Il dialetto o dell’intimità

| di Alberto Trevellin |

Con l’avvento dei social e, in particolare, della messaggistica istantanea, credevamo che l’italiano si sarebbe definitivamente imposto sul dialetto, che si sarebbe quantomeno indebolito. Questa nuova forma di comunicazione ci aveva tentato, portandoci a sostituire con l’italiano ciò che avremmo detto in dialetto, tanto siamo abituati a credere che la lingua scritta sia necessariamente quella appresa a scuola, sui libri di grammatica. 

Ma l’utilizzo quotidiano di questi strumenti ha invece dimostrato, in maniera sorprendente, la resistenza propria di ogni lingua, quasi il suo desiderio intrinseco di non soccombere. Si è trattato di una tentazione che ha avuto vita breve, quindi, ed è bastato qualche tempo nell’utilizzo di Whatsapp, Messenger, Telegram, per capire che con certi amici, con certe persone, tenere una conversazione in italiano è impossibile, quasi ridicolo, nel senso che intrattenersi con alcuni di loro nella lingua italiana fa quasi sorridere. 

Con questi siamo così abituati a parlare in dialetto che, quando si parla in italiano, sembra di parlare una lingua straniera. 

Dice così anche Antonio Capuano, maestro di Paolo Sorrentino: «L’italiano non ci appartiene a noi napoletani, e il nostro dialetto è a sua volta come rigirato, reinventato». 

Questo tipo di scrittura, della messaggistica istantanea, ha finalmente dato spazio e vita ad una lingua che era prevalentemente orale. Le ha dato, per così dire, maggiore dignità. Non più solo lingua diffusamente parlata, ma anche scritta.

E chi parla principalmente in dialetto, chi lo utilizza quotidianamente, conoscendo comunque in maniera perfetta l’italiano, sente, effettivamente, che la lingua della propria nazione gli è un po’ estranea, rispetto al dialetto. 

Se parlo in dialetto non sto traducendo nessun’altra lingua, se parlo italiano, spesso, non sempre, compio un’operazione di traduzione, certo così naturale da non rendermene conto. Con il dialetto, parto da una lingua che non è preceduta da nessun’altra, con l’italiano, invece, una lingua che lo precede c’è. È la lingua del nostro principio, più indietro della quale non possiamo andare.  

Diventa come una casa, come un luogo in cui ci sentiamo più a nostro agio, in cui stiamo bene. Assume, per così dire, una dimensione domestica, familiare, degli affetti. D’altronde è proprio lì, tra le mura di casa, che trova il suo fondamento, è lì che l’abbiamo appresa.

È la lingua dove ci viene più naturale ridere, ma anche piangere ed imprecare.

Le barzellette, per esempio, raccontate in dialetto hanno tutto un altro sapore e, io credo, ci fanno ridere di più. Oppure, quando siamo arrabbiati, nel dolore, ci viene quasi più naturale riflettere, intrattenerci con noi stessi, sulla nostra sofferenza, proprio in questa lingua primaria. E la poesia? Cosa dire della poesia dialettale? Non è forse la fonte migliore per conoscere l’identità di un popolo? Diceva il poeta catalano Joan Maragall: «El alma del pueblo es esencialmente dialectal, y sòlo ella es manantial de poesia».

Certe frasi, in dialetto, hanno il calore della stufa a legna nei mesi invernali, a cui amiamo stare vicino, che amiamo alimentare, guardare. In italiano, avrebbero invece il calore di un termosifone. Tutta un’altra storia.

Per questo il dialetto è la lingua dell’intimità, della nostra nudità, in un certo senso. Di fronte ad alcuni non ci mostreremo mai in dialetto, ne avremmo quasi il timore e la vergogna, di essere derisi o malvisti. Però è proprio questo a renderlo lingua dell’io più autentico.

Più la relazione è intima, più il dialetto viene spontaneo, naturale. Ci rendiamo conto che quello che diciamo non potrebbe essere detto altrimenti. Meno la relazione è intima, più subentra l’italiano. 

Poche volte ho parlato in italiano con mio papà e mia mamma, ancor meno l’ho usato con i nonni e con gli amici più stretti. Ho in mente certe questioni teologiche, dibattute con mio papà e mio nonno proprio in dialetto. Questioni sottili di storia e teologia cristiana… in italiano non le avremmo disquisite allo stesso modo.

Con le figlie alterno l’italiano con il dialetto, per una questione di correttezza educativa, non perché sia scorretto il dialetto, ma per non creare confusione con quello che poi studieranno a scuola. In realtà siamo tutti bilingui sin dall’infanzia.

Con la moglie è un po’ diverso. Il dialetto lo uso quotidianamente, ma certe dichiarazioni, certi discorsi amorosi, mi pare che in dialetto non tengano quanto in italiano. Sarà colpa o merito di Dante, degli stilnovisti, di Manzoni. Chissà.

Parlo in dialetto anche con Dio, a volte, e proprio nei momenti di grande intimità e sincerità.

Tutto ciò non significa che non si possano avere relazioni vere e profonde al di fuori del dialetto, è assurdo solo pensarlo. Se due non parlano e non s’intendono nelle loro lingue di origine, ci deve essere necessariamente una lingua su cui costruire quell’intimità. Se stabilisco un’amicizia profonda con un sardo, è evidente che non posso parlargli di me in veneto. Però appena è possibile, appena si apre, anche solo di poco, la possibilità d’intendersi meglio nella lingua della propria terra, si predilige quella.

Pare che persino Dio prediliga la lingua che ci è più intima. Si dice che chi abbia esperito locuzioni interiori, si sia trovato a parlargli in dialetto. D’altronde Dio non può che parlarci nella lingua che meglio comprendiamo e noi, viceversa, non possiamo che parlargli con la lingua con cui possiamo farci meglio comprendere.

Da quanto sappiamo, Gesù stesso parlava in aramaico, che all’epoca in cui viveva era una sorta di dialetto dell’ebraico. Parlava, quindi, la lingua del popolo, quella che la gente meglio poteva capire, con cui meglio poteva spiegarsi. La lingua di quella terra, insomma.

E proprio il Padre nostro, l’unica preghiera che ci ha lasciato, pare sia stata pronunciata, per l’appunto, in aramaico. E questo dato, che Gesù insegni una preghiera in una lingua considerata dialetto rispetto ad un’altra, la dice lunga su come si dovrebbe pregare, in quale dimensione d’intimità, in che lingua, soprattutto, intrattenersi con Dio. 

Parlare in dialetto, quindi, non significa essere ignoranti nei confronti della lingua della propria nazione, come molti credono, ma, piuttosto, essere fedeli a quella della propria terra d’origine, che non è l’Italia intera, ma un luogo geografico ben preciso che nei millenni ha elaborato un proprio idioma. 

Utilizzare la lingua della propria terra significa non ripudiare tutto quello che questa porta con sé, come storia, cultura e identità. Significa entrare in un’intimità linguistica che non è replicabile con nessun’altra e la cui privazione ci fa sentire meno a casa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *