Mi manchi. L’assenza dell’amato come prova dell’amore e della sua tensione all’eterno

| di Alberto Trevellin |

Noi viviamo di mancanze e la misura di queste, il quanto ci manca una cosa, un luogo, soprattutto una persona, è la prova del nostro amore per quella cosa, quel luogo, quella persona.

L’amore, infatti, è forse più mancanza che presenza. Vive, certamente, momenti di pienezza, di sublimità, di totalità, ma sono appunto momenti, attimi. Durano qualche istante, un’ora, qualche giorno, raramente qualche mese. Durano nel senso che hanno un inizio e una fine, non sanno ancora eternare, essere temporalmente infiniti.

Ma sono proprio questi momenti, che possono anche essere tanti in una vita, a dirci la verità di un amore. Perchè, poi, noi, a questi attimi, a queste sublimità, a questi frammenti d’eternità, torniamo sempre, come api, a suggerne il polline.

Il loro pensiero, il voler tornare quanto prima a quegli istanti, che hanno il sapore dell’eterno, il tornarci con la mente, ma ancor più concretamente riviverli quanto prima, riassaporarli, dice la verità di quell’amore, dice che siamo innamorati. Torniamo ad essi perché ci manca ciò che evocano, l’amore che abbiamo conosciuto.

Quand’è che possiamo dire che amiamo veramente? Non tanto quando diciamo ti amo, forse, ma piuttosto quando affiorano alle nostre labbra altre due parole: mi manchi.

Mi manchi è forse la più bella frase d’amore. Due parole appena, per dire tutta la profondità, tutto l’abisso del nostro amare. È una frase che sottende il ti amo, ma ancor di più dice ho bisogno di te, ti vorrei qui, alla mia felicità manchi tu.

E la mancanza dell’amato o dell’amata non è solamente dettata da una lontananza fisica, per cui uno dei due è lontano e non ci si può incontrare. Anche il ritmo delle nostre giornate, la frenesia dei nostri tempi, impegni di varia natura, possono creare lontananza con le persone che ci stanno intorno, che amiamo più della nostra vita. 

Con quel mi manchi, quindi, non vogliamo altro che ribadire, con forza, nonostante il sentimento nostalgico che accompagna le due parole, il nostro grande amore, il nostro desiderio d’amore infinito che vorremmo vivere, ma che ancora, nella sua assolutezza, ci è precluso.

Quanto più ci manca l’amato, tanto più possiamo dire di essere innamorati, di amare qualcuno.

Se la persona amata non ci mancasse, potremmo avere ragionevolmente dei dubbi sulla verità dell’amore che credevamo di nutrire nei suoi confronti.

Perché durante la giornata pensiamo all’amato, all’amata? Perché con la mente andiamo ai momenti felici trascorsi insieme e a quelli futuri, che ardentemente desideriamo realizzare? Perché sentiamo questo sbilanciarsi di tutto il nostro essere verso queste persone, questa tensione costante verso di loro, questo voler andargli incontro in qualche maniera? Ci capita anche con i morti, con chi non c’è più… cos’è questo sentire nei loro confronti, questo amore che permane, nonostante il loro non essere più al nostro fianco?

Solo l’amore può giustificare questo nostro “tendere a”. L’unico motivo che spiega questo stato d’animo è l’amore che proviamo per loro. È l’Omega verso cui stiamo andando.

Senza questo stato d’animo, senza questa percezione dell’amato come di un assente, nonostante il suo essere vivo e presente, da qualche parte, non potremmo, credo, dire di amare davvero un uomo o una donna.

Per dire che l’amiamo, dobbiamo anche riuscire a dire che ci manca. Non che debba essere una costante, perché alla fine cerchiamo sempre di ritornare alla sua presenza, ma che debba esserci almeno un po’ di percezione dell’assenza dell’altro, dell’amato, come di colui che manca, che mi manca, è elemento indispensabile per ogni storia d’amore.

Perché proprio questa nostalgia dell’amato, come di colui a cui sempre si desidera ritornare, il sentirne a volte la mancanza, dice il nostro profondo desiderio di realizzare un amore che sia pieno. Non è solo un tendere all’amato perché amato, ma un tendere a lui cercando la pienezza dell’amore che, in questa vita, vive solo di sprazzi di totalità, di frammenti di eternità, appunto. È un cercare di arrivare ad un amore perfetto, completo, dove l’altro non è più l’assente, ma il per-sempre-presente. 

E alla fine, con questa nostalgia della persona che amiamo, noi altro non facciamo se non desiderare un amore eterno, perché abbiamo sperimentato e conosciuto, attraverso le nostre storie d’amore, un amore più grande del nostro, dal quale tutto dipende e dal quale tutti affioriamo.

Ogni storia d’amore è un bulbo di fiore piantato nella terra dell’amore di Dio.

È di Lui, infine, che abbiamo nostalgia. 

Quando ci mancano l’amato o l’amata, inevitabilmente ci manca Lui, la fonte di ogni amore, senza la quale nessun umano amore sarebbe possibile.

Cogliamo così, come illuminati, che l’infinito amore di cui abbiamo bisogno già qui, che ci fa balbettare o urlare mi manchi, che già ora vorremmo realizzare con chi amiamo, proprio a Lui sta tendendo. 

Ogni amore è in cammino verso quell’Amore abissale, totale, che noi tutti sentiamo di voler realizzare. Ogni amore umano veleggia verso l’approdo dell’amore divino, dove non sarà più il mi manchi a provare il nostro amore, ma un eccoti eterno, che già qui sperimentiamo come frammento di luce e di verità, come segno della pienezza d’amore cui tutti agogniamo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *