| di Alberto Trevellin |
Ma anche così desidero e invoco ogni giorno
di tornarmene a casa, vedere il ritorno (V)
Così parlò, e a lei di colpo si sciolsero le ginocchia ed il cuore,
perché conobbe il segno sicuro che Odisseo le diceva (XXIII)
Ci sono tante Itaca quanti sono i cuori degli uomini e in ciascun cuore ognuno di noi può avere più di un’Itaca, più di un’isola mediterranea, gravida di luce, a cui tornare.
Itaca è il luogo del ritorno, luogo verso cui ardentemente desideriamo andare, ma è luogo del ritorno solo perché Itaca è già dentro di noi, nel nostro cuore. Itaca è lì dove custodiamo il nostro tesoro. Là dove è il tuo tesoro sarà anche il tuo cuore, diceva il Maestro.
L’Odissea, a differenza dell’Iliade, dove l’eroe più famoso, Achille, è uno che preferisce la gloria militare, imperitura, a una vita lunga e sazia di anni (salvo poi pentirsene nell’Ade) celebra invece un uomo, Ulisse, che della guerra non voleva saperne e che sogna solo di tornare alla sua sposa.
L’Odissea non è solo il poema del ritorno a casa, alla terra dei padri, ai legami familiari, alla pace domestica, ma è anche l’opera in cui, meglio di tutte, si insegna all’uomo, all’aner, al maschio, insomma, che sempre bisogna tornare alla propria sposa, non solo dopo vent’anni, ma ogni giorno bisogna far ritorno al suo cuore, ogni giorno convincerla del nostro amore.
La casa
La prima volta che incontriamo Ulisse nell’Odissea lo vediamo in riva al mare, piangente, senza i compagni, senza navi, prigioniero della dea Calipso. Consumava la vita sospirando il ritorno, perché non gli piaceva la ninfa (Canto V). Sogna, anzi, di più, agogna il ritorno a casa, non desidera altro.
Da qui, dalla casa, dal desiderio della casa che è in noi, è giusto partire.
Parlare della casa significa parlare del femminile, non necessariamente della donna, ma del femminile, perché casa è chi accoglie e la donna è l’accogliente per eccellenza. Come potrebbe non esserlo, infatti, proprio colei che ci accoglie nel nostro affacciarci al mondo? La madre è la nostra prima dimora, prima stanza carnale del nostro venire alla luce.
La casa è donna perché in essa troviamo questa accoglienza.
Ma la donna è anche custode della casa, è lei che ne ha cura, più che l’uomo. Dell’uomo è la terra, il giardino, per esempio. La casa è materna, è femminile.
Si può dire “tornare alla terra dei padri”, come Ulisse dice ai servi Eumeo e Filezio quando si fa riconoscere: Eccomi , sono io che, dopo vent’anni e dopo molte soffrire, sono tornato alla terra dei padri (XXI).
Ma bisognerebbe dire “tornare alla casa della madre”. La casa del Padre è, a quanto pare, qualcosa che riguarda un’altra vita, quella dopo la morte.
Ci sembra più corretto, quindi, dire che se si fa ritorno, si torna alla terra dei padri (Abramo e i patriarchi che lì vogliono essere sepolti) e alla casa della madre.
Bisogna anche valutare la differenza che passa tra voler tornare a casa (Itaca, la terra dei padri, dove lui, Ulisse, era re) e tornare in casa, cioè dentro una casa di Itaca, quella di Ulisse, dove ritrovare l’amore familiare: coniugale, paterno, filiale.
La casa, infatti, anche se nel frattempo l’abbiamo cambiata, ci siamo trasferiti, siamo andati dall’altra parte del mondo, è quel luogo che ci riporta ai nostri primi giorni di vita, dove la donna-madre ci allattava, ci dava il nutrimento, impediva con tutta se stessa la nostra morte per fame. Diventa così luogo e fonte di vita come altri luoghi non sanno esserlo.
Non a caso la Chiesa, sia come istituzione che come edificio è pensata al femminile. Anche Maria, mater ecclesiae, nelle litanie lauretane è detta Domus aurea (casa d’oro) e Ianua Coeli (porta del Cielo).
Oppure, nel mondo economico-finanziario, quando si parla di aziende si dice “casa madre”. Non si dice “la casa padre”, ma “la casa madre”.
Ed è lì, alla casa della madre, delle nostre donne, che sempre vogliamo far ritorno.
Come non ricordare, a questo punto, la commovente e straziante voce del soldato che al sergente Mario Rigoni Stern (Il sergente nella neve), durante la ritirata di Russia, continuamente chiede, quasi supplica con la sua domanda, quasi preghiera, quando tornerem a baita, sergente? Sergentmagiù, ghe rivarem a baita? Cioè, quando torneremo dalla mamma, dalle nostre donne amate?
Mentre gli altri soldati, intorno, trascinandosi sulla neve, morendo, piangono e urlano: Mama! Mama!
La casa è donna, è materna, filiale e sponsale. Lì ci sentiamo accolti e protetti. Sono le donne che aprono le porte della dimora al girovagare maschile. Sono loro che ne custodiscono l’intimità, loro, più che noi uomini a sentirla violata quando un estraneo, i ladri per esempio, entrano in casa.
Quante volte abbiamo sentito le nostre madri o le nostre nonne preoccupate per l’incolumità della nostra casa? “Chi resta a casa? Quanti giorni stiamo via? E come facciamo con la casa? Non c’è nessuno che controlla. E se vengono i ladri?”
Per noi uomini si tratta, più che altro, di una violazione della nostra proprietà.
È così anche per Penelope, che i ladri, però, ce li ha dentro casa da molti anni. Arraffano dai suoi ovili e dalle sue mandrie, ma non se ne vanno, attendono di compiere il furto più grande, portare via lei, che per loro non è altro che un bottino di virilità, via maestra per poter dominare come re su Itaca.
Itaca sono tutte le donne della nostra vita: la madre, la nonna, le sorelle, la moglie, le figlie. È a loro che noi torniamo, è di loro che abbiamo bisogno, sono loro ad essere “dimora”.
Ma Itaca, più di tutte, è lei, la donna che amiamo, la sposa. Tantoché possiamo affermare che, anche senza dimora fisica, senza una casa vera e propria, ci basta essere con la sposa per dire “casa” e potremo anche vivere in una tenda, basta ci sia lei.
Proprio in una casa vuole fare ritorno Ulisse. Non è più la casa materna, perché la madre non c’è più, è morta di crepacuore nell’attesa del suo ritorno. Struggente il loro incontro nell’Ade, dove cercano di abbracciarsi, ma invano. E piangono e Ulisse maledice il giorno che è partito per una guerra che non era la sua guerra. Ma è lei, come tutte le madri, che anche dall’Ade, dalle tenebre, gli ordina, come ogni madre che abbia a cuore il nostro bene, il compimento del nostro destino, è lei che gli ordina di tornare alla luce. Lei che lo ha dato alla luce, ora, da morta, nelle tenebre dell’Ade, gli ordina di tornare alla luce. Ma tu cerca al più presto la luce; però tutto qui guarda, per raccontarlo poi alla tua donna! (XI). Ovvero, torna a Itaca. Ma da chi? Da Penelope, l’altra donna di Ulisse, la sposa amata.
Ulisse ha solo due donne che ama davvero, la madre e la moglie. Le altre sono mezzi di piacere, gretto e maschile. Calipso e Circe, tranne l’eterna bellezza e il piacere che possono dargli, non hanno nulla da condividere con Antíclea e Penelope.
Ulisse torna a Itaca perché il suo cuore, più che nel mare che gli è nemico, che non gli dà requie, è ancorato a quello di Penelope. Un capo dell’ancora è nel cuore di Ulisse e l’altro in quello di Penelope. “Mettimi come sigillo sul tuo cuore”, canta il Cantico dei Cantici. E più sono lontani, più sentono la corda che tira, che li richiama.
Non torna “a caso”, Ulisse, torna “a casa”. Non torna così, per niente, ma per riabbracciare l’amore familiare. Può davvero dire “casa” non quando tocca le sponde di Itaca, che fa perfino fatica a riconoscere, ma quando finalmente Penelope lo riconosce, nella loro stanza nuziale.
Penelope e Ulisse
La questione è: Ulisse vuole tornare a Itaca o da Penelope?
Può esserci Itaca senza Penelope, senza la sposa? Cos’è Itaca senza la donna amata? Se fosse venuto a sapere che lei si trovava a Sparta, certo si sarebbe fatto condurre lì dai Feaci e non a Itaca.
Non c’è Itaca senza Penelope, non c’è casa senza di lei. Ulisse vuole tornare sull’isola solo perché spera, lì, su quel piccolo scoglio in mezzo al mare, di ritrovarla, di riunirsi a lei.
Penelope è la donna che permette ad Itaca di non soccombere. Non è Telemaco il baluardo della casa di Ulisse, ma lei, che tiene in scacco i pretendenti fino all’ultimo, fino a quando, esasperata da un’assenza troppo lunga, si arrende al possibile matrimonio con uno di essi, ben centootto, a cui, quotidianamente, si nega.
Non vuole uno di loro, non vuole un uomo giovane e ricco, vuole il suo uomo, Ulisse. Tanto che esclama ch’io scenda sotto la terra odiosa a vedere Odisseo, e mai debba allietare il cuore di un uomo più vile (XX). Che è come dire, “meglio andare nell’Ade con Odisseo, che sposare uno dei pretendenti”.
Anche Penelope ha attraversato il mare, pur nell’immobilità della sua dimora. Sono naufragati entrambi e, nell’abbraccio conclusivo, si scopriranno l’uno terra per l’altro, come naufraghi che si aggrappino alla spiaggia con tutta la forza delle loro braccia.
Sono naufragati per vent’anni, ma nessuno ha perso la speranza di tornare a Itaca, ciascuno alla propria Itaca, di ritrovare sul talamo d’ulivo il loro amore nuziale, di tornare ad essere quell’unica carne di biblica memoria.
Forse è Penelope, più che Ulisse, la vera eroina del poema, perché è lei che tiene in piedi tutto il racconto, lei che genera in Ulisse il desiderio del ritorno e quindi le avventure/disavventure che ci sono narrate. La radice dell’Odiessa è lei, la gunè (γυνή), la donna . Senza Penelope, non ci sarebbe nessun epos odissiaco.
Penelope è la donna sempre fedele, è all’opposto di Elena. Anche se, dopo vent’anni, inizia a pensare che, forse, è giunto il momento di lasciare lo sposo, che troppo tarda a tornare. Però spera fino all’ultimo e non si fida nemmeno dello straniero che dice di essere Ulisse, perché lei non vuole concedersi a nessun altro, vuole essere solo sua. Così, anche se tutti le dicono che è proprio lui, Ulisse, il marito tornato dopo venti anni di sofferenza, vuole metterlo alla prova per capire non se è Ulisse, ma se è ancora Ulisse, il suo Ulisse. Vuole capire se è ancora il marito che l’amava, se è sempre davvero lui o non sia, invece, cambiato. Capire se è ancora lo sposo amato o se vent’anni di erranza non l’abbiano mutato, trasformato in altro.
Anche lei, come Ulisse, può finalmente dire “Itaca”, “casa”, solo nel momento in cui riabbraccia il marito. Lei che è stata a casa vent’anni, che per vent’anni l’ha custodita e difesa dall’arroganza dei Proci, lei, la casa, la vera Itaca che Ulisse desidera quando ne è lontano, solo al ritorno di lui può davvero dire “casa”, “casa mia/amato mio”. Perché cos’è una casa senza lo sposo, senza la sposa?
E cosa dire invece di Ulisse, marito fedifrago, che per ben nove anni vive con altre donne? Cade nella tentazione di fronte alla quale Penelope, invece, resiste, dimostrandosi, su questo punto, più grande del marito. È questo, forse, uno dei punti più deboli di Ulisse, la macchia che non vorremo vedergli.
Va a letto con due dee (non ci pare di poter dire che ci faccia l’amore) Calipso e Circe, più giovani e più belle di Penelope. Lui stesso lo ammette nell’ultimo dialogo con la dea.
Laerzíade divino, accorto Odisseo, dunque alla casa, alla terra dei padri subito adesso andrai? Ebbene, che tu sia felice! Ma se sapessi nell’animo tuo quante pene t’è destino subire, prima di giungere in patria, qui rimanendo con me, la casa mia abiteresti e immortale saresti, benché tanto bramoso di rivedere la sposa, che sempre invochi ogni giorno. Eppure, certo, di lei mi vanto migliore quanto a corpo e figura, perché non può essere che le mortali d’aspetto e bellezza con le immortali gareggino!
E rispondendole disse l’accorto Odisseo: O dea sovrana, non adirarti con me per questo: so anch’io, e molto bene, che a tuo confronto la saggia Penelope per aspetto e grandezza non val niente a vederla: è mortale, e tu sei immortale e non ti tocca vecchiezza. Ma anche così desidero e invoco ogni giorno di tornarmene a casa, vedere il ritorno (V).
Così risponde l’eroe, anche se qualche verso prima aveva detto, come abbiamo visto, che non gli piaceva la ninfa. Ma anche fosse davvero come dice in questi ultimi versi, di fronte alla divina bellezza di Calipso, anche così desidero e invoco ogni giorno di tornarmene a casa, vedere il ritorno. Desidero e invoco ogni giorno di tornarmene a casa. Penelope.
Ulisse va con altre due donne, sì, resta con loro per numerosi anni, è vero, incantato da una e prigioniero di un’altra, ma in cuor suo sogna l’unico amore che per lui possa essere vero, che non è quello con una donna giovane e bellissima, ma quello con la sposa, la sua sposa. Penelope, non più giovane, non più nel fiore della sua bellezza (anche se i pretendenti e Omero non smettono di dirci che è ancora una donna di straordinario fascino), ma l’unica che lui senta di poter amare davvero, anche a costo di attraversare il mare infinite volte, anche a costo di morire.
Non ha bisogno del piacere sessuale delle due dee. Quello di cui ha più bisogno, che lo fa piangere sulle spiagge dell’isola di Ogigia, che lo riempie di nostos, è l’amore che nutre per Penelope.
È vero che si fa abbindolare da Circe, la maga che riesce a tenerlo con sé per un anno, e che sono i suoi compagni a svegliarlo dal piacere narcotico della sua bellezza e del suo piacere, a ricordargli che Itaca è da un’altra parte, ma è anche vero che, ridestatosi da questo torpore sensuale, prontamente riprende in mano la nave per far ritorno.
Può diventare immortale, sogno dei sogni di ogni essere umano, dei greci a maggior ragione, ma a costo di lasciare per sempre la sposa e il figlio. Eppure sceglie il contrario, sceglie di restare mortale, vero destino di ogni uomo. Il rifiuto dell’immortalità dice di che pasta è fatto il vero amore. Meglio essere mortali, quindi soffrire, quindi morire, per poter davvero amare.
Per Ulisse è preferibile morire, quindi andare nell’Ade, piuttosto che rinunciare all’amore della sua sposa, di Penelope.
Ulisse rifiuta l’immortalità per tornare da lei e per morire con lei e per lei, se necessario. Torna da lei perché il loro amore possa avere pieno compimento e questo non può che avvenire se non in un amore che sia “finché morte non vi separi”. È qui, nel rifiuto dell’immortalità, che Ulisse mostra tutta la sua fedeltà a Penelope.
Il suo amore è “forte come la morte”, come ricorda ancora il Cantico dei cantici, nel senso che è disposto ad accettarla pur di poter tornare ad amare i suoi.
Per Ulisse passano vent’anni, ha perso la sua giovinezza e quella di sua moglie. Potrebbe restare con Calipso o con Circe, eternamente belle, sempre giovani, immortale anche lui. Invece il suo amore sorpassa l’aspetto del corpo che invecchia e guarda al cuore. Non ha bisogno solo di un corpo di donna, ha bisogno del corpo della donna che ama, dell’unica donna che sente veramente sua.
Itaca, la sposa
Ulisse non vuole solo tornare a Itaca, nella terra dei padri, a casa sua, ma vuole tornare da lei. Per Ulisse, Itaca è Penelope, è lei l’isola, è per lei che il cuore resiste ad ogni sofferenza, ad ogni naufragio. L’Odissea, secondo molti critici, inizialmente, sarebbe finita con la notte d’amore tra lui e Penelope, cioè proprio nel momento in cui può davvero dire “Itaca/casa”.
Anche Adamo si riconosce uomo solo quando va verso Eva, ultima tappa della creazione, ultimo fiore a sbocciare nell’Eden.
Il destino di Adamo, il suo compiersi, la sua gioia, trova compimento solo con Eva. Pur nel paradiso terrestre, all’uomo manca qualcosa per la piena felicità, anzi, non qualcosa, ma qualcuno.
Fermiamoci un attimo qui, con Adamo. Com’è possibile che nell’Eden, nel paradiso terrestre, uno non sia felice? Ma come? Dio ha creato tutto per lui e questi non è contento, gli manca la felicità. Perché è così, Adamo? Perché era solo, ci dice il testo, e la solitudine, in questo caso, significa tristezza. Non è solitudine benefica, per lui è un male.
Non basta l’Eden per essere felici, ci vuole Eva, colei che dà senso a tutta la bellezza della creazione.
Non basta Itaca, per dire di essere tornati, ci vuole Penelope.
È solo di fronte ad Eva, giglio fiorito, che Adamo può esclamare: “Ecco ciò che mancava alla mia felicità”. È solo a quel punto che la bellezza dell’Eden assume senso, si fa casa, perché inserito in una relazione d’amore.
Se non è innestata nella vite dell’amore, la bellezza non serve a niente. Così ci insegnano Adamo e Ulisse.
Anche Dante fa tutto un giro, per tornare a vedere e a parlare, come non ha fatto mai in vita, con Beatrice, che si trova con Dio. Paradiso, per Dante, è anzitutto tornare, in qualche modo, a Beatrice.
Non esisterebbe l’Odissea senza Penelope, così come non esisterebbe la Divina Commedia senza Beatrice. Sono sempre le donne a ricondurci a casa, a farci tornare, a incamminarci verso l’amor che move il sole e l’altre stelle.
Per Ulisse il viaggio deve riportare ad Itaca, ricondurre a lei. La poesia di Kavafis è davvero una bella poesia, persino vera, per alcuni aspetti, ma Odisseo agogna il ritorno, cioè Itaca, non il viaggio.
Solo scopo di Ulisse è tornare a casa.
Tornare a Itaca è tornare sempre, ogni giorno, dalla propria donna, dalla propria sposa. Ogni giorno convincerla del proprio amore, quotidianamente rinnovato.
È solo allora, di fronte a lei, tra le mura domestiche e sul talamo nuziale, che è possibile affermare di essere tornati a casa.