Se dovrai attraversare il deserto. Sull’amore vero

| di Alberto Trevellin |

Mi è capitato di attraversare il deserto una sola volta nella vita. Per deserto intendo quello vero, geografico, quello che siamo abituati a vedere in qualche spettacolare immagine o in qualche video suggestivo, al tramonto. Quello di pietra e sabbia, rosso e ocra. Ero in Giudea, a fine febbraio del 2020. Andavamo con un gruppo di insegnanti di religione verso il mar Morto. Il clima non era ancora così severo come in estate, per cui avemmo anche la fortuna di poterlo vedere “verde” in più punti, persino con alcuni fiori. La guida, un sacerdote di una profondità rara, ci fece notare questo evento, quello che viene chiamato “deserto fiorito”.

 – Anche dove la vita sembra assente, dove tutto sembra morto, in realtà la terra porta in sé, cela nel suo grembo, difendendoli, i semi di questi fiori, che ogni anno tornano in questo periodo a mostrarsi a chi passa da queste parti. Anche nella terra arida e desolata, la bellezza e la vita sono presenti, – ci disse rapito e commosso da quello spettacolo. 

È un’immagine di straordinaria bellezza che porto impressa in me e che a volte si presenta come un richiamo. Sogno infatti di tornare presto in quel deserto della Giudea, in Terra Santa, per attraversarlo a piedi questa volta, per rimanerci qualche giorno, magari una settimana, forse di più.

Quando, invece, sono qui nella mia pianura veneta, per nulla desertica e ormai completamente urbanizzata, quando ho bisogno di un luogo desertico, di attraversare la sterilità vegetale e animale, e il silenzio, salgo sull’altipiano delle Pale di San Martino, un’enorme distesa di roccia dolomitica. A volte, infatti, i deserti sono necessari all’uomo più dei boschi e delle città.

Ma questi, appunto, sono deserti geografici, luoghi inospitali per l’uomo che esercitano un grande fascino su di noi e che, in qualche maniera, ci attraggono.

Diversi, invece, sono i deserti interiori, quelli che uno cerca per sé, quando ha bisogno di stare da solo e in silenzio, deserti benefici, e quelli in cui viene a trovarsi, deserti in cui non pensava di finire e nei quali invece si ritrova smarrito, in un momento di straordinaria difficoltà esistenziale. Un conto infatti è scegliere di andare nel deserto, un altro è ritrovarcisi dentro senza averlo voluto.

Di questi deserti, ogni uomo e donna, ne incontrano diversi, lungo tutto l’arco della vita. Sono deserti che hanno un loro grado di “deserticità”. Non sono tutti uguali. Ci sono quelli con più oasi e quelli dove l’acqua è solo alla fine, oltre la grande distesa di sabbia.

Questo attraversamento può durare qualche giorno, ma, per alcuni, dura anni.

Questa precisazione iniziale e questo prendere a modello metaforico il deserto, mi è utile per provare a rispondere a una domanda che, diverse volte, i miei studenti mi hanno posto: come si fa a capire se la persona che amo è quella giusta, se l’amore è quello vero, quello della vita?

Sono diversi i modi a cui si può rispondere a questa domanda, sempre che si possa rispondere a una quesito di questo tipo. Possiamo chiamare in causa il tempo, quello necessario per maturare una certa conoscenza e consapevolezza dell’altro, possiamo parlare di un amore che non necessita di nient’altro se non dell’amato, possiamo dire di quel sentire proprio di ciascuno che, senza eccessivi ragionamenti, ci fa dire: – È lei, è lui. 

Ma c’è un modo di rispondere che, mi pare, ha qualcosa in più, perché è di una qualità diversa. È una cosa che ha a che vedere con la sofferenza e quindi, in un certo senso, con il deserto. 

Da sempre il momento della prova, della sofferenza, rappresenta il crogiuolo, la porta stretta, attraverso cui un uomo e una donna imparano a riconoscere la qualità del proprio amore.

E’ molto facile amare una persona nei momenti di solo gaudio, quando tutto va bene. Più difficile è amarla quando è nei tormenti, nei propri deserti, nelle proprie tenebre. È per questo che una storia che si arrendesse alle prime sofferenze, probabilmente non sarebbe una storia d’amore, ma solo una storia. 

Non parliamo necessariamente di sofferenze inaudite, anche la somma di quelle quotidiane fanno una croce, a ciascun giorno basta la sua pena (Mt 6,34).

E’ difficile da dire e da accettare, perché giustamente noi non cerchiamo la sofferenza, ma la gioia. Però l’amore vero, totale, ha la sua più grande epifania nella sofferenza. La Croce di Cristo, in tal senso, è emblematica. Ciò non significa amare la sofferenza, tentazione diabolica di un certo cristianesimo, ma saper riconoscere che attraversando la sofferenza/deserto si mostra la verità dell’amore che nutriamo per una persona o che una persona nutre per noi.

Per cui una coppia che non abbia attraversato una qualche forma di sofferenza e ne sia uscita unita, nonostante quella sofferenza, forse non ha ancora saggiato davvero il proprio amore.

L’amore vero è, così, quello che sa attraversare il deserto, anziché lì morire o smarrirsi. Perché lì, nel deserto, si può morire e ci si può perdere. L’amore vero, invece, è quello che riesce ad uscirvi vivo.

L’uomo o la donna della propria vita è chi riesce ad attraversare con noi il deserto, chi, anche nella sofferenza, sta lì, nell’aridità, nel luogo più inospitale, dove ad aver la meglio sembra sia la morte. 

Ecco, chi riesce a stare con noi in questo luogo folle e solitario, dove siamo solo noi e il tremendo nulla intorno, questi è la persona che ci ama davvero, questi è quella persona che insieme a noi vuole camminare verso l’eternità del nostro amore.

Il deserto, all’interno di una storia d’amore, può essere essenzialmente di due tipi: quello generato dalla propria libertà, dal proprio volere (un esempio su tutti il tradimento), e quello subito da una forza esterna che non dipende dalla propria volontà (malattia; disparate difficoltà della vita).

Al sopravvenire di queste situazioni molte coppie si separano, più nel primo caso che nel secondo. Ed è normale che avvengano queste separazioni. Il deserto non è luogo dove tutti riescono a stare, è il posto del grande vuoto e della sterilità, e non a tutti piace rimanervi a lungo.

Per cui se è vero che la sofferenza mette alla prova l’amore, ne rivela la qualità e la verità, ossia se quell’amore è vero, se ha a che fare, in qualche modo, con la Verità, è altrettanto vero che nessuno vuole rimanere per sempre nel deserto. La speranza è sempre quella di uscirci, di arrivare, prima o poi, alle verdi praterie, nei luoghi dove scorrono latte e miele.

Può essere che alcune coppie, per esempio a causa di alcune malattie, che inchiodano il malato nel suo deserto, a volte per tutta la vita, possano erigere una tenda regale proprio lì, nel desertico nulla, e, sempre lì, rivelare al mondo tutta la grandezza del loro amore. 

Tuttavia nessuna di queste vorrebbe rimanere realmente in quella sofferenza e, se fosse possibile, pianterebbe la tenda sponsale in altri luoghi.

Nessuno vuole restarvi, a maggior ragione se ci si è trovato contrariamente alla propria volontà, se, in qualche modo, si è visto trascinare lì.

Il deserto resta il luogo da cui uscire. Si pensi alla storia d’Israele che, dopo la fuga dall’Egitto, rimane, un po’ vagando, nel grande deserto del Sinai. Non per due giorni, ma per quarant’anni. Ma l’obiettivo del popolo, di Mosè, è arrivare ad abitare la Terra Promessa, non il deserto. Anche Gesù, sospinto dallo Spirito, si ritrova in questo luogo inospitale, ma vi rimane per un breve frangente della sua vita, quaranta giorni. Poi torna nelle floride pianure della Galilea.

Perché laggiù, nel deserto, manca l’acqua, manca il cibo, manca la vita. È luogo di morte o che porta precocemente alla morte. Luogo di allucinazioni e di tentazioni. Ce lo hanno insegnato bene i padri e le madri del deserto. È proprio lì che Evagrio Pontico ha conosciuto, elencato e spiegato come combattere gli otto vizi capitali, quelli che lui chiamava i pensieri cattivi. 

Nessuno, insomma, vuole davvero rimanervi, a meno che non si tratti di profonde scelte individuali e di matrice principalmente ascetico-religiosa.

Eppure, in qualche modo, noi tutti sappiamo che la dimostrazione d’amore della persona che ci sta accanto, il suo amore per noi, si mostra chiaramente proprio in questi momenti. Magari facciamo soffrire la persona che ci ama, ma è lei stessa, con la propria forza, non con la nostra, con il proprio amore, più che con il nostro, è lei, trascinata da noi nel deserto, contro la sua volontà, che ci trascina fuori da quel luogo, ci prende per mano e ci conduce oltre il nulla che stavamo creando.

A tal proposito ricordo una frase di una persona a me molto cara che, anni fa, davanti al tradimento della donna amata, mi disse: “Io, per lei, andrei anche nel deserto.”

L’unica cosa che seppi rispondergli era che quel suo amore era della stessa qualità dell’amore di Dio. Perché un amore che di fronte al tradimento, uno dei dolori più gravi che si possano subire, sa, non solo perdonare, ma amare più di prima, può essere solo divino. 

Sembra folle, perché è come dire “hai sbagliato, ti amo ancora di più”. Pare non avere alcun senso, sembra completamente illogico. Eppure c’è, esiste, anche questo tipo di amore, di cui Gesù parla nei Vangeli e che possiamo constatare anche nelle nostre vite.

Similmente il profeta Osea, in un passo famosissimo, nella sofferenza per essere stato tradito dalla moglie, diceva: 

Perciò, ecco, io la sedurrò,

la condurrò nel deserto

e parlerò al suo cuore.

(Os 2,16)

Letteralmente l’ebraico vorrebbe parlerò sul suo cuore, quasi a marcare l’intimità che lì, nel deserto, s’instaura tra i due, lontani da tutto e da tutti.

Ne emerge che il deserto non è solo il luogo della sofferenza, ma anche quello in cui è possibile ricostruire il proprio amore, in cui è possibile salvarlo. Soprattutto, non va dimenticato che il deserto è uno dei luoghi principali delle teofanie, in cui Dio si manifesta. È luogo sacro. Proprio perché lì nulla ci può distrarre, esteriormente, proprio grazie a quel vuoto, possiamo accorgerci di Dio, della sua presenza.

L’uomo non è solo nel suo deserto, Dio è sempre con lui. Ed è così anche per la coppia. Attraversando quei luoghi desertici meglio può accorgersi della sua presenza, del suo essere lì con loro, per aiutarli ad uscire, non a rimanere.  Sono venuto a liberarlo dalla schiavitù degli Egiziani, lo farò uscire da quel paese e lo condurrò verso una terra fertile e spaziosa dove scorre latte e miele (Es 3,8).

E così, irrigati dall’amore di chi ci ama e da quello da cui quello stesso amore sgorga, possiamo vedere fiorire il deserto, possiamo vederlo verdeggiare, come accade in Giudea, nelle stagioni più belle.

Il titolo di questo articolo è preso da una delle canzoni più belle di fra Federico Russo, Il canto dell’Amore. È un testo che descrive la vicinanza di Dio proprio nei momenti in cui l’uomo si ritrova nel deserto. Ma è anche una canzone che si può dedicare alla persona che si ama.

Se dovrai attraversare il deserto

Non temere io sarò con te

Se dovrai camminare nel fuoco

La sua fiamma non ti brucerà

Seguirai la mia luce nella notte

Sentirai la mia forza nel cammino

Io sono il tuo Dio, il Signore

Sono io che ti ho fatto e plasmato

Ti ho chiamato per nome

Io da sempre ti ho conosciuto

E ti ho dato il mio amore

Perché tu sei prezioso ai miei occhi

Vali più del più grande dei tesori

Io sarò con te dovunque andrai

Non pensare alle cose di ieri

Cose nuove fioriscono già

Aprirò nel deserto sentieri

Darò acqua nell’aridità

Perché tu sei prezioso ai miei occhi

Vali più del più grande dei tesori

Io sarò con te dovunque andrai

Dovunque andrai

Perché tu sei prezioso ai miei occhi

Vali più del più grande dei tesori

Io sarò con te dovunque andrai

Io ti sarò accanto sarò con te

Per tutto il tuo viaggio sarò con te

Io ti sarò accanto sarò con te

Per tutto il tuo viaggio sarò con te

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