| di Alberto Trevellin |
Le linee della vita sono molteplici,
Sono come sentieri, e come limiti dei monti.
Ciò che qui siamo, là può completarlo un dio
Con armonie e con eterne mercede e pace.
Friedrich Hölderlin
Non c’è viaggio che non sia anche viaggio interiore, tutti noi lo sappiamo bene. Solo un viaggiatore distratto o un turista che si prefigga come scopo solo quello del tour, di girare, appunto, non si rende conto che quel che accade fuori, all’esterno, durante i nostri viaggi, riecheggia anche nella nostra interiorità. Il viaggio, in qualsiasi sua forma, tocca sempre la nostra dimensione interiore. È inevitabile che ciò accada, perché tutto quello che vediamo e che esperiamo impatta con i moti dell’anima e, durante il nostro andare, questo avviene spesso.
Bisognerebbe essere sordi e ciechi a non sentire un moto interiore mentre osserviamo, pur nel frastuono circostante e dietro il suo spesso vetro, la Pietà di Michelangelo, nella Basilica di San Pietro. Bisognerebbe essere sordi e ciechi a non sentire niente mentre contempliamo il Cimon della Pala, al Passo Rolle, nelle Dolomiti, all’imbrunire di una calda giornata di mezza estate o, magari, mentre nuotiamo sopra l’abisso, di cui ancora vediamo il fondale, nel nostro Mediterraneo, culla di popoli e divinità. Bisognerebbe essere sordi e ciechi a non sentire nulla mentre visitiamo, guardiamo e ascoltiamo tutto quello che andiamo cercando, o che ci capita senza volere, nei nostri viaggi.
E l’elenco della bellezza sconfinata che ci circonda, potrebbe non finire mai.
Solo la distrazione e la superficialità non fanno del viaggio esteriore anche un viaggio dentro di noi, capace di dirci, meglio, di annunciarci qualcosa in più della realtà che ci abbraccia, di farci cogliere il frammento di verità celato in tutte le cose che si palesano dinnanzi ai nostri occhi.
Ma se il nostro viaggiare, a meno che non siamo distratti, porta sempre con sé un interrogativo, se è sempre viaggio interiore, che nome diamo a quei giorni splendidi che accompagnano il nostro andare?
I termini “ferie” e “vacanze”, con i quali spesso esordiamo per dire ad amici e colleghi dove siamo stati, non sembrano esaustivi nel definire la nostra esperienza, quello che abbiamo provato in quei giorni, lontani da casa, lontani dal lavoro. Dire “sono stato in ferie”, “sono stato in vacanza”, sembra quasi ridurre il nostro andare agli obblighi della società dei consumi, di cui, oggi, anche certe forme di viaggio rientrano a pieno titolo. Capiamo subito che queste formule non riescono a dire tutto quello che è stato, ad esaurire, appunto, tutto ciò che è accaduto fuori e dentro di noi. Che non vanno bene, che non dicono tutto, sebbene “vacanze”, dal latino vacans, in realtà potrebbe ben rendere l’idea, perché indicano il nostro essere “vuoti”, “liberi da”, in particolare dal lavoro.
Per la moltitudine di significati che porta con sé il termine “viaggio”, dire “sono stato in viaggio”, meglio si addice, forse, a quello che vorremmo trasmettere, di cui vorremmo parlare.
Però c’è ancora un altro termine, altrettanto gravido di senso, che in questi casi, dei viaggi non distratti, può, credo, essere fedelmente utilizzato senza necessariamente tradire la sua dimensione strettamente religiosa. Si tratta di “pellegrinaggio”, da per-agros, “per i campi”, perché da lì, solitamente, arriva ancora oggi il pellegrino.
“Pellegrinaggio” si può a buona ragione usare anche per dire dei nostri viaggi, perché il pellegrino non è uno che va a fare un giro, un tour, che parte per qualche luogo solo perché non sapeva cosa fare a casa o perché aveva dei soldi da spendere. Il pellegrino è uno che parte da casa per raggiungere una meta, un posto preciso, perché ha una domanda dentro che gli causa un sano turbamento, che si traduce in un ardente desiderio di andare in cerca della verità e della bellezza.
A questo punto ogni viaggio può diventare un pellegrinaggio, basta che sia mosso da questo desiderio, da questa sete, di conoscenza, di amore per la bellezza, dalla volontà di cogliere la verità frammentata nel reale per intravederne la totalità. Se sto cercando qualcosa, allora il viaggio è un andare anche attraverso la nostra interiorità.
E se è vero che ogni viaggio è viaggio anche interiore, quindi dell’anima, diciamo così, pur correndo il rischio di essere dualistici, non può non essere viaggio della ricerca di Dio. Perché di anima si parla spesso oggi, in modo molto romantico e vago, ma l’anima, sia nella storia della filosofia che in quella dell’ebraismo-cristianesimo, delle grandi religioni, rappresenta la dimensione umana capace di entrare in relazione con il divino. Non è possibile parlare dell’anima senza chiamare in causa Dio.
Diciamo viaggio interiore, cioè dentro di noi, ma dentro dove? Dov’è che abbiamo questa percezione che quello che sta accadendo fuori riguarda anche la nostra intimità più recondita? Dove collochiamo questo sentire? Nella nostra mente? Ma così non corriamo il rischio di far diventare quell’esperienza del reale come un mera elucubrazione?
Se è interiore ha a che fare con l’anima, se ha a che fare con l’anima, ha a che fare con Dio. Ogni viaggio interiore è sempre, in qualche modo, verso Dio.
E questo veleggiare in noi, ci porta a riflettere proprio sull’ultimo viaggio, quello che a Dio conduce.
Ogni viaggio è mosso da una partenza e “partire” condivide la stessa radice di “parto”, cioè venire alla luce, andare verso la luce. Cerchiamo la luce, infatti, in quei giorni di vacans, non le tenebre.
Il gesto di partire porta con sé, quindi, l’idea dell’ultima partenza, della morte, ma anche del definitivo venire alla luce. Quante volte dei morti se ne parla come di coloro che sono “partiti”? Di coloro che “se ne sono andati”, quindi partiti? Di coloro che sono ri-nati a nuova luce?
L’isola, in tal senso, rappresenta forse l’esempio più emblematico nel trasmetterci questa idea dell’Oltre.
È una terra dall’altra parte del mare, noi non la vediamo, ma sappiamo che c’è. Qualcuno, che ci ha preceduto, ce l’ha detto. Non la vediamo perché tra noi e lei sta l’immensità marina, il suo orizzonte infinito, che pare non finisca mai. Sostiamo sulla spiaggia che, assieme ai crinali dei monti e alle loro cime, è luogo della soglia. Per raggiungerla dobbiamo attraversare questa immensità, quest’acqua che è simbolo sia della vita che della morte. Lo si comprende meglio se si attraversa il mare con la nave, antico e ancestrale simbolo dei trapassi. Non si ha la stessa percezione viaggiando in macchina o, peggio, con l’aereo.
L’immenso mare che separa noi da lei, trasmette in maniera perfetta l’idea dell’abisso che separa i vivi dai “partiti”.
L’aurea di sacralità che da sempre avvolge il viaggio è vecchia quanto l’uomo, basti pensare che le opere fondanti dell’Occidente, e non solo, sono storie di viaggi. A partire dalla Bibbia, quasi un lungo elenco di viaggi, quantomeno di gente nomade, girovaga, inquieta, che continuamente andava dove Dio diceva di andare. Lapidario il “Vattene dalla tua terra […] verso la terra che io ti indicherò” (Genesi 12,1), con cui Dio sconvolge l’esistenza di Abramo, dando il via a questo peregrinare biblico.
Per passare all’Odissea, il libro del ritorno, del viaggio verso Itaca, con tutto quello che Itaca significa, per approdare alla Divina Commedia, un lunghissimo cammino in 100 canti e 14233 versi.
Viaggio, quindi, che ha sempre fatto parte delle nostre fibre, dei nostri racconti.
Ma mentre fino a poco tempo fa il viaggio non motivato da cause lavorative era cosa per pochi, ricchi, che potevano stare distanti da casa e dal lavoro, è solo di recente che viaggiare, nel senso di andare via, per un periodo breve o lungo che sia, si è reso possibile alle masse. Addirittura oggi si parla di iperturismo, sembra quasi impossibile stare fermi, non andare, non girare…
Questa possibilità di andare via, lontani dalla propria casa, dal proprio lavoro, da soli, con amici o con la propria famiglia, questo poter fare, ogni anno, un viaggio, un andare fisico, che diventa anche viaggio interiore, può farci sperimentare, credo, un frammento di Paradiso, del Giardino.
Quando si afferma o si legge che il Paradiso non è una realtà che si deve solo attendere, ma che, in qualche modo, già qui e ora si può esperire, bisognerebbe chiamare in causa, tra le molte possibilità, anche questo nostro poter viaggiare, farci pellegrini. Possibilità che deve anche essere considerata come una grazia ulteriore elargita dal buon Dio, perché è chiaro come il sole che a due terzi della popolazione umana questa opportunità è preclusa.
Questa possibilità che ci è concessa e che noi facciamo nostra, in qualche maniera si fa preludio della gioia e della pace che ci attendono.
A volte, anche solo per un attimo, quel tanto che basta per donarci speranza e coraggio, anche solo per un istante, si apre in noi una fessura, quasi di porta, da cui esce una luce abbacinante, di fronte alla quale riusciamo a dire solo “è così, sarà così”. Si presenta come evidenza, come realtà altra rispetto a quella che sta fuori di noi. Certo non accade solo durante i nostri viaggi, ma in quei giorni è possibile vedere e sentire meglio molte cose.
Questo sentire interiore, questo intravedere attraverso l’oggi che cosa sarà l’eterno, quindi cogliendo già ora qualcosa di quell’eterno, si rende possibile grazie ad alcuni aspetti, eventi che percepiamo intensamente in quei periodi.
Il primo è certamente quello che riguarda la gioia grandeche ci accompagna in quei giorni magnifici e che meglio riusciamo a cogliere quando è condivisa con le persone che amiamo.
Questa gioia, pura, vera, questo suo apice, offuscato durante gli altri periodi dell’anno, non è per caso, ma si presenta come una grazia, un annuncio. Mi dice che un certo tipo di felicità esiste, che può esserci e che posso farne esperienza. Non è solo una favola, un racconto per farci stare buoni, ma qualcosa di concreto, che si può toccare, di cui si può fare esperienza.
Questo tipo di gioia, intesa come picco, come apice, è chiaramente un momento particolare che non avviene tutti i giorni. La famosa ricerca della felicità, come status di gioia perenne, è un inganno, non esiste, anche solo per il semplice fatto che il nostro stesso corpo non potrebbe sopportare un stato permanente di euforia. Da un punto di vista biologico, noi siamo, piuttosto, un alternarsi di stati d’animo, che variano in base a diversi fattori, molti dei quali non dipendono da noi.
La felicità non consiste tanto nella sua affannosa ricerca, ma semmai nell’accorgersi della sua presenza, ogni giorno. Nell’avere, quindi, occhi capaci di coglierla nel vivere quotidiano.
In questo senso, non è forse uno dei momenti di gioia più vera il potersi sedere a tavola, la sera, insieme alla propria famiglia?
Ma quella che sperimentiamo in maniera così chiara in quei giorni sereni, fa risaltare, in noi, anche alcuni interrogativi: cos’è questa cosa che sento? Da dove viene? Qual è la sua origine? Come è possibile? Cos’è questo stare così bene, senza affanni, assilli, problemi?
La consapevolezza che questo tipo di gioia, il suo apice, può durare per alcuni attimi o per alcuni periodi, anche lunghi, ci permette di comprendere la dimensione della grazia che la avvolge. Farne esperienza, cioè, è una grazia maggiore che ci è data, un di più che, sapendo ben guardare tra i moti dell’animo, può aiutarci a scorgere la fonte di questa felicità.
Il secondo aspetto è legato all’incontro con la bellezza, perché solo un folle sceglie di mettersi in viaggio verso ciò che è brutto. Noi scegliamo posti belli da vedere, in cui stare, perché abbiamo bisogno della bellezza, perché non possiamo vivere senza di essa e se dobbiamo spendere dei soldi, tanti o pochi che siano, scegliamo di spenderli per qualcosa di bello. Cogliamo in questa una forza di redenzione che, andando a disturbare ancora una volta il genio di Dostoevskij, ci fa percepire che solo la bellezza salverà il mondo, e quindi noi.
Cos’è questa bellezza che io colgo? Ecco, sì, partiamo da qua. Cos’è questa percezione di bellezza e bontà delle cose che mi circondano? Cos’è questo apparire ai nostri occhi di ciò che suscita in noi meraviglia e stupore, tanto da farci esclamare spesso “vorrei vivere qui!”, “qua è un Paradiso!”, “qui si sta da Dio!”?
La bellezza che incontriamo durante i nostri viaggi ci interpella, è lì per chiederci qualcosa e per aiutarci a porci delle domande. Molte volte è soggettiva, perché il senso e il giudizio estetico parla a ciascuno di noi in modo molto singolare, ma tante volete è comune, è qualcosa di cui tutti ci rendiamo conto. Un caso su tutti, il tramonto sul mare. Blasonato, violentato, iperfotografato, ma pur custode di una bellezza innegabile e di una poesia che dura un istante.
E la bellezza ha a che fare con la luce. Nel viaggio, infatti, noi cerchiamo una luce o, ancor meglio, la luce, la sua origine, quella che sa squarciare le tenebre dentro di noi. Cerchiamo questi bagliori che il nostro mare, il Mediterraneo, ci dona dall’alba al tramonto e che riverberano non solo nel suo moto, ma anche in quelli della nostra anima.
Come con la gioia, sorge quindi la domanda non solo sulla sua origine, ma anche sul suo perché. Non è infatti solo una questione di dire “da dove viene questa bellezza?”, ma anche “perché c’è questa bellezza? Perché riesco a rendermene conto? Che cosa vuol dire a me, adesso che sono qui, al suo cospetto?”
Proprio perché il suo senso è spesso individuale, dovrebbe almeno sorgere il dubbio che qualcuno, proprio con quella particolare bellezza, che è solo mia, perché solo io la so percepire, perché solo io riesco a coglierla, non mi stia dicendo qualcosa, e non voglia, magari, entrare in relazione con me.
Il terzo aspetto è quello che cogliamo nella sensazione di pace, del nostro “stare in pace”, che emerge soprattutto grazie ad un evento: la cessazione del lavoro.
Si dice che poter fare il lavoro che si ama significa non lavorare per tutta la vita. Eppure quanti amanti, quanti maestri di ogni lavoro, ad un certo punto altro non desiderano se non la fine di quello stesso lavoro? Perché dopo quarant’anni di attività, salvo rari casi, uno capisce che è tempo di ritirarsi? Perché ogni giorno, nei nostri giornali, parliamo della pensione, a volte in maniera quasi spasmodica? Perché cerchiamo di capire quanto manca alla fine del benedetto/maledetto lavoro? Forse è perché tutti intuiamo che “lavorare stanca”, come diceva Pavese e che, ad un certo punto della vita, è giusto che possa e debba cominciare il buen retiro. Solo l’arte, chi ha a che fare con essa, non pensa ad una cessazione in tal senso. Uno potrebbe insegnare architettura e volere, ad un certo punto, ritirarsi dall’insegnamento, ma con tutta probabilità continuerebbe a dipingere come ha sempre fatto.
È vero che quando possiamo godere di un viaggio molto lungo, ad un certo punto, sorge in noi il desiderio di tornare a casa, sia come abitazione, sia come sinonimo delle cose di tutti i giorni. Dalle ferie alla ferialità, quindi anche al nostro lavoro, sempre che ci piaccia. Però, soprattutto ad una certa età, sogniamo la cessazione del lavoro e quel sentire di pace che solo quel terminare, quel finire, ci procura.
Benché teologicamente possiamo sostenere la possibilità che la creazione di Dio, il cosmo, sia in continuo divenire, una creazione perpetua, guardando bene a Genesi ci rendiamo conto che anche Dio, dopo sei giorni, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli aveva fatto creando. (Gn 2,2-3)
Dio stesso cessa dal suo “fare”, dal suo “lavorare”. Non ci è detto che poi la creazione riprende, che Dio si rimette all’opera. Ci è detto però che è solo il settimo giorno ad essere benedetto e consacrato. I versi precedenti non ci dicono che Dio benedice i giorni. Gli unici ad essere benedetti sono gli animali e l’uomo. È solo il settimo giorno a ricevere questa benedizione, ad essere bene-detto. Ma non solo è benedetto, il settimo giorno riceve anche la consacrazione, Dio lo rende sacro in modo del tutto eccezionale rispetto agli altri giorni. E questo perché? Perché il lavoro è concluso, finito, è stato portato a compimento.
Questo cessare allora, che noi ben prima della pensione possiamo sperimentare, ci procura una pace profonda, sentiamo anche noi la benedizione di quei giorni, il loro divenire sacri.
È allora che possono affiorare al nostro cuore e alle nostre labbra due parole, incipit di una preghiera per coloro che hanno cessato non solo il lavoro, ma anche questa vita: eterno riposo.
Che cos’è davvero per noi l’ “eterno riposo”? Ci pare sciocco pensare che possa essere solo una sorta di dormire eterno, mentre ci sembra che il vero riposo, dell’eternità, corrisponda più che altro ad un fare che sa donare pace e gioia eterna. L’eterno riposo è un’azione liberante.
Per questo noi potremmo definire “riposo” anche tutte quelle azioni che generano in noi quello che noi stessi definiamo “riposo”, ciò che permette l’affiorare sincero della pace. Riposo è quindi più azione che immobilità. Potrei, infatti, sentirmi più riposato nel camminare, cucinare, curare il giardino che non stando disteso a lungo sul divano.
La cessazione del lavoro, d’altra parte, ha a che fare anche con la cessazione della scansione temporale della nostra giornata, una scansione a cui siamo obbligati e di fronte alla quale, giustamente, non possiamo abdicare.
Durante i nostri viaggi, a meno che anche lì non si segua una precisa tabella di marcia, sperimentiamo un dilatarsi del tempo, perché non devo più fare quello o questo che qualcuno mi ha detto di fare, non devo più andare di lì o di là secondo le indicazioni di un altro, ma, al contrario, sono io stesso ad avere a disposizione il tempo, posso decidere io quanto tempo dedicare ad una cosa, quanto ad un’altra etc. Sperimentiamo così il tempo non più nel suo limite, nella sua scansione oraria, dei minuti e dei secondi, tipico delle giornate lavorative, ma nel suo fluire e scorrere lungo tutta la giornata, a volte senza neppure più essere capaci di capire che ore siano.
Il saggiare il tempo in questa maniera, nella nostra libertà, deve avere necessariamente a che fare con il “tempo” del dopo, con l’eternità, con l’eterno presente. Se “vacanza” significa anche “essere liberi”, allora questa libertà riguarda anche la libertà dal lavoro e, quindi, dal tempo inteso nella sua dimensione lineare, scandita, programmata.
Pertanto, questo sentire già ci dice, già ci preannuncia, che cosa agogniamo in fondo al nostro cuore, ossia la pace totale e profonda che abbiamo percepito, nel suo frammento, durante quei giorni lieti e che in modo del tutto particolare si manifesta nei giorni di viaggio.
Infine, un ultimo aspetto riguarda certamente la dimensione della festa.
Tipico di quei giorni di vacanza è infatti il poter vivere all’interno di una sorta di festa quotidiana, costante, che invece ci è preclusa nella ferialità.
Il poter stare con le persone che amiamo, poterci sedere a tavola con loro, farsi accompagnare dalla musica che più ci piace c’introduce al concetto di festa perpetua.
Quando infatti ci sediamo ad un ristorante lungo il mare o ad un rifugio d’alta quota, quando con i nostri amati possiamo condividere il cibo, gustare con loro i frutti della terra e del lavoro dell’uomo, il vino, che tanto valore ha nella nostra cultura, quando nell’aria si diffonde una canzone che perfettamente si adatta a quell’ambiente, allora la nostra interiorità si dilata e solo una cosa vorremmo, solo una cosa dentro di noi sentiamo veramente e desideriamo con tutti noi stessi: che la festa non finisca mai, che la gioia che stiamo provando in quelle ore magnifiche non termini, ma possa continuare in eterno.
Cos’è quindi questa gioia grande di stare insieme, condividendo cibo, passi e carezze con chi ci sta accompagnando? Cosa vuol dire questo sentire di festa che non è solo dettato da quel che accade fuori di noi, ma che percepiamo pure come un’esultanza interiore, anche per il solo fatto di poter guardare il mare nella sua gloriosa luce, da soli o con chi amiamo? Non sarà che qualcuno, attraverso questa festa dell’anima, ci stia sussurrando qualcosa?
Tutto il nostro essere infatti si ribella all’assurdità di una morte che pone termine non tanto alla vita, ma alla festa della vita, al gaudio che abbiamo provato. Come può finire/svanire nel nulla tutto quello che abbiamo sentito in maniera così chiara? Come può una festa simile non indicare una festa più grande e migliore, una festa perpetua, eterna?
Non per nulla anche Cristo, a conclusione della sua vita terrena, ha voluto salutare i suoi amici con una festa, condividere con loro il desinare, lì, nel cenacolo di Gerusalemme. E dopo avere benedetto il vino, e detto che cosa avrebbe significato di lì in avanti accostarsi al calice durante la celebrazione, ha detto ai suoi d’ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio. (Mt 26,29)
Gesù sta dicendo ai suoi amici che quella festa, quella che stanno vivendo insieme, quella notte certo finirà, ma ce ne sarà una, invece, che non conoscerà fine. Lui stesso non berrà più il frutto della vite, ma aspetterà, nel regno del Padre, per berlo insieme, nuovo, con loro.
E questo Figlio dell’Uomo, che tanto amava fare festa, che si rivela al mondo ad una festa (le nozze di Cana) e che dà l’addio ai suoi ad una festa (l’ultima cena), non si rivela forse anche nelle nostre feste, durante i nostri pasti, le nostre cene, il nostro stare insieme?
Cogliamo, infatti, una presenza, in quei cenacoli familiari e amicali, cogliamo la presenza dell’Altro, che non vediamo con questi occhi, perché abbiamo affinato altri sguardi per accorgercene. Non lo vediamo, eppure c’è, è lì, ne siamo certi. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro (Mt 18,20). Così diceva il Maestro, duemila anni fa.
È lecito chiederci cosa significhi “riuniti nel mio nome”. Riuniti dove? Solo nei momenti liturgici e di preghiera o non, anche, in altre occasioni? Non è specificato, quindi può voler dire sempre, in ogni momento in cui pongo il Nome di fronte a ciò che faccio con qualcun altro. Ne bastano due perché questa presenza si riveli.
È lì, allora, quando ceniamo in un ristorante lungo il mare, è lì, quando camminiamo nei boschi, è lì, quando con le persone che amiamo andiamo per via. Basta essere riuniti nel suo Nome.
Così, durante l’anno, quando siamo ben lontani da quei giorni, magari stanchi o tristi, perché la vita è fatta anche di questi momenti, torniamo a quei viaggi, a quelle vacanze, a quei pellegrinaggi.
Ri-cordiamo, cioè torniamo con il cuore a quei giorni pieni di luce e di gioia. Ritorniamo al cuore, dove sono depositati, come in uno scrigno prezioso, solo nostro, a cui nessun altro può accedere, tutti i ricordi che lì custodiamo. E così, benché fuori sia buio, benché sia nebbia o stia piovendo, benché siamo stanchi, da lì prendiamo uno di quei ricordi, torniamo anche a uno solo di quei giorni, e il giogo ci sembra più leggero.
Può succedere mentre guidiamo, nelle nostre caotiche città, quando una canzone che abbiamo legato a quei ricordi passa per la radio. E una voragine si apre in noi, sentiamo il nostro stomaco dilatarsi, il nostro cuore ha un fremito e un brivido ci sale lungo la schiena.
Cos’è tutto questo, se non un segno chiaro, non una prova, ma un segno, una traccia, dentro ciascuno di noi, di qualcosa di più grande? Di quel famoso Giardino che forse non dobbiamo tanto riconquistare, ma solo imparare a scorgere?
L’Eden, il giardino più bello, non è qualcosa che abbiamo perduto, qualcosa a cui tornare, ma qualcosa verso cui stiamo andando. Il Giardino è già dentro di noi e sono proprio i momenti come quelli che viviamo nei nostri viaggi che ce lo fanno vedere e gustare, basta avere occhi accorti.
Solo così è possibile cogliere che l’aldilà è già qui, che l’esperienza del Paradiso, seppur frammentata e debole, può darsi già ora. Il Paradiso non è una realtà che va solo attesa e sperata, ma qualcosa che già qui e ora si può esperire. Certo questo può accadere tutti giorni, non certo solo in quelli delle nostre vacanze. È solo che in quei periodi, quando siamo “liberi da”, ci sembra di cogliere meglio questa possibilità, di uno stato dell’animo umano post-mortem, di un locus extra-geografico, extra-cosmico, in cui tutto ciò che di bello, buono e vero qui sperimentiamo in maniera imperfetta è, lì, da qualche parte, nella sua perfezione, nella sua totale bellezza, bontà e verità.
Sogniamo questo alla fine, tutti noi, stare per sempre, per l’eternità, in un luogo magnifico, con le persone che amiamo, che abbiamo perso, che ci hanno lasciato. Ritrovarci tutti lì, senza la gravosità del lavoro, il chiasso del mondo, senza il suo male e la sua perversione. E sedersi a tavola, di fronte a mari e montagne nuovi, nella luce abbacinante che prima ci accecava ma che ora illumina e rende chiara ogni cosa, cominciare la festa e immergerci in quell’Amore che nella vita era lì, sempre lì, a fare da segnavia al nostro cammino.