| di Alberto Trevellin |
E la voce dei bambini è più pura della voce del vento nella calma della vallata.
Charles Péguy – Il portico del mistero della seconda virtù
Capita spesso che i bambini ci sorprendano, con i loro giochi, con le loro invenzioni, le loro battute, con la loro percezione del mondo. Tante volte ci lasciano senza parole, proprio perché non sappiamo come ribattere a certe loro affermazioni, che chissà dove sono andati a trovarle.
Di non riuscire a rispondere nulla, perché quelle parole avevano già detto tutto, mi è capitato qualche giorno fa, mentre stavo andando con mia figlia Teresa al rifugio Treviso, nelle Dolomiti di Primiero e Castrozza, una classica che lei stessa ha definito come “nostra tradizione”. E già su questo, sulla capacità di una bambina di sette anni di interpretare un gesto come “nostra tradizione”, ci sarebbe da fare un discorso.
La strada per il rifugio è semplice e saliamo serenamente. Lei parla, parla, parla, anche in salita. Sorride, s’incanta davanti alle montagne. Al rifugio mangiamo spaghetti. Il piatto è molto generoso, ma la bambina ha fame e non lascia nulla, anzi, ordina anche un piatto di polenta. Troppo sazi per rimetterci subito in cammino, ci sdraiamo fuori, sulle panche che costeggiano il muro. Prendiamo il sole, che va e viene. Ci addormentiamo. Dopo un po’, venti minuti, decidiamo che possiamo cominciare a rientrare.
Di nuovo lei riprende la parola, ogni tanto resta indietro, io l’aspetto e di nuovo ricominciamo con i nostri discorsi.
Ad un certo punto ci fermiamo lungo il sentiero, per bere. Siamo soli, io e lei.
– Guarda, Teresa, le cime immense, guarda che luce e senti che silenzio.
Lei guarda davvero, penetra con gli occhi, cioè con l’anima, le pareti dolomitiche che ci stanno di fronte. Sta così per alcuni secondi. Poi si gira verso di me.
– Papà, mi è venuto un brivido mentre guardavo. Per me era l’amore di Dio.
– Anche secondo me… anche secondo me, Teresa.
Si rimette in cammino come nulla fosse e io non posso che starle dietro.
Dovremmo tutti tornare a questo sguardo bambino, riappropriarcene. Tornare tutti a questo sguardo che di fronte alla maestosità del creato, non coglie, come noi adulti, solamente lo sturm und drang, il senso del limite, la morte o, peggio, solo un sasso enorme illuminato da una delle tante stelle del nostro universo, ma, più schiettamente, in modo più immediato e semplice, l’amore di Dio. Occhi che vanno dritti al sodo. Che cosa dice, infatti, a una bambina, una montagna illuminata dal sole? Che Dio ti ama.
Che occhi ci vogliono per sentire quel brivido salire per la schiena? Come bisogna tornare a guardare per sentirlo? Proprio gli occhi di un bambino, che insieme alla ragione sa ancora usare il cuore per guardare il mondo. Occhi stupefatti.
Non si vede bene che col cuore… dice la frase più famosa di Antoine de Saint-Exupéry, nel suo Il piccolo principe. Un libro che ricorda a ciascuno una verità sacrosanta: tutti siamo stati bambini, ma ce lo siamo dimenticati.
Ecco quali occhi ci servono per sentire quel sussulto. Occhi di bambino, che colgono all’istante la verità delle cose, la presenza di Uno che ti ama e te lo dice in maniera limpida, attraverso la bellezza della natura che s’innalza di fronte a te.
Questa rivelazione di Teresa mi ha ricordato un episodio a cui ho assistito qualche anno fa.
Non lontano da quel sentiero, dall’altra parte delle Pale di San Martino, al passo Rolle, in un martedì mattina di fine gennaio, mi era capitato di sentire qualcosa di simile dalla bocca di un “bambino” di circa quarant’anni.
Con mio papà ci stavamo ristorando alla Capanna Cervino. Proprio di lì passano le piste da sci.
La giornata era magnifica. Cielo terso e sole gagliardo. La neve dappertutto.
Due uomini scendevano veloci dalla pista di fronte a noi, salvo fermarsi di colpo a qualche decina di metri dal rifugio. Poi si tolgono gli sci, la maschera e il casco. Fanno per venire verso la Capanna, ma uno di loro si blocca, rapito dalla luce che colpiva in quel momento il Cimon della Pala.
E qui bisogna riportare il suo monologo ad alta voce, in lingua veneta.
– Ohhh! Vara che beessa! Vara che beessa! Vara e montagne! Mi ghé credo in Dio! Ti ghé credito? Mi ghé credo! Vara che roba!
Che tradotto suona così: – Ohhh! Guarda che bellezza! Guarda che bellezza! Guarda le montagne! Io ci credo in Dio! Tu ci credi? Io ci credo! Guarda che roba!
Sul momento ho sorriso, ma poi mi sono detto: – Ecco uno che ha detto una verità. Ecco un uomo che ha ancora gli occhi di un bambino e sa stupirsi di fronte alla bellezza.
Per lui le Pale di San Martino, le montagne, in quel momento, si ponevano come il segno più evidente (e più bello) dell’esistenza di Dio. Non occorreva ragionarci troppo, era ovvio. La sola loro esistenza si poneva come ragione sufficiente.
Com’è possibile che esistano montagne così belle? È ovvio che solo Dio può fare una cosa simile. E va bene i millenni di evoluzione terrestre, va bene le spinte telluriche, ma quella bellezza, quella là, di fronte ai miei occhi, cosa può voler dire se non che Uno ti sta dicendo qualcosa?
Auguriamoci sempre di sentire il brivido di Teresa e di quel “bambino”, il sussulto del cuore di fronte alla bellezza del creato, vera via pulchritudinis, a tutti accessibile. Ricordiamoci che siamo stati bambini e che l’unico modo per “sentire” davvero le cose è tornare a vedere il mondo con quegli occhi, stupefatti d’amore.