, pensando a coloro che lì dentro stavano lavorando e che qualche decennio fa, invece, sarebbero rimasti a casa con la propria famiglia, a festeggiare, mi chiedevo a che punto fossimo della festa, chi stessimo davvero seguendo, se Dio o la ricchezza, se non ci fosse stata una sostituzione, nel tempo, nei decenni, tra Dio e Mammona. È una domanda che mi accompagna da un po’… chi stiamo seguendo?

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