Genitori alla fine del mondo. Donare la vita in un mondo di-sperato

| di Alberto Trevellin |

C’è un film che ho guardato numerose volte, due al cinema e poi una decina a casa. Un film che mi ha richiamato spesso, negli ultimi anni. Si tratta di Interstellar di Christopher Nolan, regista a cui piace cimentarsi con le dimensioni dello spazio e del tempo e con ragionamenti apparentemente assurdi o contraddittori.

Mi sono sempre chiesto il motivo del perché questa pellicola mi abbia così coinvolto,  così richiamato. Un peso indubbio è dovuto alla colonna sonora di Hans Zimmer, così drammatica e viscerale da essere sacra, capace di aprire una breccia nell’anima di chi l’ascolta. Poi, sarà la forza che genera in me l’ignoto, il mistero profondo del cosmo, lo spazio siderale, l’idea del viaggio oltre la terra, oltre questo nostro mondo, che quindi diventa, in un certo senso, viaggio ultraterreno, verso altri mondi. Sarà tutto questo, ma soprattutto, credo, è il rapporto padre-figlia, a toccarmi di più, visto che di figlie ne ho tre. È la questione della salvezza dei figli alla fine del mondo. Forse è questo a convincermi, per l’ennesima volta, a sedermi sul divano e stare davanti allo schermo per tre ore. Forse, da qualche parte, in me, voglio capire: come si salvano i figli in un mondo al capolinea?

Nel film il mondo sta agonizzando, sono le sue ultime ore. Una piaga non meglio precisata ha messo in ginocchio diverse colture alimentari. Questa volta non ci sono alieni cattivi o disastri nucleari a mettere a repentaglio la specie umana, ma, più semplicemente e drammaticamente, un virus che colpisce ciò che è fondamentale per ogni essere umano: il cibo, il pane quotidiano.

Così non resta che andare via, trovare un altro mondo e lasciare i figli per cercare loro un’altra casa, nella speranza che la loro vita possa continuare altrove. 

C’è anche questo dramma, quindi, di dover lasciare, abbandonare, forse per sempre, chi più amiamo, i nostri figli. Certo per permettere loro una nuova vita, più bella e più buona di quella attuale, mossi da questa speranza, ma il prezzo da pagare resta l’abbandono, la fine fisica di un rapporto d’amore sconvolgente.

Emerge, nella pellicola, questo doppio dramma della responsabilità paterna che, di fronte al finire del mondo, deve rialzare la testa e guardare con fiducia e speranza al futuro, che è futuro dei figli, oltre che di tutta la specie, non dei genitori.

Non ci può essere resa, i figli devono vivere, non solo loro, ma anche i figli dei figli. La specie deve continuare. “Se li vuoi salvare, vai lassù e salvali”, dice il dottor Brand a Cooper, ancora un po’ indeciso se partire.

Il film è di genere fantascientifico, perché si parla di viaggi nello spazio e di attraversare buchi neri, qualcosa di ancora inaudito per noi. Meno fantascientifica è la possibilità della fine del mondo.

La mia generazione, quella nata sul finire degli anni ‘80, e quelle che sono venute dopo, hanno visto crescere negli ultimi tempi, assieme a loro, cambiamenti epocali ed eventi drammatici. La percezione che il futuro non sarà roseo nei prossimi anni, per noi e per chi verrà dopo di noi, è comune alla generazione dei Millenials e alla genZ.

Indagini e studi sociologici attestano un sentimento comune serpeggiare tra i giovani, quello dell’inquietudine per il futuro, per il divenire del mondo. E non è un’inquietudine che si riferisce al futuro lavorativo o familiare, è qualcosa di più grosso, di più drammatico.

Di recente abbiamo avuto una pandemia a livello planetario, una guerra al centro dell’Europa, un’altra alle porte dell’Oriente, a due ore di aereo da noi. Di fronte a ciò si potrà dire che le epidemie e le guerre ci sono sempre state, che queste passano e poi tornano. C’est la vie! Mala tempora currunt, lo si è sempre detto e sempre si dirà. Ogni epoca ha i suoi mali.

Ma quello che inquieta di più, però, non sono tanto le guerre e le malattie, per quanto siano drammatiche, ma ciò che può portare al collasso dell’umanità, all’estinzione. E quello che può farci collassare, quello di cui quantomeno abbiamo contezza, è da imputare a tre cause di natura umana: il cambiamento climatico, l’arsenale atomico, lo sviluppo incontrollato dell’intelligenza artificiale.

Il primo è un fenomeno in atto e di cui iniziamo già a pagare le conseguenze, il secondo rappresenta l’altro grande terrore dell’umanità, il terzo spaventa per l’evoluzione che può avere. Uno è legato a un cambiamento della natura, causato da noi ma che ora fatichiamo a controllare, gli altri, invece, dipendono dalle grandi potenze mondiali e da chi sviluppa (e vende) certe tecnologie.

La sera, quando ho rassettato la cucina, fatto la lavastoviglie, pulito un po’, esco qualche minuto.

È notte, anche se questo termine ormai ha il valore di un eufemismo, perché la notte, colta nella sua oscurità, non esiste più in città o nella sua periferia. 

Da poco hanno sostituito le vecchie luci dei lampioni con quelle a led. Fanno così tanta luce che potrei leggere un libro stando a venti metri di distanza. È aumentata la sicurezza stradale. Ma in cielo si vedono dieci stelle di meno. Mi sembra che il cielo abbia ormai perso tutta la poesia che, invece, posso ancora cogliere in alta montagna.

Da lontano il rumore, interminabile, eterno, della macchine in tangenziale. L’uomo non si ferma mai. Corre sempre. Fine del silenzio.

Il cielo sembra coperto da una patina, da una polvere, che impedisce di vederlo nitidamente, così come lo vedo nelle grandi spiagge della Sardegna. 

Da anni non respiro più a pieni polmoni a casa mia, qui in pianura. Ho come il timore di tirare dentro più schifezze di quelle che già respiro. Si palesa in me l’evidenza di un mondo tecnologicamente avanzato, ma terribilmente malato. 

E il pensiero va inevitabilmente a loro, che stanno dormendo sogni d’infanzia, al piano di sopra, alle bambine affidatemi dal buon Dio. Così, parlando tra me e me, sorge la domanda, quasi spontanea: quale mondo avrete? Quale mondo vi sto lasciando? E i vostri figli?

È una domanda scomoda, inquietante per certi versi, ma è una domanda che ogni genitore, padre o madre che sia, deve necessariamente farsi. 

Siamo di passaggio sulla terra, l’abbiamo in custodia, non in proprietà. Dopo di noi, sarà di altri, non la porteremo nel Regno. Per cui la domanda, soprattutto in questi anni cruciali per il Creato è per forza questa: cosa e come lasceremo questa eredità? Cosa fare?

Mi rendo conto che le mie figlie, in ogni istante della loro vita, fin dalla loro nascita, stanno respirando l’aria peggiore d’Europa, tra le peggiori al mondo. E io mi sento così inerme, così debole di fronte a questo, all’aria sporca, tossica, all’inquinamento, a cui io stesso, pur non volendolo, contribuisco.

Il cielo è diventato una discarica. Sì, posso andare piano con la macchina, usarla il meno possibile, spegnerla ai semafori, stare meno sotto la doccia, tenere la temperatura di casa non oltre i 20° d’inverno, fare bene la raccolta differenziata. Posso fare tante cose di questo tipo e mi auguro che siano in molti a farle e a farne di più e di meglio. Ma mi sembra comunque insufficiente, mi sembra che qualcosa mi sfugga, perché l’aria continua ad essere inquinata, terribilmente inquinata e il pianeta, per informazioni e immagini che arrivano da più parti, sembra molto malato, ad un passo dal collassare. Meglio, collassare per quanto riguarda la vita umana, la nostra vita. Perché abbiamo questo punto di vista, la natura soffre nella misura in cui noi soffriamo, se non siamo toccati da questa sofferenza poco ci importa.

Potrei anch’io lasciarmi prendere dalla disperazione, vedere solo nero, ma resisto alla tentazione.

Visto così, infatti, sembra un mondo di-sperato, privo di speranza, di futuro. Un mondo prossimo alla fine. Sembra che non lasceremo nulla di buono ai nostri figli, alle nostre figlie. Figuriamoci ai nipoti. Guardiamo con angoscia al domani, ai prossimi decenni, con la percezione che possa accadere qualcosa di grave e di irreversibile per il destino degli uomini. Forse anche per questo molti scelgono di non fare figli, di non essere generativi. Che senso avrebbe, dicono alcuni, generare alla fine del mondo?

È una domanda, in realtà, che, se da una parte misconosce la vita ricevuta dai genitori, il loro averci voluti al mondo, dall’altra mette in risalto alcuni propri gravi dubbi, primo fra tutti quello che la vita sarebbe priva di senso. Se infatti affermo che la vita di qualcun altro non avrebbe senso per svariati motivi, significa che, in primis, non ha senso neppure per me. Anzi, con simili ragionamenti ho una certa presunzione di decidere per la vita di un altro, decido io che la sua vita non ha senso, senza tenere conto che ognuno di noi ha in sé la libertà e la capacità di riconoscere sempre, in qualsiasi circostanza, un senso per la propria esistenza.

Non stupisce, quindi, vedere che, oggigiorno, siano in particolar modo i credenti a farsi promotori della vita, delle politiche a sostegno della natalità e delle famiglie. A volte pare che sia solo una questione che riguarda i cristiani, quando, invece, dovrebbe essere evidente che la faccenda è patrimonio dell’umanità.

Messa così, la visione esclusivamente umana del mondo, antropocentrica, non può che essere questa. Una visione negativa, disperata, angosciata, colma di dubbi. È, alla fine, una visione di un mondo senza Dio, di un mondo che vi ha rinunciato, dell’uomo che ha messo al centro se stesso e non Lui. Se prima il rapporto era Dio-uomo-mondo, ora è solo uomo-mondo.

Pare che l’eclissi di Dio sia andata di pari passo con la centralizzazione dell’uomo rispetto alla natura e alla conseguente catastrofe ambientale. Ma se fosse rimesso al centro Lui, forse la catastrofe sarebbe scongiurata. Riportare al centro Dio, il Vangelo, e riscoprire la dipendenza del Creato dal suo Creatore, dei figli dal Padre, cambierebbe il nostro sguardo sul futuro.

Perché è diversa la visione del mondo di chi crede in Lui, di chi spera, di chi ha fede, di chi cerca di amare come Lui. Non è più una visione di-sperata, ma una visione di speranza per il domani, di fiducia nell’umanità, di amore per il prossimo.

Quanta tristezza nel sentire molti affermare che l’umanità deve estinguersi, che è giusto così, che meritiamo di soccombere, che siamo il cancro del pianeta, che il vero male siamo noi. Anche se non possiamo nascondere le responsabilità dell’uomo, si tratta di un’affermazione di-sperata, dove la vita non ha più senso, dove non c’è speranza neppure nel domani, benché il domani, magari, contenga una nascita, un matrimonio, un bacio, un premio, una cena, un sorriso, una poesia. È un’affermazione di chi non crede più in Dio.

La disperazione è uno dei peccati più gravi, anche se nella teologia si parla propriamente di disperazione della salvezza. Ma anche il disperare qui e ora, in questa vita, che Dio non abbia a cuore la salvezza del mondo, la salvezza degli uomini, è grave. Un vedere solo tenebroso, quando si dovrebbe scorgere sempre, anche nelle tenebre, la luce.

Noi non sappiamo bene cosa accadrà nel futuro, ma anche se sembra nero, come certi temporali estivi, per quanto possiamo avere paura di quello che sta per arrivare, sappiamo anche che quell’oscurità non fa sempre così male e passa spesso senza fare grossi danni. A volte, si dirada persino senza scatenare la furia che sembrava minacciare. E torna il sereno.

Inoltre, non crediamo che il cosmo intero sia nelle mani di Dio? Che questo non collassi su di sé perché è il buon Dio a fare in modo che ciò non avvenga? Egli desidera o no il bene di tutti? Può davvero il luogo dell’Incarnazione e della Risurrezione, del lieto annuncio, finire in una catastrofe?

Possiamo forse intuirlo, non comprenderlo pienamente, per ora. Ma il credente sempre deve avere la speranza e la fiducia di essere nelle mani di Dio, che tutto è nel suo grembo, che la creazione intera è figlia dell’amore di Dio e che Dio ha a cuore tutti i suoi figli. Con questa consapevolezza non avremo più una visione disperata del mondo, ma una in cui sapremo affidarci e fidarci che egli tutto regge, tutto sostiene.

Se i credenti non fossero portatori di speranza fino all’ultimo istante che precede la fine, a nulla varrebbe la fede. I cristiani credono nella Risurrezione, ossia che l’ultima parola non l’avrà la morte, ma la vita.

Così anche noi, che crediamo e diamo alla luce, non alle tenebre, i nostri figli, temiamo sì per loro, ma non ci facciamo schiacciare dalla disperazione e dall’angoscia. Non possiamo sapere, infatti, prima di metterli al mondo se saranno proprio loro, i nostri figli, a cambiare e migliorare il mondo. Anche qui sta la speranza.

Nessuno, infatti, pianta un albero nel proprio orto senza la speranza e la gioia di vederlo, un giorno, portare frutto. Noi credenti siamo quelli che all’oscurarsi del cielo piantano un seme di quercia, certi che un giorno sarà casa per molti, nido e fonte di vita.

Perché i nostri figli sono come alberi che piantiamo nella storia dell’umanità. Non sappiamo quando e come porteranno frutto, ma siamo certi che qualcosa arriverà. Però se non li piantiamo, se non crediamo, se non speriamo che possano portare frutto, un buon frutto, togliamo agli uomini la possibilità di sfamarsi, di stare meglio e anche di cambiare le sorti del mondo.

È in questa fiducia nella vita, nonostante la tempesta, nonostante l’oscurità all’orizzonte, che noi già intravediamo il chiarore dell’alba dell’ottavo giorno. Generiamo alla fine del mondo, nonostante la morte a cui tutti siamo destinati, perché già scorgiamo l’altra vita e non vogliamo privare nessuno di questa immensità.

Non generiamo i figli per la morte, anche se questa porta resta da attraversare, ma generiamo per la vita eterna. Generiamo affinché il numero di coloro che potranno un giorno contemplare il volto del Padre sia grande, figlio del nostro amore che all’Amore torna.

E questo chiarore che intravediamo, ci rende già ora, in questa vita, testimoni e portatori di quella luce, di quella bellezza e, infine, di quella speranza. Non è solo questione del dopo, quindi, ma dell’adesso. È perché cogliamo il senso ultimo, magari confusamente, che riusciamo a dare un senso, per noi e i nostri figli, anche a questa vita. Nonostante la disperazione di molti circa il futuro.

Per noi nessun tempo buio è veramente buio, totalmente buio. La speranza che ci abita sempre ci fa intravedere l’alba, il senso di quest’esistenza tormentata.

Così seminiamo, anche se pare avvicinarsi il maltempo, perché del nostro amore, quello che abbiamo ricevuto in eredità, nulla vada perso, ma, anzi, possa essere tramandato dai nostri figli.  

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